Posts Tagged ‘arte’

STEVEN CLAYDON / KELLEY WALKER (Milano, De Carlo, 26/2-28/3-2009)

Monday, March 2nd, 2009

Non si mangia la scamorza insieme alle cozze, ma nell’arte contemporanea ogni tanto certe cose funzionano. Entrambi gli artisti esposti da De Carlo lavorano su immaginari pop, ma li imbastardiscono con citazioni minimaliste più o meno letterali. Claydon propone un’atmosfera colonial/orientaleggiante, ma i suoi oggetti sono inscritti in volumi essenziali; Walker (che ha esposto anche insieme al Guyton di questo post) calcifica la stampa di massa sotto texture mattonate e con l’altra mano ti cita Donald Judd. (more…)

IVAN – POESIA VIVA (Milano, Spazio Oberdan, 13/2/09 – 15/3/09)

Friday, February 27th, 2009

Mi sono sempre piaciute le scritte sui muri (da ubriaco arrivo anche ad ammettere che mi piacerebbe che fossero legalizzate) ed il tono ingenuo e sognatore – a tratti anche politicizzato – degli aforismi – a tratti anche slogan – di Ivan non mi ha mai dato fastidio. Non è il mio genere per diversi motivi, ma ho sempre rispettato il proposito di condividere qualcosa di più di una tag o un adesivo con su una grafica pacco con la sciura della strada. C’è poi da considerare il coraggio che ci vuole a fare qualcosa di abbastanza fuori dal tempo, che proprio per questo motivo sa sia di vecchio che di giusto (mi riferisco all’usare la poesia ed il suo linguaggio). Ivan non c’entra un cazzo con i graffiti di New York, e non credo nemmeno sia un aspirante star dell’arte come Basquiat. Fondamentalmente mi è sempre piaciuto questo suo sbattersi il cazzo di appartenere al giro dell’arte contemporanea o di sfruttare le estetiche di quella underground, facendo una cosa semplice che male non fa, con l’entusiasmo necessario ed un approccio pasoliniano. (more…)

Let’s Forget about Today until Tomorrow (Milano, Brown)

Thursday, February 26th, 2009

(Dal 28 gennaio al 20 marzo 2009)

L’arte come discussione, una mostra come incontro. Il “brand progettuale” Brown espone per la seconda volta nel proprio spazio in via Eustachi, aprendo al pubblico le proprie riflessioni su simbolo e tempo.
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Robin Kirsten – The Prada Cycle (Milano, Galleria Klerkx)

Monday, February 16th, 2009

(Dal 28 gennaio al 7 marzo 2009)

Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa. (more…)

DON’T EXPECT ANYTHING (Milano, Francesca Minini, 28 gennaio – 21 marzo 2009)

Monday, February 9th, 2009

Non aspettarsi proprio niente è dura in una collettiva tutta al femminile, ma non ci sono opere in stile vagina power e nemmeno zinne gratuite in questo caso. La mostra dalla Minini è soft ed equilibrata, nonostante le opere spazino dall’intimista al concettuale, fino al minimalista, e dalla foto alla scultura. Il mood generale è sottilmente nostalgico e celebra una memoria che è alternatamente sensuale ed ironica, con le foto stellate di Lisa Oppenheim e le opere di Beier & Lund e della Beasley a dominare la scena. Voi aspettatevi pure quello che volete, ma non del porno lesbo-femminista, ecco.

(pubblicato su zero.eu)

WADE GUYTON / CATHERINE SULLIVAN / VIBEKE TANDBERG (Milano, Giò Marconi, 29 gennaio – 19 marzo 2009)

Monday, February 9th, 2009

Vi siete mai chiesti perchè l’arte si chiama “contemporanea”? Ve lo spiega Giò Marconi, con tre mostre che non c’entrano niente l’una con l’altra, su tre piani della stessa galleria. Al piano terra ce n’è per chi apprezza il minimalismo sporchino (che adesso va di brutto) di Wade Guyton, giù sottoterra c’è Catherine Sullivan, col suo gusto retrò teatrale ed ironico (molto alla Greenaway) e su c’è il norvegese Vibeke Tandberg, con il suo stile morboso/infantile (tra Miranda July ed uno stupro nella foresta). Fosse anche uno solo andrebbe la pena andare, se fate la tripletta male non vi fa.

