Let’s Forget about Today until Tomorrow (Milano, Brown)
(Dal 28 gennaio al 20 marzo 2009)
L’arte come discussione, una mostra come incontro. Il “brand progettuale” Brown espone per la seconda volta nel proprio spazio in via Eustachi, aprendo al pubblico le proprie riflessioni su simbolo e tempo.
Per capire meglio la mostra al Brown Project Space è opportuno fare una nota sul profilo di Brown la rivista. Fondata da Luca Francesconi e Luigi Presicce, entrambi artisti prima che editor, Brown ha sempre seguito una direzione editoriale ben precisa. La sua attenzione è sempre stata diretta verso la pratica artistica, piuttosto che verso il sistema dell’arte, e verso il confronto degli artisti tra di loro, prima che con il pubblico.
Il primo articolo pubblicato era una conversazione tra Eleonora Battiston e Carol Lu, incentrato sul rapporto dell’arte con l’eternità e sulle attività di alcuni collettivi artistici in Cina. La forma di conversazione, ed in particolare di conversazione tra pari – sia Battiston che Lu sono critiche, e gli artisti vengono di solito intervistati da altri artisti – è particolarmente cara alla rivista, così come il confronto con il tempo. Arrivati al terzo numero ed alla seconda mostra, Brown continua a rinnovare il suo interesse per queste cose.
Let’s forget about today until tomorrow si sviluppa attorno ad una sorta di questionario proposto dal curatore Marco Tagliaferro a quattro giovani artisti italiani (Francesco Barocco, Loredana Di Lillo, Giulio Frigo, Alessandro Piangiamore), i quali hanno investigato ciascuno il proprio rapporto con il simbolo e con la pratica artistica.
Il risultato sono quattro opere che dialogano con lo stesso spazio e tra di loro, seguendo due direttrici. La prima è tesa tra le opere di Frigo e Barocco, che recuperano segni e figure antiche e le rimettono in gioco sul piano sensuale. Il primo ha teso due fili viola attraverso lo spazio della galleria, i quali spartiscono lo spazio e decretano il centro di un’invisibile sfera che contiene l’intero ambiente (ma è virtualmente infinita), il secondo bilancia gli spazi vuoti creatisi con il volume leggero ma compatto della propria scultura, costituita da quattro esagrammi provenienti dall’I-Ching e resi tridimensionali.
La seconda opposizione è tra i lavori di Di Lillo e Piangiamore, che si confrontano con l’immagine e la sua deriva nell’immaginario, tra storia e memoria. La prima utilizza paesaggi o ritratti trovati, divisi in ordine cronologico ed incasellati in cornici di dimensioni diverse, lasciate sul pavimento appoggiate al muro. Il secondo riflette sulla tradizione paesaggistica e scorpora in un collage due parti della stessa immagine.
Il confronto con il passato, con la memoria, con l’autorità dialettica del simbolico – qualcosa che non è solo moderno, ma anche religioso – è qualcosa di inevitabile per i quattro artisti, ma tutti palesano un desiderio di riappropriazione della sensualità della propria opera, del proprio fare. Con “fare” non intendo la manualità, ma il controllo sull’esperienza di artista e fruitore. Accettare la pesantezza dei significati dei segni, riconoscendone il fascino, può essere un modo per concentrare la propria attenzione di creatori sulla processualità, sulla messa in atto.
(pubblicato su exibart.com)