Rirkrit Tiravanija / Neil Logan – Foster, you’re dead (Milano, Galleria Emi Fontana)
Monday, October 6th, 2008(Dal 2 aprile al 24 maggio 2008)
L’estetica relazionale assume toni fantascientifici. Gesti che diventano attori di un racconto mai compiuto, oggetti testimoni di un’attesa immobile. Oltre il momento della socialità, Tiravanija e Logan lasciano un vuoto piuttosto denso.
Entrando nella galleria Emi Fontana, i puzzle sparsi sui tavoli danno l’idea che qualcuno se ne sia andato in fretta e furia. Esplorando un po’ meglio, invece, ci si rende conto che l’ambiente realizzato da Rirkrit Tiravanija (Buenos Aires, 1961) e dall’architetto Neil Logan (Detroit, 1959) è il teatro di un’attesa pazientissima. Ogni puzzle raffigura una bomba atomica, un pezzo per megatone. Nella stanza accanto c’è una capsula in ferro posta a mo’ di divano, a metà tra un feretro dal design futuristico ed un refuso industriale degli anni ’50. Di fronte, un video con un bambino punk che legge ad alta voce Foster, you’re dead, un racconto di Philip K. Dick. Nell’ingresso, oltre i tavoli, delle piante illuminate da neon occupano uno spazio foderato da immagini di paesaggi tropicali.
Tiravanija è conosciuto per il suo modo di costruire la propria arte su relazioni spesso effimere, momenti di condivisione come una cena o una chiacchierata in campeggio. Il suo lavoro, insieme anche a quello di artisti come Maurizio Cattelan e Carsten Höller, esemplifica perfettamente l’estetica relazionale descritta dal critico e curatore francese Nicolas Bourriaud nel suo saggio Esthétique Relationnelle del 1998. Citando filosofi che vanno da Marx a Deleuze e Guattari, Bourriaud descrive un’arte fatta di “affetti e percetti” che è anche lo “zero sociale” per l’istituzione di un nuovo sistema all’interno della società, seppure potenziale e temporaneo, che si basi su altre logiche rispetto a quelle utilitaristiche. In questo caso lo zero è un momento di gioco, la composizione dei puzzle da parte dei visitatori della mostra, ospiti di una sorta di bunker antiatomico.
Una delle accuse mosse all’arte relazionale, in particolare da Claire Bishop di Artforum, è quella di sacrificare l’estetica in favore dell’etica, ma non è questo il caso. Se l’estetica è “l’abilità di pensare la contraddizione”, come ha scritto Jacques Rancière, la frizione tra attesa annoiata e paranoia nucleare che aleggia nell’ambiente è sufficiente a mantenere in moto il gioco di Tiravanija e Logan, anche senza la collaborazione del pubblico. Più che la possibilità della socialità, le installazioni conservano un racconto invisibile che intreccia l’immaginario fantascientifico anni ’50, tra consumismo e guerra fredda, con i toni annoiati di una gioventù senza più la distrazione degli ideali, incredula verso le narrazioni. I puzzle abbandonati sono più evocativi della loro potenziale ludicità e suggeriscono che “non è un paese per vecchi”, mentre è fin troppo evidente che al bambino del video interessi relativamente poco se Foster morirà davvero o no. Si aspetta una bomba che non è mai scoppiata, giocando con paure ormai inoffensive.
La catarsi di un incontro o di uno scambio si disperde nell’atmosfera di uno scenario passè, un ambiente senza dubbio estetico ed articolato, la cui complessità relazionale non si impone però sul più seducente accostamento di immaginari.
(pubblicato su exibart.com)