Posts Tagged ‘america’

GRAN TORINO di Clint Eastwood (2009)

Wednesday, June 17th, 2009

Ogni volta che vedo un film di Clint Eastwood mi si smoscia un po’ lo stereotipo dello spietato cowboy che agisce solo per sè stesso, che tra l’altro mi derivava da anni ed anni di non guardare i suoi film. Gran Torino è stata un’ulteriore botta all’idea che fosse solo un conservatore con le palle gelide ed il fucile sempre in mano, almeno cinematograficamente. Il film si presenta imprevedibilmente come un mix 60% commedia etnica (dove il vecchio Clint è un vecchio bisbetico decisamente “grumpy” che pian piano si addolcisce stando a contatto con i vicini immigrati di etnia hmong – sì, un po’ Dennis La Minaccia) e 40% saggio sull’America (a metà tra Gangs of New York ed un comizio di Sarah Palin). (more…)

Stand-up Troopers

Saturday, June 13th, 2009
The Colbert Report Mon – Thurs 11:30pm / 10:30c
Formidable Opponent – Don’t Ask, Don’t Tell
www.colbertnation.com
Colbert Report Full Episodes Political Humor Stephen Colbert in Iraq

I have mixed feelings about the war. I support the war but I’m against the troops.” – Jeffrey Ross

A quanto pare supportare le truppe in USA va oltre il rosso o il blu. Un tempo c’era Bob Hope, adesso Drew Carey, Jeffrey Ross, Carlos Mencia. Ma anche Dave Attell e (udite udite) Stephen Colbert. Conosciuto per il personaggio del finto pundit ultraconservatore che interpreta sempre, Colbert si è fatto notare anche per la colossale presa per il culo dell’amministrazione Bush che fece alla cena dei corrispondenti alla Casa Bianca qualche anno fa. Vederlo in uniforme fa un certo effetto, soprattutto perchè il suo supporto ai militari USA è sincero, per una volta, e va oltre l’ironia tollerata con cui sbeffeggiava il Presidente a casa sua. Leggetevi la storia di quest’altro comico al fronte, che ha avuto la fortuna di incontrarlo. (more…)

“The world is a comedy for those that think”

Wednesday, May 6th, 2009

Questo è un video che ho fatto l’anno scorso e non ho mai messo su Youtube fino ad oggi. Prima che me lo tirino giù per violazione del copyright (come dovrebbero fare con il 98% dei contenuti se si attenessero al codice) dateci un’occhiata.

[Da YSkira.com] Alex MacLean – Over: The American Landscape at the Tipping Point

Tuesday, May 5th, 2009

Questo post lo riciclo da yskira.com, un blog che curo e per il quale ho scritto questa recensione.

(All photos © Alex MacLean)

Photographer Alex MacLean has been flying around the United States in his plane for a while now, taking aerial pictures that little have in common with the cold-hearted omniscence of Google Earth. Instead, they provide a beautiful, poetic, and yet compelling view of the ecological risks of suburban sprawl, uncontrolled industrialism, and the scarcity of environment-friendly energy sources. MacLean’s eye selects visually-amazing targets, to which he also attaches a rich statistical documentation to better outline a risky scenario: toxic waste, pollution, global warming, but also housing speculation and social isolation.

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THEY LIVE (1988) di John Carpenter [la risposta operaia a Matrix]

