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AUTORIALITA’ ED AUTOREVOLEZZA: ALFABETO ANALITICO

Monday, October 8th, 2007
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1.2. Riflessioni generali su comunicazione e messaggio nell’arte e nei mass-media

1.2.1. Introduzione

Ci succede sempre di avere pregiudizi e di discriminare questa o quella forma espressiva.
É un fatto dovuto al contesto in cui ce la presentano, a chi ce la presenta, a chi l’ha fatta, alla nostra educazione più o meno raffinata ed ai nostri preconcetti, più o meno inculcatici in ogni parte della nostra vita, a favore o contro il sistema dell’industria culturale (alla quale Horkheimer e Adorno hanno dedicato un arrabbiatissimo saggio negli anni ’40, intitolato, appunto, L’industria Culturale).
É abituale, infatti, per ogni persona che tragga piacere dall’intrattenimento (incosciente, cosciente o critico), filtrare o meno le proprie percezioni e regolare la propria ricezione verso le fonti che lo forniscono. Ognuno di noi cerca di scremare il più possibile la massa di informazioni che riceviamo, che siano esse riferite oppure evocate o suggerite, in base a ciò che rientra nei nostri interessi o nei nostri schemi mentali.
Questo ci spinge a discriminare alcuni prodotti invece di altri, a noleggiare questo o quel film, a spendere o meno i soldi per il biglietto di quella mostra o per comprare quel libro o quello di fianco. In base a come siamo cresciuti facciamo più o meno differenza tra un prodotto d’arte ed un prodotto di semplice intrattenimento, o ancora un prodotto mediatico che ci informi, ci formi e ci acculturi senza sforare in campo artistico.
Sono differenze che emergono solo in certi settori della comunicazione (artistica o meno), su terreni comuni sia ad artisti che a comunicatori. Ormai il calderone (multi)mediatico, che trova la sua espressione più sconvolgentemente democratica in Internet, ha abituato un po’ tutti ad avere a portata di mano la cultura in diversi ambienti contemporaneamente, confondendo il regno del contesto che è stato la norma per così tanto tempo.
Ormai c’è poca differenza tra come agisce un artista e come agisce invece un politico, un giornalista, un comunicatore che si serve dei mass media. Ci sono indubbiamente ancora delle forti divergenze, ma ritengo più interessante riflettere sul modo in cui lo spettatore percepisce in maniera diversa i due tipi di messaggio, visto che ritengo che quando Duchamp disse che “l’opera d’arte è fatta dagli occhi di chi guarda” avesse più che ragione.

1.2.2. Lo spettro interpretativo

La differenza fondamentale tra le proprietà del significato di un opera d’arte e quelle di un articolo giornalistico, un telegiornale o un documentario televisivo (o anche di un pamphlet) è la grandezza di quello che potremmo definire lo spettro interpretativo (uso la parola spettro perchè rende l’idea dell’infinità di sfumature che può assumere una frase o una combinazione di immagini e suoni).
L’esperienza viene riesumata, suggerita, attinta da un bagaglio precedente nel fruitore di un quadro, mentre lo spettatore di un telegiornale (spettatore è un termine tipicamente mass-mediatico e diventato ormai obsoleto in termini artistici), come prima cosa, viene raggiunto ed incamera un’esperienza esterna che potrà fare sua a proprio modo, ma in maniera riflessa e quindi meno viscerale.
Lo spettro interpretativo di un’opera d’arte è tanto più ampio tante più immagini e sensazioni l’artista riesce ad evocare, in maniera definibile solamente in funzione dell’esperienza personale di chi la guarda/sente/vive.
A chiunque di noi sarà capitato almeno una volta nella vita di aver trovato poco soddisfacente l’interpretazione di una creazione artistica spiegata dal comunicato stampa di una mostra o in un museo in favore di una propria, emersa dal proprio immaginario grazie a particolari lasciati magari casualmente dall’autore.
Potremmo dire che il lasso di tempo in cui cerchiamo di decodificare il messaggio dell’artista (perchè il messaggio artistico è -quasi- sempre un messaggio in codice, una figura schermata e filtrata che deriva da pulsioni altrui eppure, nei migliori casi, condivisibili perchè universali) è l’unico vero momento di (com)partecipazione all’opera.

