Pittura Analitica – I percorsi italiani 1970-1980 (Milano, Museo della Permanente)
(Dal 30 Novembre 2007 al 06 gennaio 2008)
Il linguaggio pittorico scomposto e presentato di per sé stesso, senza filtri retorici. Colore, superficie, linea. Cosa rimane dopo un decennio di liberazioni rivoluzionarie? Pittura, solamente la pittura.
La mostra in via Turati mi ha fatto venire in mente una frase che Brian O’Doherty, artista irlandese, ha scritto in un saggio e che era più o meno così: “Il minimalismo ha ucciso la metafora”. I pittori analitici, che tanto devono a quell’arte ed al concettualismo, non indulgono a metafore e se a “figurativo” viene contrapposto quasi sempre un generico “astratto”, mi sembra giusto puntualizzare una cosa. Gli artisti raccolti alla Permanente si sono impegnati nel difficile (e paradossale) proposito di creare l’equivalente pittorico, sensuale dell’arte concettuale: qualcosa di cosciente della propria articolazione come linguaggio, ma veicolo di nessun messaggio. Scevro da interpretazioni, crudo nella propria evidenza, ma bello. Nè l’ironia di Klein, nè l’espressività di Kandinskij, solo esemplificazione della pittura: un passo oltre la retorica che sopravvive in molta arte astratta. Gli artisti sono selezionati in quel decennio particolare, i ‘70, che ha visto il periodo migliore del movimento. È una raccolta di gesti risoluti e, in alcuni casi, risolutivi. Le grammature di colore di Elio Marchegiani, i tratti tridimensionali di Pino Pinelli, le tele ritmate dai colori di Giorgio Griffa, le campiture monocromatiche di Gianfranco Zappettini. Elementi singoli, primari (colori come blu, rossi, giallo, bianco e nero) ed isolati che si presentano nella loro fisicità, nel fascino dei materiali (lavagna, il plexiglass di Marco Gastini, cartone, tela). L’entusiasmo analitico abbraccia la lettera più che la parola, l’alfabeto più che il dizionario. Il movimento (Pittura Analitica o Pittura Pittura o Nuova Pittura) era di livello internazionale, ma non ottenne mai gli onori più alti. Si dice sia stato per la freddezza quasi scientifica, per la morte dell’autorevole Filiberto Menna, che lo sosteneva, e per l’incisività con cui si imposero Strutturalismo e Transavanguardia.
La mostra, al piano di sopra, è contemporanea al Premio Agenore Fabbri, al piano terra, dove è stata ritagliata anche Nuova Pittura, una sezione curata da Klaus Wolbert (presidente della Fondazione VAF di Francoforte, che ha collaborato alla retrospettiva), dove troviamo artisti come Dadamaino e Mario Schifano, più caldi ed emotivi degli analitici più stretti. Probabilmente questa selezione è stata pensata come raccordo tra le opere del primo piano ed il premio, dove prevale un dialogo con i new media che Giorgio Bonomi, storico sostenitore del movimento intervistato da Exibart, ipotizzava come proficuo anche per gli analitici (anche se in direzioni non figurative). Ciononostante, il passaggio tra una mostra e l’altra risulta abbastanza disorientante, anche per la presenza proprio al primo piano della doppia personale di Alvaro e Togo, che occupa una stanza sola e cozza un po’ con l’asciutta sobrietà dei pittori analitici, oltre a portare di fatto a quattro il numero di esposizioni in uno spazio che di solito ne ospita due.
(pubblicato su exibart.com)