GRAN TORINO di Clint Eastwood (2009)

Ogni volta che vedo un film di Clint Eastwood mi si smoscia un po’ lo stereotipo dello spietato cowboy che agisce solo per sè stesso, che tra l’altro mi derivava da anni ed anni di non guardare i suoi film. Gran Torino è stata un’ulteriore botta all’idea che fosse solo un conservatore con le palle gelide ed il fucile sempre in mano, almeno cinematograficamente. Il film si presenta imprevedibilmente come un mix 60% commedia etnica (dove il vecchio Clint è un vecchio bisbetico decisamente “grumpy” che pian piano si addolcisce stando a contatto con i vicini immigrati di etnia hmong – sì, un po’ Dennis La Minaccia) e 40% saggio sull’America (a metà tra Gangs of New York ed un comizio di Sarah Palin).

Eastwood interpreta un vecchio polacco che si scambia amichevoli insulti con gli altri immigrati old school del paese, come il barbiere italiano e l’irlandese al cantiere (che insieme al protagonista rappresentano un po’ l’America delle opportunità, quella nata dai sacrifici comuni degli immigrati europei), mentre guarda con diffidenza i nuovi arrivati messicani e hmong (asiatici che vengono dal Vietnam e che sono quindi una perfetta allegoria del fardello che gli USA si portano dietro in quanto poliziotti del mondo). Come se non bastasse, il vecchio Kowalsky (si chiama così) lavorava come operaio in una compagnia automobilistica, spina dorsale industriale del Paese ora in crisi.

La vicenda si sviluppa attorno al rapporto di Clint coi vicini hmong ed in particolare con un ragazzino un po’ sfigato, Thao, che lui si incarica di trasformare in un vero uomo americano con la cassetta degli attrezzi piena, una macchina solida ed una parlata da scaricatore di porto. C’è tanta autoironia nel personaggio che Eastwood interpreta, ma a parte l’eleganza dell’allegoria americana costruita sui personaggi ci sono anche momenti commoventi, su cui svetta un finale che col cazzo vi racconto.

Gran Torino è un film semplice, solido. Meno epico e tragico di Million Dollar Baby e Flag of Our Fathers, ma riesce a coniugarne alcune tematiche con un formato pacato, ma efficace. Come i recenti The Wrestler e No Country For Old Men è un tributo alla leggenda di un’America che sta sbiadendo, che cede il passo a tempi di cui è vittima anch’essa, pur rimanendone uno degli agenti più determinanti. E come altri film (ad esempio Gangs of New York) ne celebra la violenza e la grandezza, mostrandola come un meltin’ pot piuttosto coatto, ma capace di mostrare coraggio ed umanità.




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3 Commenti »

  1. flags of our fathers no, secondo me era stato un mezzo disastro.

    lettere da iwo jima, quello secondo me era un filmone, a partire dal punto di vista fino a tutto il resto.

    comunque a sto punto mi hai invogliato a vedermi sto film.

    Comment by Cesare — June 21, 2009 @ 11:12 pm
  2. ah e gangs of new york, rivisto di recente, è nei primi dieci film americani del 2000.

    Comment by Cesare — June 21, 2009 @ 11:13 pm
  3. iwo jima mi manca, anche se in effetti deve essere più interessante di flags proprio per la storia del punto di vista dei giappi
    gangs of new york per me è un punto di riferimento

    Comment by admin — June 22, 2009 @ 3:34 pm

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