Posts Tagged ‘art’
Tuesday, July 7th, 2009

Vicino a Bergamo hanno appena aperto uno spazione espositivo postindustriale in memoria di Fausto Radici, ex campione di sci e collezionista. La mostra inaugurale è sconfinata e ci sono proprio tutti: italiani vecchi e nuovi (da Manzoni a Cattelan a Vascellari) e stranieri (da Long a Sherman, da Höller ad altri freschi freschi da Manifesta 7). Anche se ci sono molti nomi grossi in formati piccoli e varie marchette (che è fisiologico, vista la provenienza da collezioni private), ce n’è per tutti i gusti, e la location è promettente. E, per i milanesi col culo pesante, non è nemmeno così lontano.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: art, arte, bergamo, cattelan, fausto radici, höller, long, manifesta, manzoni, milano, recensione, review, sherman, vascellari
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Sunday, March 15th, 2009

Via Wooster Collective, un’opera di street art parecchio semplice e figa, di un certo Sam Spenser (la foto è di questa tizia qui).
Tags: art, arte, foto, photo, public art, sam spenser, street art
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Monday, March 2nd, 2009

Non si mangia la scamorza insieme alle cozze, ma nell’arte contemporanea ogni tanto certe cose funzionano. Entrambi gli artisti esposti da De Carlo lavorano su immaginari pop, ma li imbastardiscono con citazioni minimaliste più o meno letterali. Claydon propone un’atmosfera colonial/orientaleggiante, ma i suoi oggetti sono inscritti in volumi essenziali; Walker (che ha esposto anche insieme al Guyton di questo post) calcifica la stampa di massa sotto texture mattonate e con l’altra mano ti cita Donald Judd. (more…)
Tags: art, arte, de carlo, donald judd, kelley walker, recensione, review, steven claydon, wade guyton
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Thursday, February 26th, 2009
(Dal 28 gennaio al 20 marzo 2009)
L’arte come discussione, una mostra come incontro. Il “brand progettuale” Brown espone per la seconda volta nel proprio spazio in via Eustachi, aprendo al pubblico le proprie riflessioni su simbolo e tempo.
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Tags: alessandro piangiamore, art, arte, brown magazine, brown project space, carol lu, eleonora battiston, francesco barocco, giulio frigo, i-ching, loredana di lillo, luca francesconi, luigi presicce, recensione, review
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Monday, February 16th, 2009
(Dal 28 gennaio al 7 marzo 2009)
Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa. (more…)
Tags: art, arte, klerkx, milano, prada, recensione, review, robin kirsten, thomas scheibitz, tino sehgal
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Monday, February 9th, 2009
Non aspettarsi proprio niente è dura in una collettiva tutta al femminile, ma non ci sono opere in stile vagina power e nemmeno zinne gratuite in questo caso. La mostra dalla Minini è soft ed equilibrata, nonostante le opere spazino dall’intimista al concettuale, fino al minimalista, e dalla foto alla scultura. Il mood generale è sottilmente nostalgico e celebra una memoria che è alternatamente sensuale ed ironica, con le foto stellate di Lisa Oppenheim e le opere di Beier & Lund e della Beasley a dominare la scena. Voi aspettatevi pure quello che volete, ma non del porno lesbo-femminista, ecco.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: art, arte, becky beasley, beier & lund, lisa oppenheim, recensione, review
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Monday, February 9th, 2009
Vi siete mai chiesti perchè l’arte si chiama “contemporanea”? Ve lo spiega Giò Marconi, con tre mostre che non c’entrano niente l’una con l’altra, su tre piani della stessa galleria. Al piano terra ce n’è per chi apprezza il minimalismo sporchino (che adesso va di brutto) di Wade Guyton, giù sottoterra c’è Catherine Sullivan, col suo gusto retrò teatrale ed ironico (molto alla Greenaway) e su c’è il norvegese Vibeke Tandberg, con il suo stile morboso/infantile (tra Miranda July ed uno stupro nella foresta). Fosse anche uno solo andrebbe la pena andare, se fate la tripletta male non vi fa.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: art, arte, catherine sullivan, gio marconi, miranda july, peter greenaway, recensione, review, vibeke tandberg, wade guyton
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Monday, February 9th, 2009
Tra un antiquario che vende cornici che costano più di quello che pensi ed una galleria che vende solo pittura figurativa, discretamente affondato tra le viette del centro di Milano c’è un palazzo neoclassico che tutto il mondo c’invidia. Una volta dentro, salendo le scale si arriva alla Pinacoteca più rinomata d’Italia. Le opere in mostra vanno dal Cristo morto del Mantegna fino a Boccioni, passando per uno dei fiori all’occhiello, la Cena in Emmaus di Caravaggio. Sì, quello delle luci strane che accoltellava la gente. Per un paio di mesi si potrà ammirare quest’ultima chicca di fianco ad altre opere dello stesso autore, prese in prestito per l’occasione dai signori musei in giro per il mondo che normalmente se ne fregiano (National Gallery di Londra, Met di New York e Galleria Borghese di Roma). Essendo Caravaggio uno dei più cazzuti del suo tempo, vale la pena farci un giro, ma se attraversando il cortile vedete dei giovani vestiti in modo stravagante che cazzeggiano intorno alla statua del Canova non fateci caso: sono gli studenti di Brera, e presto verranno esiliati in un casermone con la loro Accademia, facendo posto ai quadri e probabilmente ad un bookstore.
