
Come fatto notare dal compare Kaiza, c’è una certa esigenza di ribattezzare l’influenza suina in “influenza messicana”. Tra le persone più lanciate in questa puntualizzazione troviamo i produttori di carne, e non è proprio una sorpresa. C’è però chi la pensa diversamente, e tramite Rekombinant mi sono beccato un articolo di Mike Davis, il famoso urbanista già autore di un libro sull’aviaria.
L’autore di Planet of Slums scrive questo:
“Dopo i primi decessi da H5N1 nel 1997 a Hong Kong, l’OMS, con il sostegno della maggior parte delle autorità sanitarie nazionali, ha promosso una strategia focalizzata sulla identificazione e l’isolamento di un ceppo pandemico all’interno del raggio del focolaio iniziale di azione, puntando sulla successiva somministrazione di massa di farmaci antivirali e vaccini, per avere la meglio sulla nuova infezione.
Una legione di scettici ha criticato l’efficacia di questo approccio per contrastare le nuove malattie di origine virale, dato che, con la globalizzazione i microbi possono volare in tutto il mondo (quasi letteralmente in caso di influenza aviaria) con una velocità superiore a quella con cui l’OMS o funzionari locali possono arrivare a reagire al focolaio originale. I critici hanno anche rilevato la primitiva e spesso inesistente rete di vigilanza necessaria per monitorare l’interfaccia tra malattie umane e animali, sacrificata, come la vigilanza sui derivati e quella sull’ambiente, sull’altare del “laissez faire”, tanto il mercato si regola da solo.
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