Mi sono sempre piaciute le scritte sui muri (da ubriaco arrivo anche ad ammettere che mi piacerebbe che fossero legalizzate) ed il tono ingenuo e sognatore – a tratti anche politicizzato – degli aforismi – a tratti anche slogan – di Ivan non mi ha mai dato fastidio. Non è il mio genere per diversi motivi, ma ho sempre rispettato il proposito di condividere qualcosa di più di una tag o un adesivo con su una grafica pacco con la sciura della strada. C’è poi da considerare il coraggio che ci vuole a fare qualcosa di abbastanza fuori dal tempo, che proprio per questo motivo sa sia di vecchio che di giusto (mi riferisco all’usare la poesia ed il suo linguaggio). Ivan non c’entra un cazzo con i graffiti di New York, e non credo nemmeno sia un aspirante star dell’arte come Basquiat. Fondamentalmente mi è sempre piaciuto questo suo sbattersi il cazzo di appartenere al giro dell’arte contemporanea o di sfruttare le estetiche di quella underground, facendo una cosa semplice che male non fa, con l’entusiasmo necessario ed un approccio pasoliniano. (more…)
L’arte come discussione, una mostra come incontro. Il “brand progettuale” Brown espone per la seconda volta nel proprio spazio in via Eustachi, aprendo al pubblico le proprie riflessioni su simbolo e tempo. (more…)
Con Joss Whedon ed una lista delle migliori web series pure sul sito di Rolling Stone pare evidente che la tv di qualità si stia spostando su internet, ma la cosa strana è vedere come pure in Italia ci stiamo attrezzando con relativo tempismo. Proprio oggi Fox ha lanciato FlopTV, presentandolo come fucina di talenti comici e laboratorio per la TV del futuro. Di fatto si tratta di una sorta di contenitore di serie concepite apposta per il web, con formati adatti e organizzati con un’interfaccia stile YouTube. (more…)
In USA Religulous si è difeso gran bene al botteghino, anche se i giudizi sono stati ovviamente contrastanti (tra le critiche, vi devo per forza segnalare questo video). Direi qualcosa sulla ridicola storpiatura del titolo nella versione italiana, ma il fatto stesso di vedere questo film nelle sale nostrane mi ha stordito. Dopo tutta la faccenda Englaro e gli scossoni politici che ne stanno derivando, andare a vedersi Bill Maher che piglia per il culo la religione IN ITALIANO ti lascia interdetto (leggasi: ci godi). Non che non ci siano state le prevedibili proteste che ci aspettavamo un po’ tutti, ma quelle casomai faranno un favore al distributore ed al massimo guadagneranno a qualche esponente di VeraLibertà una comparsata a Pomeriggio Cinque, tra un monologo della Santanché contro i giudici italiani ed un servizio su Belen.
Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa. (more…)
Robert B. Weide è uno dei migliori amici della comicità, al momento. Già autore del bellissimo documentario su Lenny Bruce ed una delle menti dietro al capolavoro HBO Curb Your Enthusiasm con Larry David, Weide si sa destreggiare pure fuori dagli USA.
Il suo debutto alla regia (per una commedia-commedia, dico), un successo nel Regno Unito, porta sullo stesso set Jeff Bridges e Simon Pegg, inglesaccio con la faccia da hooligan ignorante già apprezzato in Hot Fuzz e Shaun of the Dead. Il primo si porta dietro una serie di riferimenti all’indimenticato Big Lebowsky, il secondo tutta la spontaneità british celebrata dal Rocky Horror e dalle comparsate di Ricky Gervaise negli show americani (sempre vestito a cazzo).
Tra gli street artists che più a buon diritto sembravano aver messo il culo al caldo, non avrei mai detto che sarebbero andati a cagare il cazzo proprio ad OBEY (vero nome Shepard Fairey, come viene chiamato qui e qui).
A quanto pare i guai sono arrivati subito dopo dei fatti che, in teoria, avrebbero dovuto consacrarlo. Prima il poster “HOPE” per Obama (dal quale Fairey non ha tirato fuori una lira) fa incazzare la AP, che è proprietaria dei diritti sulla foto. Poi, mentre stava a Boston per la sua prima personale, lo arrestano per dei graffiti.
Non aspettarsi proprio niente è dura in una collettiva tutta al femminile, ma non ci sono opere in stile vagina power e nemmeno zinne gratuite in questo caso. La mostra dalla Minini è soft ed equilibrata, nonostante le opere spazino dall’intimista al concettuale, fino al minimalista, e dalla foto alla scultura. Il mood generale è sottilmente nostalgico e celebra una memoria che è alternatamente sensuale ed ironica, con le foto stellate di Lisa Oppenheim e le opere di Beier & Lund e della Beasley a dominare la scena. Voi aspettatevi pure quello che volete, ma non del porno lesbo-femminista, ecco.
Vi siete mai chiesti perchè l’arte si chiama “contemporanea”? Ve lo spiega Giò Marconi, con tre mostre che non c’entrano niente l’una con l’altra, su tre piani della stessa galleria. Al piano terra ce n’è per chi apprezza il minimalismo sporchino (che adesso va di brutto) di Wade Guyton, giù sottoterra c’è Catherine Sullivan, col suo gusto retrò teatrale ed ironico (molto alla Greenaway) e su c’è il norvegese Vibeke Tandberg, con il suo stile morboso/infantile (tra Miranda July ed uno stupro nella foresta). Fosse anche uno solo andrebbe la pena andare, se fate la tripletta male non vi fa.