Wednesday, October 17th, 2007

Cosa succederebbe se un uomo scoprisse che il proprio mondo non è quello che ha sempre creduto, ma una costruzione artefatta per anestetizzare la folla dalla più grossa squarciatura anale nella storia delle inculate?
Se l’uomo fosse un hacker, un nerdaccio che fa notte giocando a Counter Strike e guardando pornazzi, bucando siti del governo invece di donne, probabilmente questi inizierebbe a vestirsi di pelle, si metterebbe degli occhiali da sole trendy e andrebbe in giro a saltare sui muri con dei fucili in mano. Se, invece, l’uomo fosse un corpulento operaio edile con dei jeans ed una camicia di flanella, capelli lunghi e tanta rabbia dentro, probabilmente si metterebbe degli occhiali da sole ed entrerebbe in una banca a sparare in faccia a chi dice lui.
Le analogie tra Essi Vivono (They Live,1988), di John Carpenter ed il ben più popolare Matrix vanno ben oltre gli occhiali da sole, ma la differenza (grossa) è fondamentalmente una: il primo è una versione decisamente più marxista e meno platonica del secondo, la versione operaia e terra terra, più hardcore del film dei Wachowski.
Matrix lo conoscete tutti, Essi Vivono necessita e merita due righe di introduzione:
Nada è un operaio che si trasferisce in una città, dove scopre che il mondo è controllato dagli alieni e che essi si nascondono tra gli uomini e sono riconoscibili solo tramite certi occhiali (che rivelano anche i milioni di messaggi subliminali nascosti ovunque), ideati da un’organizzazione clandestina che oltre a pigliare fucilate in faccia si adopererebbe anche a salvare il mondo, distruggendo i trasmettitori televisivi che diffondono gli ammorbanti messaggi dei subdoli padroni alle ignare masse, un compito che ovviamente solo il protagonista sarà in grado (insomma) di assolvere.
L’attenzione che i due film pongono sul media come nuova religione ed “oppio dei popoli” è simile, il media in questione no.
They Live è ancora legato ad una cultura televisiva, il computer, che in Matrix è fondamentalmente la cornice di tutto, non è praticamente considerato e la tecnologia avveniristica che viene rappresentata è inscrivibile in un immaginario fantascientifico tradizionale (alieni, teletrasporti, corridoi bianchi con porte a scomparsa), un po’ quella fantascienza alla quale un film come Matrix ha tirato uno schioccante calcio in culo. Il fatto che il mezzo di identificazione sia qualcosa come dei banali occhiali da sole, inoltre, è indicativo di tempi che erano e che non sono più (al momento la cosa sarebbe abbastanza ridicola).
Senza parlare di colonna sonora (una merda direi) e fotografia (a tratti di grande impatto, ma ovviamente molto meno “uniforme” rispetto al film dei Wachowski, visti ovviamente i tempi diversi e l’estraneità di effetti digitali) il film di Carpenter, tratto da un racconto breve, risulta divertente ed a tratti commovente, vedi la scena della scazzottata tra nada ed il suo amico nero, figura che ai tempi era ancora relegata ad essere la spalla storica del bianco standard dai capelli lunghi, prima che l’avvento di Morgan Freeman lo facesse diventare il mentore di turno.
I dialoghi e le situazioni di Essi vivono sono a tratti irreali ed al limite del ridicolo, le atmosfere sono però molto efficaci e le apparizioni degli alieni risultano inquietanti al punto giusto.
Da segnalare la frase più profonda che l’eroe pronuncia in tutto il film: “la vita è una gran puttana… ed è lì in agguato”, che traccia decisamente una linea tra Carpenter e le vibranti e decisamente più pretenziose profezie a mezzavoce del successivo film con Keanu Reeves. Nonostante ciò, il titolo They Live, e la frase che lo origina (“they live, we sleep”) incarna però la dimostrazione che le due pellicole sono due risposte alla stessa domanda. va detto che i protagonisti reagiscono in maniera molto diversa alla scoperta della verità: nada non ha alcun dubbio su cosa fare nè aspetta per farlo, incazzato e desideroso di vendetta più che di giustizia. Il sangue che scorre ad ogni occasione in “essi vivono” si oppone ai dilemmi morali, forse più umani, forse no, di Matrix. l’etica e la filosofia sull’ontologia della vita umana non hanno un grande spazio nel film di Carpenter. Nada non è un eletto, è un omaccione e per quanto sia estremamente sgamato, non schiva i proiettili e non si scopa nessuna divetta dark.
Pare che They Live sia più catartico che contemplativo, uno sfogo e non uno specchio per chissà che dibattito etico. Forse meno profondo ma più viscerale del malloppone con Keanu Reeves.
Non sono un fan di Matrix, e devo dire che Carpenter non è che mi abbia fatto entusiasmare più di tanto nemmeno lui con Essi Vivono, ma si tratta di un film striato di quell’ironia e di alcune atmosfere inquietanti ed evocative che valgono una visione, se non altro per chi volesse sapere come avrebbe reagito John Cena al posto di Neo davanti a due pillole colorate ed un coniglio bianco.

IN THE MOUTH OF MADNESS – IL CARPENTIERE DEL CINEMA

Wednesday, October 17th, 2007

Avevo già parlato di “They Live” (1988) di questo regista (decisamente) americano e dopo la visione di In the Mouth of Madness (1994) con Sam Neill ed uno sporadico Charlton Heston non posso che confermare il giudizio che ne avevo dato.

