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Mario Merz – La pittura è lunga e veloce (Milano, Galleria Salvatore + Caroline Ala)

Monday, October 6th, 2008

(Dal 01 dicembre 2007 al 26 gennaio 2008)

Più di diciassette anni dopo, Mario Merz di nuovo alla Galleria Salvatore + Caroline Ala. Archetipo e alchimia tornano a proliferare. Il fascino chimico e fatidico della natura, imbrigliato dalla ragione di Fibonacci e da una narrazione mitica.

Se l’Arte Povera ai suoi tempi si è imposta su movimenti più logici e freddi come la Pittura Analitica ed ha conquistato spazi e considerazione internazionali, lo deve ad una sensibilità ad un tempo sensuale e mitica. La ricerca di un linguaggio essenziale, ma rivestito dal fascino dell’archetipo e del segno simbolico, hanno reso il messaggio di artisti come Mario Merz – da subito uno degli artisti più caratteristici del movimento, nominato e affiancato da Germano Celant dagli anni ’60 – seducente a più livelli.
La Pittura è lunga e veloce (1980) abbraccia sia il tempo fisico e chimico che quello metaforico e narrativo, con un’elegante alchimia.
L’installazione (composta da 3 tele di juta senza cornice, di cui una lunga 10 metri, e da un tavolo a spirale in ferro, coperto da strati alterni di pietra e fasci di rami) fu realizzata per la vecchia sede della galleria, ed esposta successivamente anche alla Kunsthaus di Zurigo ed al Guggenheim di New York.
Nella galleria di via Monte Di Pietà, l’opera occupa un’intera stanza. Per vedere la terza tela è necessario camminare tra le curve del tavolo, ed è un’ottima occasione per sperimentarne la presenza scultorea, fatta di superfici compatte alternate a zone di rarefazione, vuoti e pieni che dialogano in un equilibrio artificiale, ma con naturalezza.
La forma a spirale è frutto della ricerca più matura di Merz, scomparso alla fine del 2003. Dopo il 1970 aveva introdotto nelle proprie opere la serie di Fibonacci, famoso studioso di aritmetica medievale. Due di queste, con lo stesso titolo La Natura interloquisce sempre con sè stessa?, sono esposte oggi insieme all’installazione principale. La serie è composta da numeri interi, ognuno dei quali è la somma dei due precedenti, e fu importante per capire alcune dinamiche e forme di riproduzione naturali. Si è tornato a parlarne negli anni ’60, quando un matematico la utilizzò per risolvere il famoso decimo problema di Hilbert.
La continua evoluzione delle proporzioni che sembra non avere controllo, ma è regolata da un principio semplice e preciso, è perfetta per descrivere la poetica dell’artista. In questa installazione è sintetizzato il suo interesse per una sottilmente ordinata caoticità materiale, governata da una potente narrazione mitica, espressa dalle tre grosse tele, raffiguranti animali mostruosi simili a caproni. Il tratto è violento, anche nel colore, rosso o nero, che a volte invade quasi istericamente lo sfondo. L’impressione generale ricorda i graffiti delle tribù primitive, ma la spirale, gli elementi naturali ordinati, e alcuni simboli simili a ying e yang posti sulla juta tra gli animali, rimandano ai giardini zen ed alle filosofie orientali. La natura ricreata articifialmente è una componente consolidata nell’Arte Povera (in particolare nei lavori di Piero Gilardi) ed in Merz viene utilizzata in maniera articolata, mentre dialoga con simboli che intrecciano con essa un racconto di scienza e mito.

(pubblicato su exibart.com)

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