Archive for November, 2008

ALBERTO BURRI (Milano, Triennale – 10 novembre 2008, 8 febbraio 2009)

Saturday, November 22nd, 2008

Niente farà mai bagnare di orgoglio italico assessori e ministri come il futurismo, ma ogni tanto anche la ruvidezza un po’ zen di uno come Alberto Burri li emoziona. Lui a Milano non ci voleva venire più dall’89, siccome gli abbiamo smontato il Teatro Continuo al Parco Sempione, ma adesso che è morto e non può farci niente voi vi potete godere una Triennale piena fino al soffitto di sue opere, complici anche Bondi e Moratti. Dalle combustioni ai cretti, andatevi a vedere uno che merita. E che astratto astratto, nei quadri ci metteva un sacco di vagine (io ho perso il conto alla quarta sala).

(pubblicato su zero.eu)

KIM JONES da Viafarini

Saturday, November 22nd, 2008

Se ti fidi a piazzare in casa tua uno che si fa chiamare Mudman, che ti faccia la guerra sui muri è il minimo. Da piccolo poliomielitico, poi in Vietnam da marine, adesso suggerito da Cattelan per la residenza in Viafarini, Kim Jones ne ha viste e ne ha fatte tante. Messo da parte il nomignolo da rapper del terzo mondo (che nasconde un ex performer uscito dalla California di Burden e McCarthy), adesso preferisce sfogarsi facendo War Drawings. I tempi in cui strisciava sui pali della luce coperto di fango e liquefaceva roditori come fossero soldatini sul pavimento di una galleria sono passati, ma andarsi a vedere cos’ha combinato durante il suo mesetto in residenza a Milano è cosa dovuta.

(pubblicato su zero.eu)

LA BANDA BAADER-MEINHOF di Uli Edel (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Questo è uno di quei film che finiscono continuamente, dove i personaggi degli ultimi 20 minuti non sono che l’ombra di com’erano all’inizio. La storia del gruppo terroristico tedesco RAF è probabilmente quella di molti altri, e ci viene raccontata dagli idealistici scoppiettii iniziali fino alle disperate deflagrazioni finali. Violento e formativo.

MAX PAYNE di John Moore (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Da Matrix in poi l’abuso di slow-motion è una piaga che ci affligge in almeno un paio di film a stagione, e se Max Payne poteva vantarsi di essere il primo videogame zarro come un’action movie pretenzioso, l’action movie che ne hanno tratto non ha nemmeno quelle pretese che hanno reso Matrix una Bibbia nerd. Slow-motion a parte, fa comunque cagare.

NO PROBLEM di Vincenzo Salemme (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Personaggi un po’ macchietta? No problem, la stilizzazione aiuta la commedia. Finale zuccheroso? No problem, niente di male in un messaggio positivo. Gag da quinta elementare, all’80% dialettali? Insomma. Giorgio Panariello? Eh. 7 euro e mezzo di biglietto? Mah. Il top è quando un certo Galeazzo (solo per fare rima con “cazzo”) si spara un tappo di sughero sotto al mento.

THE MIST di Frank Darabont (2007)

Saturday, November 22nd, 2008

Due cose hanno rovinato gli horror: gli effetti digitali e l’avvento dei cellulari. Se riuscite ad ignorare questi particolari, questo film scorre. Magari la bruttezza dei mostri 3d vi infastidirà, ma Darabont l’ha sempre trattato bene Stephen King, ed una mezza cagata gliela perdoniamo. E poi qualche soddisfazione, sui veri mostri, ce la toglie.

TROPIC THUNDER di Ben Stiller (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Con tutta la gente che c’è dietro e dentro, Tropic Thunder poteva pure uscire meglio. L’edizione italiana massacra la parlata ebonica originale di Downey Jr., che da sola valeva mezzo film, ma voi lo dovete vedere comunque perchè c’è Tom Cruise, pelato e pelosissimo, che quasi si fa perdonare la scientologia facendo il produttore stronzo.

Stéphanie Nava – Considering a Plot (Dig for Victory) (Milano, Viafarini – DOCVA)

Saturday, November 22nd, 2008

(Dal 3 novembre al 20 dicembre 2008)

Un regime autarchico a misura di giardino, dove la natura cresce disciplinata dalla conoscenza. Retorica del potere, disegno e giardinaggio: Stéphanie Nava divide e impera lo spazio di Viafarini presso la Fabbrica del Vapore.