1.2.3. La risposta

Un giornalista o, ancora meglio, un pubblicitario (figura che più di tutte somiglia all’artista quanto a mezzi usati, e per molti versi lo è) sa benissimo cosa vuole che il suo target capisca, anzi, è tanto più bravo tanto più ristretto è lo spettro interpretativo del proprio lavoro.
Questa è un’altra fondamentale differenza tra messaggio mass-mediatico e artistico: lo scopo.
Per quanto si faccia arte in tutto il mondo per i più svariati motivi, non è un dato scontato che l’artista si aspetti risposte evidenti.
L’arte, in fase di creazione, è molto spesso una necessità naturale e soprattutto spontanea e l’artista è un modo di essere prima che una professione. La soggettività è un aspetto decisamente banale, ma fondamentale, di ogni prodotto artistico.
La componente autoriale è uno dei principali catalizzatori di influenza di un’opera. Nonostante questa componente vada perdendo importanza rimane un aspetto fondante a monte di praticamente ogni iniziativa d’arte, per quanto sincronica e corale.
Il comunicatore pubblicitario, o il politico, dicevamo, si aspetta al contrario, oltre ad un cospicuo assegno a fine mese, una reazione precisa di soggetti mirati (gergo appropriato) esposti al suo tipo di comunicazione.
La parola “target” è strettamente pubblicitaria, aliena al concetto di arte in quanto la personalizzazione dell’opera, che avviene in fase di creazione, si scioglie in una depersonalizzazione nel momento in cui diviene di dominio pubblico (nel più vero senso della parola) e viene offerta a chi la guarda.

1.2.4. Linguaggio

Un’altro aspetto che, molto spesso, divide arte da comunicazione mass-mediatica è il registro, il codice, il linguaggio usato.
Nell’arte non c’è limite alla cripticità (a volte impenetrabile, a volte frustrante, a volte ridicola), al numero di filtri che l’autore può mettere davanti a chi cerchi di godere del suo lavoro.
L’artista viaggia su tutti i piani che vuole, gli strati di comunicazione sui quali viaggia sono infiniti e spesso è la scelta di uno o dell’altro a determinare in se stesso il messaggio artistico di un’opera.
Secondo Marshall McLuhan (Understanding Media, McGraw Hill, New York, 1964, trad. it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967) il medium è il messaggio e, sempre secondo lui, l’artista è la persona ideale per padroneggiarli tutti e dirigerli da demiurgo o da regista per i propri scopi, in quanto figura spesso marginale alla società ed attenta alle tensioni sensoriali ed alle loro implicazioni.
Per quanto riguarda la sfera più commerciale, nel saggio di Horkheimer e Adorno del ’47 (L’Industria Culturale, all’interno di Dialettica dell’Illuminismo, Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, 1966, Einaudi, Torino) sull’industria culturale essi lamentano un abbrutimento dell’arte a mera variazione sul tema, un sostanziale ricamare del gergo sulle basi dell’idioma.
Se è l’idioma la base autorevole e comunicativa del tutto, allora il gergo deve essere la matrice di circoscrizione dello stile e dà luogo alle nicchie gerarchicamente equivalenti che oggi sono le sottoculture, molto spesso riconducibili ad una sorta di autorialità/stile condiviso, immediatamente sul piano mediatico e secondariamente sul piano del contenuto. Il mainstream, come è noto, dà uno spazio ben definito ad esse, modellato sulle percentuali di audience e quindi tende a presentare in maggior quantità prodotti che non abbiano caratterizzazioni sottoculturali e quindi si basino su un gergo il più esteso e pop possibile, non riconducibile a un’origine o a contesti definiti. Del resto, secondo Brian O’Doherty, nel mondo dell’arte lo stile è come l’etichetta in società.
Se da una parte c’è un uomo con un pennello (o una videocamera) in mano e tanta voglia di esprimersi, dall’altra ce n’è uno, di solito meno elegante ma meglio vestito, che deve far voltare la testa alla gente, distoglierli dalle loro vite anche solo per un attimo. É per questo che i mass-media devono utilizzare registri e codici che facciano capire che sì, è proprio con noi che stanno parlando e che sì, è quello che vogliono dirci.

