Peter Belyi – La Biblioteca di Pinocchio (Milano, Galleria Pack)

arte

(Dal 22 gennaio al 22 marzo 2008)

La demolizione dei sogni lascia dietro di sè scheletri monumentali (e costruttivisti). Rovine spettacolari e deserte, abitate solo dalla memoria. Sono le città che Peter Belyi ha costruito alla Galleria Pack, e ci ha messo anche del sacro.

“Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno” . Scrive così Jorge Luis Borges in La Biblioteca di Babele. Nel racconto l’umanità è intrappolata in un’enorme struttura a celle piene di libri apparentemente privi di senso e tra censure, culti e disillusione il protagonista approda a questa fiacca speranza.
L’imponenza scultorea de La Biblioteca di Pinocchio (2008), all’entrata della Galleria Pack, suggerisce una visione affine.
L’opera di Peter Belyi è costituita da scaffali parallelepipedi verticali in legno, carichi di libri dello stesso materiale. L’infinito è suggerito dall’altezza, ma la caducità dei trucioli e l’inservibilità dei libri denunciano una bugia degna di Pinocchio. Il burattino è bugiardo perchè promette una fruttuosa ed illimitata conoscenza lasciando invece con un’inutile ed ingombrante impedimento. La Biblioteca di Babele di Borges, che racchiude tutte le combinazioni dell’alfabeto possibili in libri dalle dimensioni sempre uguali, è allo stesso modo finita, per quanto sconfinata. La conoscenza vi è resa non solo innecessaria, ma è ammutolita da una dispersione totale.
Le promesse del Pinocchio architetto sono simili anche a quelle dell’Unione Sovietica, che al posto della grandezza della Rivoluzione d’Ottobre e dei monumentali progetti di Vladimir Tatlin si è popolata di architetture modulari, ma rese barocche ed innecessarie dalla propria decadenza. I due giganteschi Mausoleo Tipo (2008) dell’artista, enormi modelli in cartongesso raffiguranti edifici semidistrutti, somigliano a ziggurat per la tensione verticale e geometrica e ricordano le piramidi per la propria funzione funeraria. Sono architetture che risultano sarcofagi per la propria inservibilità, abitate ormai solo dal ricordo e dalla storia delle persone che vi hanno vissuto dentro ed attorno.
Con Il Mio Micro-Quartiere (2004) Belyi costruisce dodici palazzi in scala, fatti di diapositive. Alcune di esse sono retroilluminate da lampade alogene poste all’interno delle strutture portanti, che sono parallelepipedi. Il paesaggio ha una desolazione quasi da Chernobyl, ma c’è ancora qualcuno, una storia che sopravvive, almeno nella traccia un po’ spettrale del ricordo. Se la memoria nel Merzbau di Kurt Schwitters viveva in oggetti dalle forme più diverse e dava luogo ad un’architettura rampicante, organica e prolifica, quella di Belyi è discreta e vive in moduli incasellati, riferimento alla standardizzazione dell’edilizia popolare nella Russia degli anni ’60 e ’70.
Standard e memoria coesistono anche nelle Cartoline di Ferro (2008), nell’ultima stanza della mostra, che mostrano superfici diverse invecchiare ed arrugginire ciascuna a suo modo, nonostante il formato identico della cartolina e il comune dispenser che le ospita. Anche se non disitinguiamo niente, possiamo indovinare che anche dietro a quelle immagini ci deve essere lo zampino di Pinocchio.

(pubblicato su exibart.com)




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