Tags: accademia di brera, art, arte, bicentenario, brera, caravaggio, cena in emmaus, galleria borghese, metropolitan museum, national gallery, pinacoteca, recensione, review
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Monday, February 9th, 2009
(Dal 17 gennaio al 14 marzo 2009)
Un uomo come tanti, ed il suo ingresso nel mondo accompagnato da peer pressure e TV. Tra foto, audio, videoclip e performance, Emi Fontana ospita una panoramica su più di trent’anni di lavoro di Michael Smith.
Carlo Barcellesi, in arte Maurizio Milani, ha voluto farsi chiamare così perchè pensava che Paolo Rossi si fosse scelto un nome così comune per ironizzare sul concetto stesso di nome d’arte. Non era vero, e non lo è nemmeno per Michael Smith (Chicago, 1951). A volte ti tocca un nome anonimo.
Se lo cercate su Wikipedia, ce ne sono una settantina, tra “Michael” e “Mike”. Su Google, il primo risultato è un cantautore cristiano, Michael W. Smith, un tipico rampollo del West Virginia cresciuto a baseball e Gesù. Quello che interessa a noi, l’artista performativo, ha uno sguardo un po’ differente, per quanto si mostri spesso in veste di giovane virgulto della Ivy League.
Per decenni Michael Smith ha indossato i panni di Mike, il suo alter-ego. Mike tenta di distinguersi in una schiera di omonimi ed omologhi con una fibbia personalizzata, colleziona cravatte, carte di credito e di fidelizzazione, si presta ad ogni genere di training ed a corsi gratuiti di autoformazione, si veste bene prima di andare ad una festa ed ama le luci da discoteca. È ispirato ed affascinato dai valori, dall’estetica, dalle affettazioni formali della stessa America che, probabilmente, Michael W. ispira con le sue canzoni.
Le opere esposte nella retrospettiva da Emi Fontana coprono più di trent’anni, durante i quali Mike si è manifestato sui media più svariati. Da vecchi schizzi ai video, da un fotoromanzo a collezioni di oggetti in progress. C’è anche un opera audio ed una serie di foto di gruppo dell’artista con gli studenti del corso che tiene alla University of Texas, dove cercare il suo volto fa venire in mente i libri della serie Where’s Waldo?.
A parte le due performance dell’inaugurazione (visionabili su YouTube, sul canale della galleria), durante le quali l’artista ha portato in scena anche Baby Ikki, altro suo personaggio, il piatto forte sono i video. Si va dal mockumentary – The MUSCO Story (1997), The QuinQuag (2002) – al videoclip – Go for it Mike (1984). In genere Smith gioca sugli stilemi televisivi e ne imita i codici, i ritmi e l’estetica kitsch, ma non mancano cortometraggi con invenzioni visive simboliche o surreali – Secret Horror (1980).
Il Mike che emerge dai video è spesso un fantoccio dei media, tra il Candido di Voltaire e il Dustin Hoffman de Il Laureato, prigioniero di una tentennante e perpetua maturazione ai confini dello status quo. La sua camminata ricorda a volte quella allucinata dei fumetti di Robert Crumb, le sue smorfie stupite sembrano quelle di Richard Pryor ed il suo sorriso affabile è quello di ogni scrittore ed imprenditore di successo, stampato in bianco e nero sul retro del libro che ti ha appena autografato. Ha anche un che di Fonzie, visto da certe angolazioni.
C’è comunque molto Michael Smith dentro Mike, ma non si tratta di una personalizzazione alla Joseph Beuys. Non c’è nessuna rivoluzione in corso, quanto piuttosto lo stupore di trovarsi ad essere pupazzi di una società dove non basta il tuo nome a farti un individuo.
