Non solo puercos

Come fatto notare dal compare Kaiza, c’è una certa esigenza di ribattezzare l’influenza suina in “influenza messicana”. Tra le persone più lanciate in questa puntualizzazione troviamo i produttori di carne, e non è proprio una sorpresa. C’è però chi la pensa diversamente, e tramite Rekombinant mi sono beccato un articolo di Mike Davis, il famoso urbanista già autore di un libro sull’aviaria.
L’autore di Planet of Slums scrive questo:

“Dopo i primi decessi da H5N1 nel 1997 a Hong Kong, l’OMS, con il sostegno della maggior parte delle autorità sanitarie nazionali, ha promosso una strategia focalizzata sulla identificazione e l’isolamento di un ceppo pandemico all’interno del raggio del focolaio iniziale di azione, puntando sulla successiva somministrazione di massa di farmaci antivirali e vaccini, per avere la meglio sulla nuova infezione.
Una legione di scettici ha criticato l’efficacia di questo approccio per contrastare le nuove malattie di origine virale, dato che, con la globalizzazione i microbi possono volare in tutto il mondo (quasi letteralmente in caso di influenza aviaria) con una velocità superiore a quella con cui l’OMS o funzionari locali possono arrivare a reagire al focolaio originale. I critici hanno anche rilevato la primitiva e spesso inesistente rete di vigilanza necessaria per monitorare l’interfaccia tra malattie umane e animali, sacrificata, come la vigilanza sui derivati e quella sull’ambiente, sull’altare del “laissez faire”, tanto il mercato si regola da solo.
[...]
Il paradosso in tutto quello che sta accadendo è che tutto quello che ora è avvenuto è stato previsto con grande precisione, già sei anni fa, quando la rivista Science pubblicò un importante articolo per dimostrare che “dopo anni di stabilità, il virus dell’influenza suina del Nord America ha avuto un drammatico salto evolutivo”, infatti, dal momento della sua identificazione nella Grande Depressione, questo virus ha avuto solo una leggera deriva dal suo originale genoma. Poi, nel 1998, una ceppo ad alta patogenicità cominciò a decimare un allevamento nel North Carolina e da allora hanno iniziato ad emergere nuove e più virulente varianti, anno dopo anno, tra cui una di H1N1 che conteneva all’interno geni H3N2, un virus influenzale che si diffonde tra gli esseri umani).”

In pratica, cercare di limitare l’attenzione ad un paese solo (per tranquillizzare i consumatori e non dare un’ennesima botta ad un’economia globale già poco in salute, pompando dall’altro lato risorse anche troppo sostanziose e potenzialmente inutili in un vaccino estremo e localizzato) sembra essere un modo un po’ miope di agire.
Davis avanza anche un’altra questione cruciale: essendo il virus libero di viaggiare a velocità molto più rapide che in passato, ed essendo anche più prevedibile (e di fatto già previsto, in questo caso), l’unica è rendere le risorse antinfluenzali disponibili gratuitamente in tutto il mondo. Se le compagnie farmaceutiche si ostinano a tenersi stretti i vaccini, un mega-ordine di questi ultimi per mettere il cuore in pace agli americani lascia scoperta l’influenza in altre zone, mentre arricchisce i produttori di flu shots, che intanto hanno il culo parato dallo stato (il quale alla fine sarà accusato di incompetenza, o magari dovrà pagare, in caso di imprevisti). È un po’ come tirarsi la coperta sulla testa e lasciarsi scoperto il culo.




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