SHOOTING SILVIO di Berardo Carboni (2007)

Uscito ormai due anni fa con poche fanfare, l’opera prima di Berardo Carboni (che racconta la storia di un giovane determinato a levarci dal cazzo il Berlusca nel più drastico dei modi) è tornata più recentemente sui media per via della controversa cancellazione della sua seconda replica dal palinsesto di SKY. Secondo il regista è colpa dell’argomento scomodo, quelli del network invece sostengono che si tratti di puro business, siccome alla prima messa in onda non se l’era cagato nessuno. Un fatto è che, dopo averlo visto, molti deputati del PDL hanno iniziato a guaire come cagne in calore e, casualmente, il film è sparito. Un altro fatto però è che i sopracitati zelanti difensori del premier non hanno capito un cazzo di Shooting Silvio e del suo vero potenziale.
Ma iniziamo dall’inizio, cioè dal film. Shooting Silvio è una sorta di noir low-budget costruito integralmente attorno al suo protagonista, una sorta di annoiato comunistoide bohemienne, orfano ma sfondato di soldi, che si diverte a scriversi ed autopubblicarsi libri che poi brucia davanti agli amici “eccentrici” alle feste che organizza nella sua megavilla nel centro di Roma. Mollato dalla sua mediocre ragazza e deluso perchè i suoi amici non vogliono prendere parte ai suoi stantii progetti letterari pseudo-rivoluzionari, si convince (non prima di averci annoiato con sequenze introspettive poco convincenti) che l’unico modo per fermare Silvio Berlusconi (la principale causa del Male che stiamo vivendo) sia sparargli in faccia.
Il resto del film è una serie di sviluppi confusi ed a tratti innecessari, atti a convincerci che l’inguardabile Kurtz (questo il nomignolo con cui il protagonista, in un egotrip meta-cinematografico piuttosto prevedibile, si presenta ogni volta) stia avvitandosi in una spirale ossessiva che lo porterà all’alienazione prima ed all’autodistruzione poi. Nonostante Kurtz sia in effetti l’unico vero personaggio del film e tutti gli altri siano solo accessori bidimensionali che accompagnano la sua deriva – anche se ovviamente, visto lo spirito del film, sono in realtà quasi tutti dei cazzo di oracoli pronti a dispensare banali perle di saggezza – l’effetto straniante della pellicola è intralciato dall’imbarazzante interpretazione sia del protagonista che delle sue controparti (la cosa più triste è Alessandro Haber nella parte dello schiavetto filippino). A catalizzare l’attenzione, nostro malgrado, si intromette anche la pretenziosità delle scelte estetiche e dei dialoghi, ridondanti ed affettati ben oltre la soglia dell’imbarazzo (su tutte forse la scena in cui Kurtz parla con il fucile con cui vuole ammazzare il Berlusca).

Intendiamoci, tecnicamente ed esteticamente Shooting Silvio è un pregevole esempio di produzione low-cost fatta valere al meglio, ma è tutto il resto ad essere insopportabilmente pretenzioso e didascalico, a partire dal bianco e nero. Se poi ci aggiungiamo le innumerevoli inserzioni di materiale di repertorio preso da Blob e documentari vari, a dare un tono ibridamente informativo al tutto, c’è di che essere confusi.
Nonostante questo, non è che proprio tutto sia da buttare. Coscientemente o meno, l’odiosità del protagonista ed il finale di Shooting Silvio (che non vi brucio in quanto in effetti risolleva un po’ il film) contribuiscono ad una riflessione costruttiva sul rapporto che ogni italiano ha con il premier, e cioè la proiezione su di esso. In un passaggio del film Travaglio (sì, compare pure lui, intervistato da un Kurtz dall’aria annoiata) cita Gaber, ricordandoci che a far paura “non è Berlusconi in sè, ma Berlusconi in me”. L’ossessione del protagonista si rivela alla fine un sintomo analogo all’atteggiamento dei media, una santificazione in negativo dei lati più umani di un uomo che non sentiamo più come una distaccata figura istituzionale, ma come una persona con cui è fin troppo facile simpatizzare o identificarsi. La vera vittoria di Berlusconi è l’aver creato il populismo perfetto, una delegittimazione della carica pubblica che serve sia a dare un’illusione di democrazia che a renderla innecessaria. Se lo farebbe il tuo benzinaio, può farlo anche il tuo Presidente. Se lo faresti tu, può farlo anche lui.

Tornando al caso SKY, non penso che si possa tacciare il film di incitamento alla violenza (e tantomeno censurarlo per questa ragione, ma questo anche per altri motivi). Ma il potenziale che gli indignati deputati del PDL hanno sottovalutato è esattamente l’opposto.
Berlusconi dovrebbe proiettare Shooting Silvio sugli schermi ai suoi comizi, dovrebbe distribuirlo in DVD alle cene invece di spendere una fortuna in rolex e collier. E questo perchè è un film imbarazzante: di fatto il regista ed il suo protagonista ne escono peggio del premier. Questo film è la sbronza di un cinefilo, con tutte le classiche remore da intellettuale sinistroide, pieno di virtuosismi fotografici ingiustificati e citazionismo vanaglorioso. Il protagonista ricalca così pesantemente ogni clichè del borghesuccio de sinistra (compresa l’eccentricità ad ogni costo ed un impegno sociale pari solo al suo egocentrismo) che è impossibile empatizzare con il suo solipsistico egotrip di alienazione dagli affetti (che sarebbe la profonda ragione che lo spinge a cercare nell’omicidio del premier una salvezza redentrice). Il ritratto di una generazione pressapochista, invaghita di simboli sbiaditi che non le appartengono (lo stereotipo più banale è la maglietta del Che che Kurtz indossa in una delle scene finali) è così nitido che fa spavento. Se la risposta ad uno stato di cose governato da logiche da reality e capitalismo è un fiacco citazionismo ed una pretenziosità masturbatoria, allora siamo davvero fottuti. La premessa di Shooting Silvio è: siamo nelle nostre mani. E la sua risposta è: facciamoci una sega.
(Se volete leggere una recensione meno confusa della mia e che sia sensata cliccate qui, se invece volete leggere un deludente ed ingiustificato elogio – più sul prodotto cinematografico che sul contenuto del film – leggete qui)
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