“I fatti sono testardi, le statistiche sono più flessibili”
Era citando Mark Twain che Google ci comunicava l’acquisto di Trendalyzer (adesso ribattezzato Motion Chart), un software per fare simpatiche animazioni e creare grafici dinamici su dati statistici. Suddetti dati (si scopre sul sito di Gapminder, l’azienda produttrice che adesso fa parte del Gigantebuono) sono ricavati da siti di associazioni varie che si occupano di documentare le disparità nel mondo.

In questi giorni scopriamo anche che la multinazionale più generosa del nostro tempo, oltre che aiutarci a visualizzare in pochi secondi le statistiche che ci interessano semplicemente digitando qualche parola chiave nel loro motore di ricerca, c’ha l’occhio lungo pure sulle epidemie.
L’azienda ha infatti lanciato un servizio di monitoraggio sperimentale del caso del momento, la swine flu, basato sul suo già testato Flu Trends. Quest’ultimo servizio, tramite un confronto di dati provenienti dalla U.S. Centers for Disease Control and Prevention e le statistiche (georeferenziate, immagino) del potentissimo motore di ricerca della stessa Google, è in grado di fornire dati in tempo reale sull’andamento dell’influenza, in base appunto ad un confronto incrociato tra presenza di sintomi e richiesta di cure. Ma visto che, solo un anno fa, la compagnia ha anche dato alla luce Google Health – un modo di archiviare la storia medica dei pazienti (ovviamente con previo consenso) per favorire la comunicazione di informazioni tra gli ospedali – il sospetto che i dati raccolti in questo modo possano venire usati anche per potenziare il servizio sull’influenza mi viene.
Se poi ci vogliamo aggiungere anche che 23andMe (un’azienda che si occupa di raccogliere i dati genetici dei clienti per fornire loro un profilo personale che include anche molte informazioni sanitarie, come la suscettibilità a certi tipi di malattie) è stata co-fondata dalla moglie di Sergey Brin, co-fondatore e presidente di Google – mentre l’azienda stessa ci ha investito significativamente – il disegno assume una parvenza quasi fantascientifica.
Per quanto fornire dati a Google sia una cosa volontaria, le fonti siano trasparenti e la fruizione sia libera, questa convergenza di potere statistico nelle mani del Gigantebuono ha un che di sinistro.
Di fatto loro non fanno altro che fornire una (potentissima) scatola vuota, che per quanto sia divisa in scomparti (Analytics, Feedburner, Motion Chart, Health, Flu Trends e Google stesso, con 23andMe a distanza di bacio) fa sempre parte dello stesso intero. Nessuno potrà mai impedire all’azienda di incrociare le informazioni che ricava sullo stato di salute della gente con le ricerche che questa gente fa su Google, e di conseguenza di intervenire a proprio piacimento (o a piacimento di amici) sui risultati che trovano, che spesso corrispondono ai prodotti che la gente compra.
Senza contare che se “i dati raccontano una storia“, il finale è scritto nelle interfacce. E le interfacce, che ancora prima dei dati sono gran parte del potere seducente – ed esclusivo – di Google, non sono libere. Perchè uno dovrebbe ricorrere a costosi software o documentazioni difficili da reperire quando ci si può fare la propria idea del mondo a partire dall’homepage del nostro browser? Riuscire a fare da tramite alla trasmissione dei dati è la rivoluzione di Google, non il ricavo dei dati stessi.
Come ho detto qualche post fa, la strozzatura che il Gigantebuono compie non è nell’erogazione della conoscenza, ma a monte. Del resto, se la realtà è sempre più un’opinione, non è sui fatti che bisogna avere il monopolio: basta averlo sulle statistiche.



[...] testuali governino la rete, non dobbiamo scordarci che il monopolio impalpabile del Gigantebuono su parole chiave e statistiche, che tanta paura ci fa, è molto più esclusivo nei suoi satelliti e nelle macchinine con [...]