Anthony McCall – Breath (The Vertical Works)
(Milano, Hangar Bicocca, 19/3/2009-19/6/2009)

Sarà per la mia recente ossessione riguardo al political/minimal, ma penso che questa mostra debba essere obbligatoria. E non è nemmeno per le inevitabili connessioni che potrei fare tra Anthony McCall e gli artisti della mostra di Klaus Biesenbach (anche se arrivando all’Hangar Bicocca subito dopo Alfredo Jaar, presente nel roster ufficiale al KW di Berlino, si percepisce una certa continuità), ma piuttosto per l’incredibile eleganza e semplicità delle opere, che riescono ad essere contemporaneamente molto articolate.

I lavori di McCall sono tutti dei coni di luce verticali – unica illuminazione in una sezione oscurata per l’occasione dell’hangar. Le differenze tra le singole opere visibili all’entrata nello spazio – alla cui oscurità ci si mette qualche secondo ad abituarsi – stanno nel disegno di luce che viene proiettato dall’alto (e che, te ne accorgi dopo, cambia quasi impercettibilmente). I coni di luce risaltano, oltre che per il buio circostante, anche grazie ad un effetto fumogeno stile discoteca, che ne satura silenziosamente i volumi. L’odore è caratteristico, ma l’incontro di luce e vapore è spettacolare. Non se ne può godere finchè non si entra all’interno dei coni e ci si guarda attorno (o, ancora meglio, si alza la testa verso l’alto), ma le impalpabili pareti che si vengono a creare assumono l’aspetto di fogli di seta, spazi impercettibili ed attraversabili. Un po’ vengono in mente gli errori di rendering di Second Life, texture virtuali penetrate dall’occhio onniscente di un modellatore 3d (o di un giocatore di Counter Strike in attesa di tornare in gioco).
Le sottile superfici illusorie dei coni a volte si sovrappongono e si intravedono in trasperenza l’una attraverso l’altra, mutando gradualmente i propri rapporti e gerarchi man mano che il video di riferimento fa il suo corso, metri più in alto. Oltre a questo, l’andamento mutevole del fumo crea una texturizzazione dinamica all’interno dei coni, un lento vorticare di processi chimici che tende verso il centro luminoso al vertice entremo di ogni opera, quasi come le nuvole dell’Assunzione di Correggio al centro della cupola della Cattedrale di Parma puntavano verso la luce divina (questa interpretazione retorica è senza dubbio arbitraria, ma la maestosità dell’immagine rende abbastanza l’idea).
Volendo cercare riferimenti artistici più diretti – e, ancora meglio, scultorei – non si può non citare una certa somiglianza delle linee curve di McCall con la base delle sculture di Richard Serra, che allo stesso modo danno luogo a grammatiche spaziali tutte loro, o con alcuni lavori di Dan Graham.
Le combinazioni che si vengono a creare, se da un lato presentano un certo rigore semiotico, emozionano in prima persona per l’alterazione percettibile dello spazio. Ogni opera è diversa e mette lo spettatore di fronte ad un’esperienza diversa, a superfici dalle curve ogni volta sorprendenti.
Per forza di cose di fronte alle sculture di McCall ci si pone in maniera giocosa e bisogna parteciparvi, attraversarle, ma la semplicità è solo apparente. A parte che un uso così sottile ed elegante di una proiezione video è rarissimo, cosa ancora più importante è che il lato partecipativo non si esaurisce in un “fattore giocattolo”, ma viene bilanciato da una bellezza visiva tanto elementare quanto ispirante. Si contempla il semplice filtrare del vapore attraverso le pareti di luce come se fossero davvero nubi minacciose e non il processo naturale tutto sommato banale che sono.
Dette queste cose, arrivo al political/minimal.
La volontà dell’artista di emancipare il pubblico trattando argomenti sensibili ed attuali propria del già citato Alfredo Jaar e di altri come Santiago Sierra è chiaramente assente dal lavoro di McCall, ma c’è una somiglianza molto più stretta con i metodi di Hans Haacke, Monica Bonvicini e Damien Hirst (che ritengo tra i più riusciti nella mostra a Berlino) e con la loro retorica più sfumata.
In fin dei conti, comunque, non è importante se Anthony McCall sia da considerarsi o meno political/minimal. Così come scrive Wu Ming 1 nel suo saggio sul New Italian Epic, più che sugli autori questo genere di classificazioni vanno fatte sulle singole opere. Quello che è interessante, però, è vedere sempre più confermata l’affermazione di questo genere di linguaggio nell’arte contemporanea, in mezzo a tanti mistoni neo-pop e cagate varie.