1.2.5. Riconoscimento

La componente autoriale di uno spot televisivo o di una comunicazione giornalistica, anche quando firmata, è comunque spesso e volentieri sacrificata all’autorevolezza delle fonti, del registro, dello spessore della notizia.
É ironico che siano proprio gli “autori” dei programmi televisivi a non essere noti, mentre le personalità VIP sono quelle che presentano, che agiscono tra i paletti creati da altri.
Il concetto di autore, già visto qualche pagina fa, unisce la concezione, la realizzazione e la diffusione e questo cozza violentemente con l’esaltazione del contenuto in se stesso.
La catalizzazione di attenzione è comunque affidata ad un volto noto, ma si tratta di un processo di coinvolgimento basato sulla consapevolezza che non è solo quel che si farà/vedrà che importa, ma anche con chi si fa/vede, e che non comprende quindi il concetto vero e proprio di “autore” quanto di “accompagnatore”.
Il volto con il quale si identifica un programma, quello del VIP o del presentatore, è quindi da inserire come una feature aggiuntiva del contenuto, non come un riferimento autoriale.
Per quanto riguarda un politico, egli vuole che gli venga attribuita la potestà sulle idee e sulle azioni, ma la sua comunicazione si poggia a livello contenutistico, in un sistema bipolare o multipartitico nel quale si debba avvincere l’opinione pubblica, su dati statistici e giudizi esterni.
L’artista non cerca oggettività e la sua personalità richiama riconoscimento.
Nonostante ciò, esistono forme artistiche che per definizione si poggiano su basi autorevoli e ricercano dati informativi che ne decentrino il respiro.

VIRTU’, TRASFORMAZIONE E DECLINO (non necessariamente in quest’ordine) DELLA PAROLA

Monday, October 8th, 2007
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1. ARTE, FETICISMO, PAROLA

É indubbio che l’arte sia un po’ (quasi sempre) una questione di feticismo.
L’ossessione produttiva degli artisti (pittori, scultori, designer, pubblicitari, video-artisti, registi, street-artists, stilisti, grafici) basa sè stessa e l’intero sistema dell’arte.
La rivoluzione concettuale del modernismo, che ha aperto la vera era di contemplazione dell’oggetto d’arte, creando con il sistema del white cube l’unico contesto a-contestuale ed autocontestualizzante concepito esclusivamente per essa, non ha nemmeno scheggiato il sapore feticistico dell’opera.
La tensione all’incorporeità attraversa ed ha attraversato il mondo dell’arte istituzionalizzata (si pensi al francese Yves Klein, che vendeva “sensibilità artistica” od al nostro Piero Manzoni, con il suo piedistallo del mondo), ma non è stata mai legittimata realmente ed accettata se non, appunto, in rari casi.
L’aura di lirismo che circonda qualsiasi ambiente che odori di arte, così come la carica significativa, il potere di evocazione, la fisicità sensuale di qualsiasi manifestazione della creazione umana, sono solo un accenno rispetto all’astrazione totale che non è propria dell’arte in genere, quanto della scrittura.
L’universalità e la magia dell’alfabeto lo rendono molto di più e molto di meno dell’estetica: raggiunge una leggerezza ed un’astrazione superiori, ma contemporaneamente è un codice che sta cadendo in disuso, cedendo il passo a metalinguaggi visivi e multisensoriali, che la tecnologia a basso costo e di facile utilizzo ha fatto letteralmente esplodere per il mondo.
L’inerzia acquisita della parola può forse essere per essa un nuovo trampolino di lancio: l’inutilismo (tensione verso un’iconica innecessarietà pratica, e più specificamente verso una non-produttività) insito nell’arte-feticcio può essere traslato nella sua sincera leggerezza incorporea sul rudere alfabetico.