Carpenter è un po’ come vediamo gli americani: gente dal fare tra lo schietto e l’ignorante con la predilezione per le azioni eclatanti, con però una capacità di non prendersi sul serio meglio radicata rispetto a noi da questa parte dell’oceano. Caratteristiche come queste sono in pieno proprie di un altro regista statunitense come Micheal Moore, un personaggio pure lui che incarna l’immagine (ho detto immagine, non l’essenza… da europeo mai stato oltreoceano metto le mani avanti) dello Star Spangled Banner, nonostante venga considerato una serpe in seno. Ma parliamo di In the Mouth of Madness (Il seme della follia, in italiano), con due righe sulla trama.

John Trent è un investigatore che aiuta le assicurazioni a sgamare i truffatori, e ci riesce parecchio bene. Viene contattato da una casa editrice, la Arcane, che lo incarica di ritrovare, accompagnato da una tipina di nome Linda Styles (che magari 10 anni fa era vista come figa), il loro scrittore di punta, tale Sutter Cane, scomparso misteriosamente prima di consegnare il suo ultimo, attesissimo romanzo. Cane è uno scrittore horror, ispirato più che vagamente alla figura di Stephen King (del quale vende pure di più, scopriamo nel film), nonchè capo di una sorta di setta dedita alla distruzione della razza umana. Il suo ultimo libro serve per convertire definitivamente il suo miliardo di lettori, già nervosetti per il ritardo dell’uscita, in una legione della morte. Nel corso della storia Trent scoprirà, dopo essere arrivato alla città immaginaria di Hobb’s End (che sta nel New England, guardacaso proprio come la ormai famosa Castle Rock di Stephen King) che la realtà dei libri di Cane è molto più reale di quanto lui, personaggio tutto d’un pezzo e razionalista irriducibile, possa immaginare.

Questo, più o meno, è quello che succede – escluse le cose migliori che però non sto ad elencare in fase di trama, magari qualcuno non se l’è visto.

Raramente un evento di In the Mouth of Madness è scatenato da una frase brillante o da una furba mossa dei protagonisti, di solito prevalgono i “vaffanculo” ed i cazzotti in faccia e le psicologie dei personaggi sono ritagliate altrettanto grezzamente della mappa di Hobb’s End realizzata da Neill in un passaggio piuttosto oscuro della sceneggiatura. Anche le trovate più squisitamente horror sono spesso prevedibili ed a volte ridondanti (la scena in cui Neill non riesce a fuggire da Hobb’s End, trovandosi sempre al punto di partenza, è un esempio). Quello che voglio dire è che, come in They Live, la forza della narrazione di Carpenter non sta nella brillantezza dei dialoghi o nel lato prettamente orrorifico di una pellicola che, fino a prova contraria, è catalogata come “horror”, quanto (è la mia opinione, eh) nella costruzione di un’atmosfera e di un modo molto semplice, ma parecchio diretto, di portarla fino alla fine del film. Oltre a questo, i modi un po’ frivoli del regista di Carthage, NY, possono distogliere uno spettatore un po’ schizzinoso dalla profondità dei temi socio-filosofici che i film trattano e dalle riflessioni che vengono sollevate, con apparente ingenuità.

Se They Live era una versione (antecedente) operaia di Matrix, In the Mouth of Madness è un prolungamento horror del Citizen Kane di Orson Welles (guardacaso lo scrittore pazzo del film di Carpenter di chiama proprio Sutter Cane).

Nel film dell’88 erano i messaggi subliminali attraverso pubblicità e mass media vari ad ottenebrare le menti in quello che era un sistema radicato e capillare in tutta la società, mentre in quello del ’94 è un singolo fenomeno mediatico a diffondere come un cancro l’autodistruzione della razza umana. É la centralizzazione della responsabilità degli eventi nelle mani di una singola persona che sovverte un ordine mondiale, creando una propria versione della realtà e rendendola oggettiva per gli altri (“quando tutti sono pazzi non dev’essere piacevole essere l’unico sano”, è più o meno quello che dice Linda Styles ad un certo punto della storia) il nodo centrale del film di Carpenter, che solleva la non semplice e annosa questione filosofica del concetto di realtà oggettiva e soggettiva. Il fatto che questo si accompagni alla riflessione mediatica, già presente in They Live, accomuna quello che pare un piccolo horror al grande capolavoro di Welles.