(pubblicato su zero.eu)

BICENTENARIO DI BRERA (17 gennaio – 29 marzo 2009)

Monday, February 9th, 2009

Tra un antiquario che vende cornici che costano più di quello che pensi ed una galleria che vende solo pittura figurativa, discretamente affondato tra le viette del centro di Milano c’è un palazzo neoclassico che tutto il mondo c’invidia. Una volta dentro, salendo le scale si arriva alla Pinacoteca più rinomata d’Italia. Le opere in mostra vanno dal Cristo morto del Mantegna fino a Boccioni, passando per uno dei fiori all’occhiello, la Cena in Emmaus di Caravaggio. Sì, quello delle luci strane che accoltellava la gente. Per un paio di mesi si potrà ammirare quest’ultima chicca di fianco ad altre opere dello stesso autore, prese in prestito per l’occasione dai signori musei in giro per il mondo che normalmente se ne fregiano (National Gallery di Londra, Met di New York e Galleria Borghese di Roma). Essendo Caravaggio uno dei più cazzuti del suo tempo, vale la pena farci un giro, ma se attraversando il cortile vedete dei giovani vestiti in modo stravagante che cazzeggiano intorno alla statua del Canova non fateci caso: sono gli studenti di Brera, e presto verranno esiliati in un casermone con la loro Accademia, facendo posto ai quadri e probabilmente ad un bookstore.

Michael Smith (Milano, Galleria Emi Fontana)

Monday, February 9th, 2009

(Dal 17 gennaio al 14 marzo 2009)

Un uomo come tanti, ed il suo ingresso nel mondo accompagnato da peer pressure e TV. Tra foto, audio, videoclip e performance, Emi Fontana ospita una panoramica su più di trent’anni di lavoro di Michael Smith.

Carlo Barcellesi, in arte Maurizio Milani, ha voluto farsi chiamare così perchè pensava che Paolo Rossi si fosse scelto un nome così comune per ironizzare sul concetto stesso di nome d’arte. Non era vero, e non lo è nemmeno per Michael Smith (Chicago, 1951). A volte ti tocca un nome anonimo.
Se lo cercate su Wikipedia, ce ne sono una settantina, tra “Michael” e “Mike”. Su Google, il primo risultato è un cantautore cristiano, Michael W. Smith, un tipico rampollo del West Virginia cresciuto a baseball e Gesù. Quello che interessa a noi, l’artista performativo, ha uno sguardo un po’ differente, per quanto si mostri spesso in veste di giovane virgulto della Ivy League.
Per decenni Michael Smith ha indossato i panni di Mike, il suo alter-ego. Mike tenta di distinguersi in una schiera di omonimi ed omologhi con una fibbia personalizzata, colleziona cravatte, carte di credito e di fidelizzazione, si presta ad ogni genere di training ed a corsi gratuiti di autoformazione, si veste bene prima di andare ad una festa ed ama le luci da discoteca. È ispirato ed affascinato dai valori, dall’estetica, dalle affettazioni formali della stessa America che, probabilmente, Michael W. ispira con le sue canzoni.
Le opere esposte nella retrospettiva da Emi Fontana coprono più di trent’anni, durante i quali Mike si è manifestato sui media più svariati. Da vecchi schizzi ai video, da un fotoromanzo a collezioni di oggetti in progress. C’è anche un opera audio ed una serie di foto di gruppo dell’artista con gli studenti del corso che tiene alla University of Texas, dove cercare il suo volto fa venire in mente i libri della serie Where’s Waldo?.
A parte le due performance dell’inaugurazione (visionabili su YouTube, sul canale della galleria), durante le quali l’artista ha portato in scena anche Baby Ikki, altro suo personaggio, il piatto forte sono i video. Si va dal mockumentary – The MUSCO Story (1997), The QuinQuag (2002) – al videoclip – Go for it Mike (1984). In genere Smith gioca sugli stilemi televisivi e ne imita i codici, i ritmi e l’estetica kitsch, ma non mancano cortometraggi con invenzioni visive simboliche o surreali – Secret Horror (1980).
Il Mike che emerge dai video è spesso un fantoccio dei media, tra il Candido di Voltaire e il Dustin Hoffman de Il Laureato, prigioniero di una tentennante e perpetua maturazione ai confini dello status quo. La sua camminata ricorda a volte quella allucinata dei fumetti di Robert Crumb, le sue smorfie stupite sembrano quelle di Richard Pryor ed il suo sorriso affabile è quello di ogni scrittore ed imprenditore di successo, stampato in bianco e nero sul retro del libro che ti ha appena autografato. Ha anche un che di Fonzie, visto da certe angolazioni.
C’è comunque molto Michael Smith dentro Mike, ma non si tratta di una personalizzazione alla Joseph Beuys. Non c’è nessuna rivoluzione in corso, quanto piuttosto lo stupore di trovarsi ad essere pupazzi di una società dove non basta il tuo nome a farti un individuo.

