AUTORIALITA’ ED AUTOREVOLEZZA: DEFINIZIONI

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1.1. Autorialità ed autorevolezza

Mi rendo conto, naturalmente, che sia “autorialità” che “autorevolezza” sono due parole inflazionate e dai significati piuttosto precisi, forse diversi nel dizionario dall’idea che sta dietro a questo lavoro.
Quindi mi spiego meglio.

1.1.1. Definizione di Autorialità

C’è già tanta gente che ha definito questo concetto.
Per esempio, il Dizionario della Lingua Italiana edito dalla Le Monnier di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli (quello che ho a casa) dice così:

autorialità (au-to-ria-li-tà) s.f. Il piglio inventivo e autorevole dell’autore. [Der. di autoriale].

Lo stesso dizionario, della parola autoriale, dà questa definizione:

autoriale (au-to-ria-le) agg. Proprio della figura o dell’opera di una persona in quanto autore. [Der. di autore].

Nella stessa pagina, alla voce autore segue:

(au-to-re) s.m. (f. -trice). 1. Ideatore ed esecutore al tempo stesso: a. del progetto; gli a. del furto. 2. part. Chi ha prodotto e realizzato un’opera dell’ingegno (letteraria, scientifica, artistica): l’a. del libro, del monumento ~ D’autore, realizzato con superiore maestria, di riconosciuto valore: quadro d’a. ; film d’a.; gol d’a. ~ Diritti d’a., quelli (morali e patrimoniali) riconosciuti dalla legge agli autori, per quanto riguarda la tutela e la difesa delle loro opere. 3. Nel linguaggio giuridico, il soggetto dal quale si deriva un diritto; sin. di dante causa. [Dal lat. auctor ‘promotore’].

Insomma, l’autore ha un certo prestigio e nell’opera autoriale c’è un valore riconosciuto. Riconosciuto sia nel senso di autorevole (assodato, insomma, quasi oggettivo) che nel senso di circoscritto (che ne denota una sfumatura molto più soggettiva).
La schizofrenia della parola “autorialità” la rende quindi molto interessante se associata all’arte, anche perchè la derivazione dal latino auctor ‘promotore’ mostra come l’autoriale si concretizzi, si affermi, nel momento di diffusione e di confronto dell’opera con il suo pubblico di fruitori, qualunque esso sia, pur introducendoli in un mondo “interno”.
Vedere un’opera d’arte significa essere testimoni dell’autorialità, insomma.
Riformulando la definizione di “autorialità” per i miei scopi, facendo particolare attenzione al rapporto con il contesto, viene fuori una cosa così:

autorialità: campo di autorevolezza circoscritto ed autonomo, decontestualizzato ed autocontestualizzante.
L’autorialità di un’opera si manifesta – nel momento in cui entra in contatto con il fruitore, o poco successivamente – nell’ampiezza dello spettro interpretativo e garantisce un riconoscimento (di stile, di aura, di rispetto).
Qualcosa che esprime l’autorialità del proprio creatore è qualcosa che viene preceduto dalla fama dello stesso, è fruito in maniera semi-guidata e semi-contestualizzata e legittimato sulla base dell’autorevolezza (assunta) dell’autore.
In qualche modo, l’autorialità è prevista.

Quando parlo di spettro interpretativo mi riferisco all’apertura dell’opera, all’intrinseca soggettività della produzione autoriale. Definisci un autore e ne definisci il campo di azione passato e presente, ne definisci i limiti. Ovviamente nella mente di chi conosce il suo nome e la sua opera.
Parlerò un po’ meglio dello spettro interpretativo più avanti, quando sarà il momento di vedere un po’ meglio il suo legame con il contesto di fruizione.