A parte le questioni “grosse” che solleva con In the Mouth of Madness, Carpenter riesce talvolta a deliziarci tra una grezzata e l’altra con citazioni varie, da se stesso (“qualcuno ha loro, qualcuno ha la cosa”, dice all’inizio del film Trent allo psichiatra del manicomio in cui viene rinchiuso ed al quale racconterà la propria storia, riferendosi a due film precedenti del regista, appunto They Live – Essi Vivono e The Thing – La Cosa) e dalla realtà (i continui riferimenti a Stephen King sono un elemento ricorrente che contribuisce a dare quella tipica aria ironica al tutto). Il finale metacinematografico, poi, è lo sberleffo finale di Carpenter ad uno spettatore che scopre in quel momento che i livelli di finzione non sono finiti e che, come è stato detto fino alla nausea, “è tutto un film”.

Carpenter è più di un “carpentiere del cinema”, ovviamente, ma uno dei lati ironici e commoventi del suo fare i film è proprio questa maniera ingenuo-tamarra di trattare temi cruciali che caratterizzano la nostra società ed il nostro tempo.

TOM SACHS alla Fondazione Prada (Milano, 2006)

Monday, October 8th, 2007

Da Moby Dick a GTA passando per Groucho Marx. Icone rustico/tecnologiche dell’americanesimo alla Fondazione Prada.

Anche se di questi tempi tenere i link a Nation of Islam (www.noi.org) contemporaneamente a quello al Ku Klux Klan (www.kkklan.com) e della Phillip Morris sul proprio sito è senza dubbio un segnale di scetticismo politico e sociale, non si può negare che in mezzo a tanta distaccata ironia sul potere economico delle multinazionali e dei brand ci sia anche un lato affettuoso nel rapporto che Tom Sachs ha con il proprio paese.
Una processualità fai-da-te che fa intendere una grande esperienza di bricolage e la figura di Moby Dick che salta fuori di tanto in tanto sono prove che il passato pionieristico, sognatore ed innocente dell’America dei boscaioli e di Melville non è stata del tutto soffocata da quella imperialista e schiava del dollaro, almeno nell’immaginario di Tom Sachs. Del resto l’artista americano ha fatto del contrasto tra le radici spensierate degli Stati Uniti e la loro condizione attuale, ricca di psicosi paranoiche e ossessioni consumistiche, l’oggetto di gran parte della propria opera.
La ghigliottina di Chanel ed il campo di concentramento Prada sono esempi passati che i visitatori della mostra alla Fondazione Prada non avranno la fortuna di vedere, anche se non saranno delusi da un modello di legno e cartone in scala 1:1 di Moby Dick e dalla ricostruzione della cabina di controllo di una portaerei con pezzi da bricolage, entrambe spettacolari.
A livello formale, le opere ospitate nella mostra si possono dividere prevalentemente in 2 gruppi, con poche eccezioni (tra queste una macchina della polizia bianca ready-made): sculture di cartone ed assemblaggi di legno.
Le prime (un aspirapolvere, un razzo) non stupiscono particolarmente in quanto si tratta di esperimenti già visti ed inferiori per impatto visivo a quelle, simili, ad opera di Tom Friedman, esposte nella stessa Fondazione Prada nel 2002.
Le seconde sono parte integrante e caratteristica sia dell’estetica che della poetica di Tom Sachs, che dispensa lignei kit di sopravvivenza in grado di supplire alle immediate necessità di ogni americano. Una cassetta con un cacciavite, un fucile, dei bossoli e delle pillole, oppure un bunker con Playstation e bong per celebrare i gloriosi tempi del college, nell’opera più rusticamente pop della mostra. La chicca è che nella console c’è una versione di Grand Theft Auto, popolarissimo videogame a sfondo gangster statunitense. Quando ci sono andato io, qualcuno aveva personalizzato il thug afroamericano protagonista (mi piace pensare sia stato lo stesso artista) con naso ed occhiali alla Groucho Marx, ossimoro allegorico degli Stati Uniti di Sachs: spensieratamente retrò e coattamente violenti.

BANDIDAS di Joachim Roenning ed Espen Sandberg (2006)

Monday, October 8th, 2007

Per me Penelope Cruz potrebbe fare un film di due ore senza fare niente, e sarebbe guardabile. Nonostante ciò, questa commedia western scritta e voluta da Luc Besson e costruita attorno a lei ed alla bellissima Salma Hayek è piuttosto stupido. La commedia c’è ed a tratti ci si diverte ma, quando la storia deve andare avanti, dove non arriva la banalità sopraggiunge l’improbabilità. L’origine europea del francese e dei due registi norvegesi si avverte più che altro in un certo occasionale antiamericanismo. Perdibile.

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