Clegg & Guttmann – Studiolo nuovo (Milano, Galleria Lia Rumma)
Friday, October 10th, 2008(Dal 19 settembre al 19 ottobre 2008)
Dai ritratti fotografici neo-fiamminghi al design di attrezzi per studi cognitivi. Un anno dopo, lo studiolo di Clegg & Guttmann riapre, pressochè identico. Questa volta, però, sono i Milanesi a giocare con la propria testa.
La cosa più difficile da afferrare, se si cerca di inquadrare Clegg & Guttmann (Michael Clegg, Dublino, 1957, e Martin Guttmann, Gerusalemme, 1957; vivono negli Stati Uniti), è la versatile ambiguità della loro ricerca. Affascinati sia dalla pratica artistica più fredda e strutturale (quella di chi, come il loro maestro Joseph Kosuth, ne vuole evolvere il linguaggio, o perlomeno misurarcisi) i due artisti indulgono contemporaneamente in fronzoli estetici che ne delineano un gusto ed uno stile molto caratterizzato, in contrasto con il minimalismo e l’asetticità spesso associati all’arte concettuale. L’asetticità non è estranea alle loro installazioni, ma invece di essere un vuoto estetico riempito dalle proprietà del white cube, si tratta di un certo gusto per il materiale, il colore, un’atmosfera precisa. È un gioco, così come è ammiccante la finzione implicata dai fondali stampati dietro ai soggetti ritratti nelle loro fotografie, che strizzano però l’occhio alla tradizione fiamminga, oppure l’affettazione nostalgica della presenza scultorea delle librerie che espongono ormai da anni.
Sculture sociali o ritratti comunitari che siano (espressioni loro), le installazioni nello studiolo di Clegg & Guttmann evocano immagini di scuole all’antica, intellettuali severi, sovrani illuminati, Freud e Leonardo. Ciascuna è una struttura in legno, pulita e precisa nel taglio, atta a servire una precisa funzione, un esercizio cognitivo che uno o più fruitori dovranno svolgere insieme o da soli. Spaziano dall’esercizio musicale (Il Canone, La musica della sfera) a quello tattile (L’oggetto nascosto, Cinque ciechi). A partire dal verde-ospedale di cui sono state dipinte le pareti della galleria (a dire il vero la tonalità è più scura) e dai camici appesi al muro, fino alla coatta scomodità dei fori per braccia e testa di Il canone (attraverso i quali il visitatore dovrebbe inserire i propri arti per suonare un mandolino davanti agli astanti) si capisce che la permanenza nello studiolo sarà un po’ strana. La partecipazione non è qualcosa di a-gerarchico, aggregativo, come nell’arte relazionale di Rirkrit Tiravanija, ma invece un’interazione proficua, una ricerca della conoscenza attraverso un dislocamento, la creazione provvisoria di ruoli contrastanti. Esaminatore ed esaminato, manipolatore e manipolato, ascoltatore ed ascoltato.
Le dinamiche che scaturiscono da queste sculture sociali sono più umaniste che umane. In particolare, la concezione illuminista del libro come espressione dell’individuo presente nella Libreria piramidale dà senso al concetto già citato di ritratto comunitario.
Nonostante le ambiguità, che lo rendono più interessante, l’allestimento della mostra è solido. L’unica pecca è la riflettenza delle stampe fotografiche laminate che scandiscono lo spazio espositivo, la quale stride un po’ con la pacata legnosità del resto, pur facendo perfettamente da eye candy per i collezionisti.
(pubblicato su exibart.com)