Posts Tagged ‘contemporanea’

URBAN MANNERS (Hangar Bicocca, Milano, ottobre 2007 / gennaio 2008)

Saturday, October 20th, 2007

Subito dopo l’antipasto a base di chapati all’Oberdan, c’è il piatto forte all’Hangar Bicocca. Opere monumentali, con dimensioni da Biennale. Prevalgono le immagini sospese e le retoriche dolci, colori forti ed oggetti del quotidiano rivestiti da misticismi pop. Poca pittura, molte installazioni e qualche video, che nello spazio dell’hangar guadagnano in avvolgenza. Se tra più di un miliardo di indiani ce ne sono due con lo stesso cognome nella stessa mostra la presenza del fato c’è, o forse sono questi indiani che sono bravi a giocare con le proprie tradizioni, con le frasi di Gandhi ed i soprammobili di casa loro. Fatto sta che in Urban Manners si galleggia volentieri, senza rischi.

TRACEY MOFFATT allo Spazio Oberdan (Milano, 2006)

Monday, October 8th, 2007

Frammenti di vite, pulsioni e repulsioni tra ruvidità neorealista e patina pop. Lo Spazio Oberdan ospita la più completa rassegna di fotografie (e video) di Tracey Moffatt.

Forse è destino che venga dall’Australia, ex colonia per la feccia criminale dell’Inghilterra, una delle artiste più convinte ed esperte nel raccontare storie di degrado e rivalsa. Lo fa con un’ironia sottile e tagliente, senza accontentarsi di rappresentazioni e senza fermarsi all’estetica pittorica della fotografia, ma approcciandosi ad essa con l’attitudine di una narratrice coraggiosa ed acuta, senza peli sulla lingua, ma capace di poeticità cromatiche e focali. Non solo esercizi di stile e tecnica, ma versatilità e vivacità espressive non comuni.
I temi sono quelli ai quali Tracey Moffatt è affezionata da sempre: la donna, l’esclusione, la frustrazione dei desideri sessuali. I mezzi sono l’ironia, la cruda puntualità ed un occhio fotografico e cinematografico insieme. L’immagine dell’artista australiana non è mai uno spunto grafico estemporaneo, ma un cuneo tagliente schiacciato tra un passato pesante ed un futuro difficile. I personaggi sono colti in momenti apparentemente fuggevoli (in realtà orchestrati alla perfezione), immediatamente precedenti o successivi ad azioni suggerite ma quasi mai rappresentate. Che questi momenti vengano presentati con un’estetica pop patinata da cover di qualche magazine di moda oppure con un drammatico bianco e nero rosselliniano la musica non cambia.
Il punto debole dell’esaustiva mostra all’Oberdan sta nei video. La dicitura “video sperimentale” porta un po’ fuori strada, ma si tratta per la maggior parte di cut & mix da vecchi film, come da circa 40 anni a questa parte si vedono un po’ dappertutto, con l’eccezione di un’investigazione della Moffatt a caccia di surfisti nell’atto di mostrare le natiche durante il cambio dei costumi su qualche spiaggia, che imperversa per più di 20 minuti. I video insomma stanno lì, ma il piatto ghiotto sono le foto.

TOM SACHS alla Fondazione Prada (Milano, 2006)

Monday, October 8th, 2007

Da Moby Dick a GTA passando per Groucho Marx. Icone rustico/tecnologiche dell’americanesimo alla Fondazione Prada.

Anche se di questi tempi tenere i link a Nation of Islam (www.noi.org) contemporaneamente a quello al Ku Klux Klan (www.kkklan.com) e della Phillip Morris sul proprio sito è senza dubbio un segnale di scetticismo politico e sociale, non si può negare che in mezzo a tanta distaccata ironia sul potere economico delle multinazionali e dei brand ci sia anche un lato affettuoso nel rapporto che Tom Sachs ha con il proprio paese.
Una processualità fai-da-te che fa intendere una grande esperienza di bricolage e la figura di Moby Dick che salta fuori di tanto in tanto sono prove che il passato pionieristico, sognatore ed innocente dell’America dei boscaioli e di Melville non è stata del tutto soffocata da quella imperialista e schiava del dollaro, almeno nell’immaginario di Tom Sachs. Del resto l’artista americano ha fatto del contrasto tra le radici spensierate degli Stati Uniti e la loro condizione attuale, ricca di psicosi paranoiche e ossessioni consumistiche, l’oggetto di gran parte della propria opera.
La ghigliottina di Chanel ed il campo di concentramento Prada sono esempi passati che i visitatori della mostra alla Fondazione Prada non avranno la fortuna di vedere, anche se non saranno delusi da un modello di legno e cartone in scala 1:1 di Moby Dick e dalla ricostruzione della cabina di controllo di una portaerei con pezzi da bricolage, entrambe spettacolari.
A livello formale, le opere ospitate nella mostra si possono dividere prevalentemente in 2 gruppi, con poche eccezioni (tra queste una macchina della polizia bianca ready-made): sculture di cartone ed assemblaggi di legno.
Le prime (un aspirapolvere, un razzo) non stupiscono particolarmente in quanto si tratta di esperimenti già visti ed inferiori per impatto visivo a quelle, simili, ad opera di Tom Friedman, esposte nella stessa Fondazione Prada nel 2002.
Le seconde sono parte integrante e caratteristica sia dell’estetica che della poetica di Tom Sachs, che dispensa lignei kit di sopravvivenza in grado di supplire alle immediate necessità di ogni americano. Una cassetta con un cacciavite, un fucile, dei bossoli e delle pillole, oppure un bunker con Playstation e bong per celebrare i gloriosi tempi del college, nell’opera più rusticamente pop della mostra. La chicca è che nella console c’è una versione di Grand Theft Auto, popolarissimo videogame a sfondo gangster statunitense. Quando ci sono andato io, qualcuno aveva personalizzato il thug afroamericano protagonista (mi piace pensare sia stato lo stesso artista) con naso ed occhiali alla Groucho Marx, ossimoro allegorico degli Stati Uniti di Sachs: spensieratamente retrò e coattamente violenti.

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