Alla fine del Candido di Voltaire, l’ingenuo protagonista la smetteva di viaggiare e si dedicava al proprio orticello. Nel libro era una metafora del “pensare per sè”, ma ci sono altri modi di vederla. L’orto di Stéphanie Nava (classe 1973), per esempio, ha tutt’altro significato.
L’allestimento che l’artista di origini marsigliesi ha realizzato al DOCVA è una sorta di orto-stato, una capsula di maturazione indipendente dove, insieme alle verdure, si coltiva un’ideologia. Il suo plot (che in inglese significa sia “complotto” che “un piccolo pezzo di terra recintato per costruire o per il giardinaggio”) è un’installazione unica, risultato di anni di variazioni su un tema germogliato nella sua istanza più completa qui a Milano. L’idea è ispirata ad una campagna chiamata “Dig for Victory” e lanciata dal Ministero dell’Agricoltura inglese nel 1940 per contrastare la scarsità di cibo nella nazione, promuovendo la coltivazione di prodotti ortofrutticoli nei terreni pubblici.
Lo spazio dello stanzone che ospita la mostra è organizzato in varie sotto-installazioni, ciascuna a rappresentare un organo ben preciso sia dell’orto che della società/autarchia che esso rappresenta. C’è la serra dei libri (la parte teorica dell’ideologia), un’ampia sezione dove crescono le verdure del regime, l’angolo del prodotto finito ed inscatolato (quello della propaganda) ed anche un sedile rialzato per controllare la situazione.
Più che uno stato orwelliano, l’artista ricrea una versione disincantata ed allegorica di una nazione che vive tempi difficili ed è costretta a rimboccarsi le maniche e ad ingoiarsi anche un po’ di retorica.
Alcuni oggetti dell’allestimento sono ready-made (libri, cestino, carriola), ma la maggior parte sono disegni a matita su carta bianca, semplici e nitidi. Foglie, bulbi ed insetti si presentano come il risultato di un lavoro manuale. Contrastano un po’ con l’approccio concettuale dell’insieme, e l’abbondanza di carta bianca restituisce un’impressione di leggerezza che stride con lo scenario di ristrettezza e precarietà implicate dal soggetto di partenza.
La grammatica della Nava è molto coerente e lo spazio è scandito in maniera perfettamente disciplinata, ma questa scelta estetica, per quanto apprezzabile per la pulizia del tratto e la continuità poetica con i lavori passati dell’artista, lascia un po’ perplessi.
“Lungi dallʼessere un ritorno allʼidea dellʼEden così spesso evocata dai giardini, voglio parlare dei campi coltivati in un serio contesto “verde”. Questo non li rende meno belli, ma li permea della violenza circostante, presente nella politica, nella conflittualità o nellʼeconomia.”
Le parole dell’autrice dichiarano l’intento di restituire una visione non necessariamente critica o “meno bella”, ma con i piedi ben piantati in terra. I disegni sono belli, certo, ma è proprio la terra che non si sente, nell’orto di Stéphanie Nava.

(pubblicato su exibart.com)

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PS: Stephanie Nava ha scritto un commento alla mia recensione sul sito di Exibart, lo riporto in aggiunta qui sotto insieme alla mia risposta:

Caro Nicola Bozzi,
Primo, Le prego di scusare se scrivo con errori, sono Francese e non scrivo molto bene l’Italiano. Ho letto con attenzione la sua rivista su mia mostra a Viafarini e se rispetto completamente il suo punto di vista, vorrei fare un’osservazione sull’ultimo paragrafo del Suo testo in cui Lei cita un passo di un testo che ho scritto a proposito del progetto Considering a Plot. Questo testo è stato sfortunatamente pubblicato in Italiano con un errore di traduzione (che è adesso cambiata). Lei mi cita parlando dei “campi cultivati in un serio contesto ‘verde’”, la frase, in realtà è “Lungi dall’essere un ritorno all’idea dell’Eden così spesso evocata dai giardini, voglio parlare dei campi coltivati in un contesto aspro, ‘grigio’.”
Mi sembra che cambia molto l’interpretazione che fa. Con questa frase, volevo dire che un giardino cresciuto in un contesto industriale non è meno bello dell’Eden, è soltanto più colpito dal suo contesto.
Non ho mai avuto “l’intento di restituire una visione non necessariamente critica o “meno bella”, ma con i piedi ben piantati in terra”. È tutto il contrario. Questo progetto è fondamentalemente critico e costruito teoricamente, lontano dalla terra. In fatto, sono d’accordo con lei, la terra manca. È l’idea propria di quest’orto. È industriale, è enciclopedico, è come un libro aperto. Parla di una realtà ma non è questa realtà. È una costruzione del mente che può vedersi come giardino ma anche come un lavoro che tratta di disegno, di questione di territorio, di scienza, di rappresentazione, etc.
Bien cordialement à vous,
Stéphanie Nava

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Cara Stephanie, hai ragione. La traduzione in effetti cambia parecchio il discorso, e restituisce coerenza al testo ed alla mostra. Se avessi letto il testo come l’avevi scritto tu, sicuramente il mio giudizio finale sulla mostra sarebbe stato diverso. Sono contento comunque che tu mi abbia fatto questa puntualizzazione, ed è un bene che il formato di questa pagina, articolo + commenti, possa permettere questo tipo di rettifiche e scambi di opinione.
Un saluto

Nicola

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