1.1.2. Definizione di Autorevolezza

Devoto ed Oli ci dicono che l’autorevolezza è

(au-to-re-vo-lez-za) s.f. Stima, credito, fiducia che si impongono in quanto fondati sulla personalità di chi ne gode. [Der. di autorevole].

e che autorevole significa

(au-to-re-vo-le) agg. Che gode di stima e credito notevole, che ispira riverente fiducia: personaggio, parere a. [Der. di autore, sul modello di caritatevole, onorevole].

Ritorniamo, quindi, all’autore.
Alla luce di queste definizioni e dell’uso che si fa abitualmente della parola “autorevole” potremmo aggiungere che l’autoriale nel momento del confronto tra opera e fruitore è un ponte che proietta (o meglio attrae) verso l’autore, mentre l’autorevole è irradiato dall’autore verso l’esterno.
Ridefinendo:

autorevolezza: concetto più ampio dell’autorialità, di diversa qualità. L’autorevolezza, come l’autorialità, si manifesta in maniera significativa quando il fruitore entra in contatto con l’opera/messaggio. La credibilità, l’universalità, la partecipazione al mondo del fruitore sono tratti distintivi di un messaggio autorevole.

C’è un’estensione del campo di significato rispetto ad un messaggio autoriale, dalla quale deriva una maggiore attenzione e partecipazione.
La minore interpretabilità comporta un minore sforzo interpretativo, sia in senso positivo – maggiore comunicatività – sia in senso negativo: lo spirito critico non viene stuzzicato e nascono spesso meno domande dalla visione di un messaggio autorevole e chiuso.
L’autorialità sta al soggettivo un po’ come l’autorevolezza sta all’oggettivo.

1.1.3. Respiro ,definizione e soffocamento.

Alla luce di quanto definito sopra, possiamo dire che un’opera, nella sua creazione, inspira autorialità ed espira autorevolezza nel momento del suo confronto con chi autore non ne è.
L’opera, nel suo nascere (concezione, realizzazione) e nel suo morire (esposizione, storicizzazione), perpetua la propria respirazione.
Nella propria individuazione e categorizzazione l’opera diventa immortale, ma nel momento in cui essa viene definita, catalogata e posta nel contesto di a-significazione che è l’etichetta di “opera d’arte”, può continuare a “respirare” oppure è soffocata dalla propria individuazione?
Questa metafora così romantica e questa domanda retorica danno ad intendere che la respirazione autorial-autorevole del pezzo d’arte e la sua esistenza come catalizzatore dialettico (produttore di linguaggio, di pensiero, di apertura mentale e mille altre cose ancora) siano indipendenti l’una dall’altra, se non antagoniste.
Secondo il saggio di Brian O’Doherty, Inside the White Cube – The ideology of the gallery space (1976, University of California Press, London) è negli anni ’50 che si inizia a chiedersi, in ambito espositivo, di quanto spazio abbia bisogno un’opera per “respirare”. Da questa domanda ha origine l’ideologia del white cube. La respirazione di cui parla O’Doherty è, di fatto, la stessa descritta qui sopra e ne vedremo nel prossimo capitolo le caratteristiche e, soprattutto, i limiti.
Walter Benjamin (nel saggio Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1955, Suhrkamp Verlag, Francoforte, in italiano L’Opera d’Arte nell’Epoca della sua Riproducibilità Tecnica, 1966, Einaudi, Torino) chiama “aura” la proprietà di un’opera di affascinare in base alla propria autenticità ed unicità.
Questa definizione incorpora sia la stima dovuta al rispetto per il processo creativo (autoriale) che quello per la magica rarità dell’oggetto esposto (e quindi autorevole). Un’opera respirante è quindi un’opera che conserva la propria “aura”.
Benjamin giudica superato, dall’arrivo della fotografia e definitivamente con quello del cinema, il concetto di “aura”, così come gli scritti che seguiranno andranno spesso a descrivere come sia innecessaria la respirazione di cui sopra e quanto essa non sia funzionale alla vita di un’opera d’arte.
Per aiutare l’arte a vivere davvero bisogna, forse, soffocare questa respirazione.




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