Essere blogger: tragedia ed informazione

C’ha inorridito un po’ a tutti il modo in cui media più vari si sono nutriti del terremoto in Abruzzo, e commuove un pochino leggere cose come questa.
Mario Ballesteros è un blogger incallito, esperto di urbanistica e nato in Messico. Il modo in cui parla della recente epidemia fa ovviamente trasparire quanto ne sia personalmente preoccupato, ma la cosa che fa riflettere del suo post è l’amara considerazione riguardo al popolo di blogger e twittatori che non riesce a smettere di attingere al dolore altrui per pomparlo senza sosta nel calderone psichico – o psicotico, o psicopolitico – di internet.
Proprio mentre ci rallegriamo tutti quanti per Obama e le sue skills 2.0, la questione di internet e di come stia cambiando la nostra sensibilità e la percezione dell’altro si fa sempre più cruciale. E la cosa che mi colpisce di più è quanto questo cambiamento stia accelerando (prendendo un ritmo decisamente più sostenuto delle uscite di libri firmati Zizek o Baudrillard).
mah la speculazione e la morbosità rispetto alle tragedie sono vecchie quanto l’uomo. internet è solo un luogo di oralità, in cui però le parole non si cancellano dopo essere state pronunciate. è un po’ il suo potenziale ed il suo senso maggiore, adesso sto provando twitter per esempio, ed effettivamente secondo me rappresenta, al momento, il massimo grado di svelamento esplicito del carattere orale della rete.
l’uomo ha spesso dimostrato di non essere un granchè (almeno di buon gusto) come animale, non mi stupisce che lo stia confermando anche qui sul web.
sì, il succo della pappardella su fb è quello.
sono molto orgoglioso del posizionamento di kebab.
sì ma una volta si aveva un po’ più rispetto riguardo al parlare, nel senso che si stava un po’ più zitti. se c’è una cosa che internet fa a chi lo usa, e twitter senz’altro ne è l’esempio più lampante, è la necessarietà del comunicare. comunicare qualsiasi cosa, l’importante è pompare qualcosa dentro il flusso. ed una tragedia ti dà qualcosa di cui parlare, qualcosa da pompare, e tutti che pompano felici finalmente di avere qualcosa da dire.
anche i blog fanno questo effetto (ne sappiamo qualcosa), ma quelli almeno richiedono un minimo di pensiero, bisogna fare almeno un paio di collegamenti neuronali per mettere insieme un post. twitter mi sembra più il respiro masturbatorio e noonanista della mente collettiva.
è vero che twitter nasce come una cosa più haiku, più zen e volatile (l’uccellino del logo un significato deve avercelo), ma per me non si tratta già più tanto di oralità (in un dibattito si rispettano i tempi ed i turni, in twitter si tratta di milioni di flussi che si intersecano più o meno casualmente allo scopo di autoforaggiarsi), ma di pensiero riversato con meno filtri possibili (uno dei consigli più frequenti ai twittatori in erba che cercano preziosi consigli su COSA CAZZO DIRE è di dare un profilo umano, spontaneo al proprio twitter), un po’ come cercare di costruire dei mattoni usando la schiuma.
comunque sto iniziando ad usare twitter per lavoro (ho aperto un account ma non ho ancora iniziato a twittare) e magari cambierò idea sul mezzo quando ci sono dentro.
http://pajamasmedia.com/blog/profiting-from-the-swine-flu-panic/
ho visto… secondo me tra un mese non ci ricorderemo più di questa epidemia, comunque c’è un articolo interessante sulla diffusione delle epidemie e l’urbanistica che ho trovato su internet: http://bldgblog.blogspot.com/2009/04/this-diseased-utopia-10-points-on-swine.html
(e lo capisci dall’immagine in alto)
http://www.mcsweeneys.net/2009/4/20lanham.html
ahahaha… 10 e lode figa