Robin Kirsten – The Prada Cycle (Milano, Galleria Klerkx)

(Dal 28 gennaio al 7 marzo 2009)

Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa.

La personale di Robin Kirsten si apre inaspettatamente con dipinti di piccolo formato, simili tra loro sia nei colori che nelle forme. Le composizioni possono ricordare sia ritratti stilizzati, tra avatar ed emoticon, che paesaggi spaziali ed alieni, mentre i colori scivolano dal rosso al viola, dal caldo al freddo. Queste ambivalenze rendono le immagini simili ad allucinazioni, tra trip psichedelici, organismi unicellulari e pianeti interi in rivoluzione. Anche la processualità dietro al lavoro di Kirsten spazia da una fredda elaborazione al computer ad un intervento più caldo, prima con l’aerografo e poi con pittura ad olio.
Questa consapevolezza decisamente postmoderna dell’artista inglese ci introduce anche ad un’ironia che pervade tutta la mostra.
Per cominciare, Kirsten ha voluto trasformare (o almeno suggerirlo) lo spazio della galleria in una boutique di lusso, alterandone l’illuminazione ed aggiungendoci del profumo. La piccola dimensione dei quadri evidenzia inoltre il loro status di oggetti, mentre la sproporzione tra lo spazio semivuoto del white cube e la loro fisicità ne accentua la preziosità. Infine, per dare un tocco più dissacrante ed esplicito a questa ironia di fondo, l’artista è intervenuto con delle bombolette spray sulla superficie di alcuni quadri, inizialmente esclusi dalla mostra, scrivendoci sopra frasi come “BUY ME” o “NOT ME”.
Ma se l’ambiguità visiva e processuale dei dipinti è qualcosa di sottile, quest’ultima aggiunta (per quanto crei un bel contrasto) può risultare come l’impaziente sottolineatura di uno scherzo iniziato con calma, il gesto isterico di chi deve affrontare, volente o nolente, il mercato dell’arte. L’impronta stilistica di Kirsten viene così oscurata in favore del violento grido sommerso per l’autoaffermazione economica, e le sue carte vengono scoperte a metà partita.
La critica interna all’arte, soprattutto se rivolta ai suoi meccanismi economici, non è cosa nuova, ma quello che colpisce in questo caso (e che, a seconda dei gusti, potrebbe essere intrigante o fastidioso in questa mostra) è l’accelerazione dello scherzo boutique, la caricatura estrema affiancata ad accorgimenti sottili come luci e profumo, che rischiano così di essere sminuiti per contrasto. Non è più chiaro se l’oggetto della personale siano i dipinti, lo spazio boutique della galleria o l’ironia che vi è sospesa. Nel secondo e nel terzo caso la processualità e la poetica dei lavori di Kirsten verrebbero ridotti ad accessori, in modo simile a quando, nel padiglione tedesco della Biennale di Venezia del 2005, le sculture di Thomas Scheibitz non potevano più essere viste in maniera neutrale dopo essere stati coinvolti nel balletto This is so contemporary organizzato da Tino Sehgal. Ma mentre il sarcasmo di Sehgal in quell’occasione sfidava il sistema dall’interno, l’autoironia di Kirsten sembra più un sintomo di insicurezza.

(pubblicato su exibart.com)




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