Stand-up for your rights

“One thing is true: you ain’t going back to Europe and I ain’t going back to Africa. We got too much going here!” – Godfrey Cambridge
Una delle cose di cui non mi stancherò mai è la stand-up comedy. Il comico che sale sul palco presenta il meglio del proprio corpo e della propria mente, esibendo tanto la propria fisicità che la propria logica stringente. Ha solo sè stesso, perchè solo attraverso di sè può essere convincente. Affronta il pubblico con tutto il coraggio che ci può volere a denudarsi davanti a degli sconosciuti, a sfoderare i propri peggiori difetti ed i propri migliori pregi. E, siccome sono i difetti quelli più divertenti, un comico basso darà in pasto al pubblico la propria statura, uno brutto parlerà del suo onanismo cronico, un ciccione parlerà delle proprie abbuffate compulsive.
La stand-up comedy apre la mente al punto di vista di un’altra persona, ribalta le cose con la disinvoltura del comico e la forza del confronto. A parte i burattini di Jeff Dunham e pochi altri casi, il comedian si presenta come sè stesso, una persona con un modo di muoversi e parlare che sono tanto più studiati quanto più sembrano naturali. Quello che appare con un flusso di coscienza è una macchina rodata in anni di fallimenti, imbarazzi e correzioni per rendere una punch-line più forte, una routine più fluida. Il ritmo è la cosa più importante, come nella musica (ma forse più che altro come il jazz, che secondo Maurizio Milani va “fatto male”, come la sua comicità). I migliori comedian sono capaci di sfumare da un argomento ad un altro senza che il pubblico ci faccia caso, altri (su tutti il defunto George Carlin) separano un pezzo dall’altro e lo introducono seccamente prima di lanciarsi in scioglilingua e frasi labirintiche senza mai impappinarsi.
Dal vivo, se siete fortunati, potete vedere come i professionisti – o i meno affermati – gestiscono gli heckler (disturbatori ubriachi) di turno, costringendoli a volte ad abbandonare la sala per le frecciate. Gente come Larry David è famosa perchè se ne andava dal palco se il pubblico non gli piaceva, ma la maggior parte dei comici si lavora l’audience (con la complicità dei due drink obbligatori) con il proprio savoir fair, gli ammiccamenti ed all’occorrenza i cosiddetti “dick jokes”, che vanno sempre bene.
Dati il carattere multirazziale degli USA, dopo i difetti quello che funziona meglio nel comedy act è lo stereotipo etnico. È qualcosa a metà tra un pregio ed un difetto, perchè se da una parte la tua heritage africana, messicana, italiana (col suffisso hyphenated -american) ti inquadra in un clichè facilmente replicabile, irrigidendoti in un perpetuare tradizioni e stili di vita caricati, dall’altro ti dà un credito ed un appeal spendibili sul palco. Se sei nero puoi permetterti di usare la N word, mentre se sei messicano puoi scimmiottare lo spanglish e fare umorismo sull’immigrazione. Eccetera.
Per ovvie questioni storiche l’etnia più controversa, anche nella stand-up comedy, è quella afroamericana. Molti dei più acclamati comici degli ultimi 50 anni sono neri, e ciascuno ha dato del suo all’immagine della categoria, con risultati più o meno positivi o responsabili: Godfrey Cambridge, Redd Foxx, Dick Gregory, Bill Cosby, Richard Pryor, Eddie Murphy, Chris Rock, Dave Chappelle.
C’è chi ha presentato la famiglia nera come tutto sommato simile a quella bianca, preparando secondo alcuni il terreno ad Obama (Cosby) o chi invece è molto duro sui difetti dei giovani afroamericani e distingue tra “blacks” e “niggers” (Rock). C’è chi smette di dire la parola con la N dopo un viaggio in Africa (Pryor) e chi rinuncia a contratti milionari per paranoia e remore sulla responsabilità sociale dei propri sketch (Chappelle). E poi ci sono personaggi come Gregory, che oltre ad essersi distinto in passato come attivista per i diritti civili pratica anche un regime nutrizionista estremo per cui si nutre solo di frutta cruda (e pensa che bandira la parola “nigger” sarebbe “distruggere la storia“).
Un’altra frangia di comici più marcatamente “black” è composta da Steve Harvey, Cedric the Entertainer, Bernie Mac ed in generale gli Original Kings of Comedy dell’omonimo film/evento diretto non a caso da Spike Lee. A rappresentare il gentil sesso non ci sono invece molti esempi colorati di successo, ma uno su tutti è Wanda Sykes (che tra l’altro si fa portavoce anche della minoranza lesbica).
Come potete intuire non c’è un’unica immagine della realtà razziale americana che emerga dalla stand-up, ma alcune correnti sono piuttosto evidenti. Il rapporto con lo stereotipo razziale è stretto ed è difficile trovare esempi di comedian che non prendano una posizione a riguardo, anche non dichiarata. A questo proposito mi ha molto interessato leggere un po’ di tempo fa questo post, che annuncia l’uscita di questo film.
The Awkward Kings of Comedy sembra proporsi come una sorta di faccia alternativa della black stand-up, esibendo personaggi poco conosciuti e decisamente non allineati con la squadra di Spike Lee. Senza nulla togliere a Bernie Mac (RIP) e compagnia, sono curioso di vedere che punti di vista ne escono. Ed a testimonianza del fatto che dopo tutto gli USA sono un gran posto e che sul palco di un comedy club si può davvero vedere chiunque, uno dei comedian nel film è un albino (un nero albino, di quelli che in alcuni paesi africani vengono ammazzati, perchè porta fortuna). Che direi batte anche il gay iraniano che ho visto esibirsi a San Francisco e che pensavo non sarebbe potuto esistere che lì.

