IVAN – POESIA VIVA (Milano, Spazio Oberdan, 13/2/09 – 15/3/09)

Mi sono sempre piaciute le scritte sui muri (da ubriaco arrivo anche ad ammettere che mi piacerebbe che fossero legalizzate) ed il tono ingenuo e sognatore – a tratti anche politicizzato – degli aforismi – a tratti anche slogan – di Ivan non mi ha mai dato fastidio. Non è il mio genere per diversi motivi, ma ho sempre rispettato il proposito di condividere qualcosa di più di una tag o un adesivo con su una grafica pacco con la sciura della strada. C’è poi da considerare il coraggio che ci vuole a fare qualcosa di abbastanza fuori dal tempo, che proprio per questo motivo sa sia di vecchio che di giusto (mi riferisco all’usare la poesia ed il suo linguaggio). Ivan non c’entra un cazzo con i graffiti di New York, e non credo nemmeno sia un aspirante star dell’arte come Basquiat. Fondamentalmente mi è sempre piaciuto questo suo sbattersi il cazzo di appartenere al giro dell’arte contemporanea o di sfruttare le estetiche di quella underground, facendo una cosa semplice che male non fa, con l’entusiasmo necessario ed un approccio pasoliniano.
Scoprire che c’era una sua personale in programma allo Spazio Oberdan mi ha colto impreparato onestamente, sia per l’atipicità della figura sia perchè ovviamente ero scettico sulla scelta del posto. Alla fine mi sono ricreduto, visto che l’Oberdan non è un centro “arte contemporanea only” (ammesso che ne esista uno a Milano) ed è vicino ai milanesi. Tutto sommato, come estensione della strada ci può stare: si entra gratis, e quindi ci sono ancora più possibilità che alla fin fine sta cazzo di “casalinga di Voghera” ci vada a vedersela, la mostra, anche se non gli scrivi sotto casa. Niente conflitto di interessi, quindi.
Scartata la preoccupazione del fantasmatico Sputtanamento, c’è comunque di che aggrottare le sopracciglia. Tutto ok per quanto riguarda le stanze in nero con i gessetti a disposizione dei visitatori, che hanno trasformato l’interno dell’Oberdan in una sorta di Dauntaun del Leoncavallo (inserisco un “excellent” stile Wayne’s World) e pure le lettere di legno per comporre le proprie poesie (due tizie peruviane che mai e poi mai mi sarei beccato ad una mostra di arte contemporanea ci si stavano divertendo un casino – anche qui, ottimo), ma l’allestimento della mostra in sè non si può guardare.
La cosa bella delle scritte di Ivan è che sono semplici e leggibili, ed ecco che inspiegabilmente lui e la sua Art Kitchen ti coprono le pareti di scritte in gotico pacco (un rimando allo stile “street” che, per quanto con altri artisti sarebbe stato appropriato, è completamente assente nell’estetica di Ivan) e quadri imbarazzanti. Ci sono pure degli obelischi in legno con delle poesie avvolte attorno (che vi sfido a leggere fino alla fine, in quelle condizioni – io ho abbandonato l’impresa immediatamente).
Se vuoi arrivare diretto alla gente, perchè costringerli a decifrare un lettering ostico oppure a girare attorno ad un palo come dei coglioni?
A parte il paraculismo insito nella scritta “il vero poeta sei tu che leggi”, l’approccio generale “Che i bambini vengano a me” della mostra è tollerabile in virtù del proposito salvifico di emancipazione dell’uomo della strada di Ivan, che come ho detto prima rispetto in linea di principio (anche se lo condivido fino ad un certo punto). A non funzionare è il compromesso estetico con la struttura “museo”, l’esigenza di avere delle “opere” fisiche che occupino quello spazio sconfinato. Si salvano le installazioni multimediali (proiezioni, audio delle poesie), ma persino gli elementi di gusto come i lightbox con i ritratti fotografici di vari personaggi storici diventano degli ostacoli alla lettura delle poesie che ci sono stampate sopra.
Con delle pareti bianche di quelle dimensioni Ivan si poteva spremere fuori le meglio poesie, i meglio aforismi e vergarli grezzamente alla sua maniera nero su bianco, lasciando le lettere ed i gessetti per il pubblico a completare il tutto. Sarebbe stato una figata, anche se non una rivoluzione nella storia dell’arte (ma chissenefrega, alla fine). Così com’è, la sua personale mi sembra decisamente troppo caotica, sporchina. Non necessariamente un’occasione persa per veicolare il suo messaggio, ma di certo non il massimo delle sue potenzialità.




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