(pubblicato su exibart.com)

Political/Minimal (Berlino, KunstWerke)

Monday, February 2nd, 2009

(Dal 30 novembre 2008 al 25 gennaio 2009)

Figure geometriche come testimoni della morte. Appelli lanciati da blocchi di cemento e superfici spoglie. Gli artisti esposti al KunstWerke provano a generare consapevolezza attraverso la discrezione. Ma può un segnale d’allarme essere così elegante?

Political/Minimal è una mostra importante, e non solo per il numero incredibile di personalità del mondo dell’arte che sono andate ad abbuffarsi al vernissage, o perchè tira le somme di alcuni temi che il curatore Klaus Biesenbach aveva già trattato anni fa. L’aspetto più affascinante della mostra, già in nuce nel suo titolo, sta nei propri limiti.
I tempi in cui un cubo poteva essere rivoluzionario e gli artisti minimalisti si arrabbiavano perchè i critici vedevano della trascendenza, del bisogno di universalità, nella loro arte sono passati. Adesso questo rischio non c’è più, ed il minimalismo è stato assorbito insieme alla sua importanza nella confortevole legittimità della storia dell’arte, come anche i successivi movimenti antagonisti che, ciascuno a suo modo, hanno cercato di restituire vigore a quella metafora che Judd e soci avevano ucciso. Perfetta allegoria della condizione postmoderna, l’arte contemporanea ha cercato di reagire a più riprese al freddo ed ironico distacco della propria autocoscienza linguistica, e di tanto in tanto sono emerse tendenze volte a scalzare l’opera d’arte dal suo guscio di coerenza semiotica per riportarla ad una sana dialettica. Con mezzi sempre diversi, si è provato a ristabilire quel “legame tra uomo e mondo” che, secondo Gilles Deleuze, il Novecento ha visto scomparire.
La formula political/minimal è una combinazione estremamente efficace nel declinare la dialettica messaggio/forma, sicuramente molto più seducente rispetto a freddi statement e più raffinata di ad-busting figurativi. Le opere appaiono spesso come oggetti di design, ma vogliono emanciparsi da un linguaggio autoreferente, ironico, distaccato e per questo connivente con il male. Hanno quindi una doppia velocità, possono essere solo percepite o raccontare una propria storia, lanciare un proprio appello. Ma se per lo spettatore digiuno di arte contemporanea il minimalismo può essere troppo oscuro, per quello smaliziato la vita degli oggetti vissuti e politicizzati della mostra lo è altrettanto. In parole povere, per capire il feto incementato di Teresa Margolles o l’opera di Sarah Ortmeyer sulla riunificazione della Germania ci vogliono comunque delle didascalie. Lo stesso vale per l’opera di Santiago Sierra, la foto di un campo con 3000 buche scavate da lavoratori africani sottopagati. Questo dettaglio sembra non essere sfuggito agli xurban_collective, che presentano il loro The Containment Contained (2003-2007) con una spiegazione stampata sulla parete vicina, ma in lettere così chiare da risultare difficilmente leggibili. Se Har Megiddo (2008), il monumentale cerchio nero di mosche morte di Damien Hirst, e le minacciose opere di Adel Abdessemed o Monica Bonvicini riescono comunque a sintetizzare un’esperienza fisica con un messaggio variamente interpretabile, senza bisogno di altro, il collettivo svela così uno dei punti deboli non solo della mostra, ma dell’arte stessa.
La perfezione formale è incompatibile con la politica, perchè scavalca i compromessi linguistici relegandoli ad un commento, un accessorio esterno. Political/Minimal sconfigge, ed arriva quasi a rendere superfluo, il compromesso espressivo a cui l’arte politica era sempre scesa adottando i linguaggi dei media. Invece di andarle incontro, l’opera risucchia la politica dentro di sè.

