Nathalie Djurberg – Turn into Me (Milano, Fondazione Prada)

arte

(Dal 19 aprile al 1 giugno 2008)

La natura come una madre impietosa ed una sadica burattinaia. La vita come una selva oscura e mortale. Se spesso la videoarte è fredda, questa volta alla Fondazione Prada i video di Nathalie Djurberg si guardano con la pancia, ed anche con il resto del corpo.

Vedere delle animazioni stop-motion in uno spazio per l’arte contemporanea è un po’ una sfida, non si sa bene come prenderle. Sarà per questo che non succede molto spesso, e sarà per questo che il successo internazionale di Nathalie Djurberg (Lysekil, Svezia, 1978) può stupire. Ma i suoi video fanno parte delle collezioni pubbliche del Moderna Museet di Stoccolma e del Guggenheim di New York e, tra mostre e biennali, hanno girato il mondo. Per la sua personale alla Fondazione Prada, è uscito anche un libro di Germano Celant.
I video dell’artista svedese, interamente realizzati da lei, sono animazioni di plastilina dall’estetica ruvida, il cui stile è ispirato più da artisti russi che dall’infallibiltà professionale di Wallace e Gromit. Se non raggiungono l’impeccabilità tecnica, trasmettono comunque una visceralità inquietante, catalizzata dalle musiche del compagno dell’artista Hans Berg.
I temi ed i personaggi della Djurberg sono legati ad un’immaginario fiabesco nel quale fanno irruzione sesso, perversione e violenza, mentre la moralità viene esplorata attraverso una simbologia che ricorda gli scritti di George Bataille (o i peggiori casi di cronaca nera). La tortura è sia subita che autoinflitta, i rapporti sono carnali e morbosi, spesso familiari, ma gerarchici. Il corpo è squassato da manifestazioni d’amore isteriche e goffe, letteralmente disintegrato dai propri istinti più naturali. Da una parte c’è l’intimità casalinga, dove il rapporto madre-figli finisce invariabilmente per consumare una delle due parti (It’s the Mother, 2008), dall’altra c’è il mondo di fuori, una foresta brulicante di vita minacciosa, regolata da leggi agghiaccianti nella loro semplicità. Vi si uccide, vi si è uccisi, e vi ci si uccide (Turn into Me, 2008).
L’aspetto più intrigante della mostra alla Fondazione Prada è forse l’allestimento scenografico, a partire dal feltro che dal pavimento abbraccia l’entrata nella sala. Il comune denominatore della foresta, con le sue casupole e caverne, è l’ideale per rendere l’atmosfera fiabesca, sia privata che naturale. La casupola, la grande “patata” caverna, ogni installazione ha una funzione diversa che non è necessariamente quella di contenitore dei video. L’installazione più seducente, a livello scultoreo, è il gigantesco corpo di donna del quale vediamo emergere una mano, i piedi e la parte inferiore del busto. La sua vagina ed il suo ano dischiuso (un occhio video cieco, riferimento a Bataille) sono protesi verso il visitatore in un invito lascivo, ma indifeso.
Per quanto i video della Djurberg siano in sè piuttosto inquietanti, è questo ambiente, con la sua grammatica espositiva non scontata, a rendere l’esperienza completa. A stimolare i sensi non ci sono solo i video con i loro suoni, ma anche gli odori e la consistenza della scenografia. Se ci vuole un valore aggiunto perchè delle animazioni stop-motion siano a proprio agio in uno spazio come la Fondazione, questa resa lo fornisce.

(pubblicato su exibart.com)




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