(pubblicato su exibart.com)
Tags: art, arte, baby ikki, candido, carlo barcellesi, dustin hoffman, emi fontana, il laureato, joseph beuys, maurizio milani, michael smith, paolo rossi, recensione, review, richard pryor, robert crumb, the graduate, voltaire, where's waldo
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Monday, February 2nd, 2009
(Dal 30 novembre 2008 al 25 gennaio 2009)
Figure geometriche come testimoni della morte. Appelli lanciati da blocchi di cemento e superfici spoglie. Gli artisti esposti al KunstWerke provano a generare consapevolezza attraverso la discrezione. Ma può un segnale d’allarme essere così elegante?
Political/Minimal è una mostra importante, e non solo per il numero incredibile di personalità del mondo dell’arte che sono andate ad abbuffarsi al vernissage, o perchè tira le somme di alcuni temi che il curatore Klaus Biesenbach aveva già trattato anni fa. L’aspetto più affascinante della mostra, già in nuce nel suo titolo, sta nei propri limiti.
I tempi in cui un cubo poteva essere rivoluzionario e gli artisti minimalisti si arrabbiavano perchè i critici vedevano della trascendenza, del bisogno di universalità, nella loro arte sono passati. Adesso questo rischio non c’è più, ed il minimalismo è stato assorbito insieme alla sua importanza nella confortevole legittimità della storia dell’arte, come anche i successivi movimenti antagonisti che, ciascuno a suo modo, hanno cercato di restituire vigore a quella metafora che Judd e soci avevano ucciso. Perfetta allegoria della condizione postmoderna, l’arte contemporanea ha cercato di reagire a più riprese al freddo ed ironico distacco della propria autocoscienza linguistica, e di tanto in tanto sono emerse tendenze volte a scalzare l’opera d’arte dal suo guscio di coerenza semiotica per riportarla ad una sana dialettica. Con mezzi sempre diversi, si è provato a ristabilire quel “legame tra uomo e mondo” che, secondo Gilles Deleuze, il Novecento ha visto scomparire.
La formula political/minimal è una combinazione estremamente efficace nel declinare la dialettica messaggio/forma, sicuramente molto più seducente rispetto a freddi statement e più raffinata di ad-busting figurativi. Le opere appaiono spesso come oggetti di design, ma vogliono emanciparsi da un linguaggio autoreferente, ironico, distaccato e per questo connivente con il male. Hanno quindi una doppia velocità, possono essere solo percepite o raccontare una propria storia, lanciare un proprio appello. Ma se per lo spettatore digiuno di arte contemporanea il minimalismo può essere troppo oscuro, per quello smaliziato la vita degli oggetti vissuti e politicizzati della mostra lo è altrettanto. In parole povere, per capire il feto incementato di Teresa Margolles o l’opera di Sarah Ortmeyer sulla riunificazione della Germania ci vogliono comunque delle didascalie. Lo stesso vale per l’opera di Santiago Sierra, la foto di un campo con 3000 buche scavate da lavoratori africani sottopagati. Questo dettaglio sembra non essere sfuggito agli xurban_collective, che presentano il loro The Containment Contained (2003-2007) con una spiegazione stampata sulla parete vicina, ma in lettere così chiare da risultare difficilmente leggibili. Se Har Megiddo (2008), il monumentale cerchio nero di mosche morte di Damien Hirst, e le minacciose opere di Adel Abdessemed o Monica Bonvicini riescono comunque a sintetizzare un’esperienza fisica con un messaggio variamente interpretabile, senza bisogno di altro, il collettivo svela così uno dei punti deboli non solo della mostra, ma dell’arte stessa.
La perfezione formale è incompatibile con la politica, perchè scavalca i compromessi linguistici relegandoli ad un commento, un accessorio esterno. Political/Minimal sconfigge, ed arriva quasi a rendere superfluo, il compromesso espressivo a cui l’arte politica era sempre scesa adottando i linguaggi dei media. Invece di andarle incontro, l’opera risucchia la politica dentro di sè.
(pubblicato su exibart.com)
Tags: adel abdessemed, art, arte, berlin, berlino, damien hirst, derek jarman, feli, gonzalez-torres, hans haacke, kitty kraus, klaus biesenbach, kunstwerke, kw, mona hatoum, monica bonvicini, recensione, review, rosemarie trockel, santiago sierra, sarah ortmeyer, teresa margolles, tino sehgal, urban_collective
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