(pubblicato su exibart.com)

Edo Bertoglio, Finish Line (Milano, Galleria Pack)

Monday, February 2nd, 2009

(Dal 27 novembre 2008 al 24 gennaio 2009)

L’ossessione vista, ascoltata e toccata. Tra distacco documentario ed esperienza diretta, Edo Bertoglio ci somministra una dose di Slot Cars. Anche se la “finish line”, quella del titolo, non si vede proprio.

In un certo senso Edo Bertoglio si è sempre occupato di ossessioni. Ha documentato l’esplosione creativa dell’underground newyorkese di Andy Warhol negli anni ’70 e ’80; è stato immerso in un’atmosfera, forse irripetibile, che l’ha segnato per sempre. Delle numerose dipendenze che l’hanno attraversato in quegli anni, l’artista è fortunatamente riuscito a lasciarsi alle spalle la droga, ma non la propria passione per le facce e, cosa più importante, un certo interesse per l’ossessione stessa.
Nel suo ultimo documentario, Face Addict, Bertoglio torna nella Grande Mela alla ricerca degli amici sopravvissuti a quella fase della sua vita così creativa, ma incontrollabile. Il suo è un lavoro documentario, ma fortemente motivato da un percorso personale. È questa esigenza di esplorarsi guardandosi dal di fuori che sposta il tutto su un’altra dimensione, rendendo lo sguardo dell’artista non quello freddo e glamour di un fotografo di moda, ma una ricerca necessaria delle radici, e dei resti, della propria addiction.
Anche in Finish Line Bertoglio è seriale e feticista, quasi compulsivo. Dopo le facce e l’eroina, l’oggetto del suo desiderio sono le Slot Cars. Si tratta di macchinine fatte più o meno in casa, fatte gareggiare su circuiti o collezionate maniacalmente, comprandone i più o meno costosi pezzi o scambiandoli con altri fanatici del settore. Le Slot permettono di unire la passione per il dettaglio del collezionista con l’agonismo del pilota, creando quello che potremmo definire l’hobby perfetto.
Al contrario delle macchinine, che corrono su un singolo solco elettrificato, la mostra viaggia su due binari paralleli: da un lato ci sono le foto, dove lo sguardo ed il flash di Bertoglio elevano i modellini a bolidi degni della copertina di una rivista patinata, documentando anche l’entusiasmo e lo spettro umano variegato che ci sta dietro, dall’altro le installazioni inseriscono il visitatore in un ambiente percettivo che riesce, a tratti, a rendere il tema principale dell’ossessione in modo sinestetico.
Infinity, una scultura/circuito in legno posta a metà mostra, produce un rumore continuo ed alienante per mezzo dell’unica Slot che vi gareggia dentro, al perpetuo inseguimento di una finish line che non c’è. Nella stanza a fianco, una delle pareti è totalmente coperta da un pattern di automobiline: uno sciame multicolore, ma sistematico, che immediatamente avvolge il campo visivo. Le singole macchinine si confondono tra loro, in motivi che ricorrono stupidamente, esattamente come il suono di quella nella stanza precedente continua per tutta la durata della permanenza in galleria.
Se questa felice sinergia dà un senso suo alla mostra intera, la scultura nella stanza subito a sinistra dell’entrata aggiunge un tono più dark. All’illuminazione illustrativa degli altri spazi si contrappone un buio sinistro, dove una Slot grigia, questa volta in scala decisamente ingrandita e priva di decorazioni e ruote, sembra quasi aspettare di essere venerata.

(pubblicato su exibart.com)

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