2. LA PAROLA NELLA RETE: NOONANISMO

Le immagini che hanno rimpiazzato la parola scritta, o la tendenza ad iconizzare anche quest’ultima, si manifestano nel loro grado più democraticamente intenso e demograficamente trasversale nel medium più inclusivo e pervasivo di tutti: la rete.
Ironicamente, la rete è ancora e soprattutto governata dalla parola scritta. Forse si parla delle accezioni della rete più banali, ma anche delle più usufruite.
Le chat prima ed i blog poi, strumenti che hanno creato i metalinguaggi visivi delle emoticon e delle gif animate, si basano ancora ad un 80% su parole. Parole che vengono investite dall’autorevolezza della diffusione totale, che va oltre il patinato industriale per confinare con l’oggettività obiqua della noosfera.
La scrittura su internet, come quella degli sms dei cellulari, ha la caratteristica di essere una scrittura orale. É molto simile, in questo, alle scritte sui muri. Del resto, la rete è molto facilmente paragonabile ad una città, solo con tutte (o quasi) le porte aperte. Un vicinato molto rumoroso, una strada dalla lunghezza molto più che chilometrica.
La differenza della parola in internet rispetto a quella che, proverbialmente, vola, è l’immanenza in uno strato temporale sospeso.
Il cosiddetto “log”, il listato che registra una chat o le operazioni di un computer e dal quale viene la stessa parola “blog”, è l’esempio di come anche una manciata di bit, se appena ha una storia, si fa corpo.
Il link, una parola che rimanda ad un altro testo, è un altro esempio della stratificazione immobile del verbo in internet.
Lettera, parola, log, storia, corpo. Feticcio.
Il popolare mezzo del “quote”, la citazione, è tipico della tentacolare referenzialità delle informazioni, ma anche del semplice appeal grafico, nelle comunità del web.
Ma è tra le pagine (mai ingiallite) dei blog che nasce il noonanismo.
Un blog, nella maggior parte dei casi, è un prodotto noonanistico in quanto individuale e collettivo insieme, è un focus ed un forum sul faceto. Anche se può tramutarsi tutto ad un tratto in uno strumento mediattivista.
Il noonanismo è il rotolarsi in una conoscenza stagnante ed autoreferenziale, l’elevazione del proprio pensiero in virtù di una maggiore condivisibilità dello stesso.
Internet è la Torre di Babele dei giorni nostri.
Su internet, la parola è storia immanente: convivono in una schiacciante contemporaneità sia i siti regolarmente aggiornati, vivi, sia i ruderi fossilizzati delle ere ormai morte. Basta pensare all’orrore che scaturisce quando clicchiamo su un sito degli anni ’90 (è come sorprendere i nostri nonni a fare l’amore) per capire che il concetto di memoria su internet è diverso dal nostro, e che il suo stridere sta proprio nel suo essere una memoria spaziale e non temporale, orizzontale più che verticale, paratattica e non ipotattica.
Su internet, grazie al noonanismo, verba manent.

3. ALIENAZIONE, MEMORIA, LIBRO E ROGO

L’alienazione (direi feuerbachiana) che fa del feticcio un dio e del dio un polo di privazione è implicita anche nell’atto stesso della scrittura, ma con meno compromessi.
Uno scritto sopravvive al proprio autore, uno scritto conserva l’idea che lo ha originato meglio di lui ed è per egli stesso un riferimento ed un monumento al proprio pensiero, la coagulazione dei propri sanguinamenti temporali. Lo scritto è chiuso e compiuto quanto aperto ed interpretabile, ha un autore ma non è di nessuno.
La sua struttura si sovrappone alla propria estetica che si sovrappone ad almeno uno dei propri significati.
Platone era un uomo di pensiero e di parola, ma la scrittura per lui era un pericolo per la conservazione del ricordo, così come le comunità sopravvissute all’olocausto letterario di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury bruciano i libri per conservare il loro vero essere incorporeo nella propria memoria. Perchè il libro è un feticcio anche lui, dopotutto.
Ogni parola scritta legittima il proprio oblio. Non c’è bisogno di una traccia permanente se c’è una traccia deperibile e materiale che possa testimoniarla, almeno fino ad un certo giorno.
La parola scritta conserva estetica e struttura, ma ogni significato (o quasi) è estraibile e conservabile in maniera indipendentemente dalla sua esistenza.
Il libro in sè è sacrificabile sia secondo Bradbury che secondo Platone, quindi.
L’uomo pensa, scrive, dimentica, si rilegge. E ripensa.
Chi ha determinato il secondo pensiero? É stato l’uomo o l’estetica delle proprie parole?
Qualcuno con un nome ed un cognome (Roland Barthes, autore nel 1968 di un saggio intitolato La Morte dell’Autore) era dell’idea che lo scrittore non è che un tramite tra la parola, che ha una vita e delle valenze, dei significati propri, ed il lettore. Uno scrittore (ma più di tale) come Jorge Luis Borges probabilmente era d’accordo.
La scrittura è fede, la parola è Dio.
Se “in principio era il verbo”, poi è venuta la Bibbia. Con essa il verbo ha trovato il suo contesto ed è quindi stato possibile dimenticarlo, così come è stato possibile rinchiudere l’arte nel suo ghetto dorato del cubo bianco fino ad oggi.
E, mi azzardo a dire, fino a domani.

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