Riflessioni Geometriche (Milano, Galica)
Monday, February 2nd, 2009(Dal 27 novembre 2008 al 7 febbraio 2009)
Gioco, sguardo, narrazione. Le “riflessioni geometriche” degli artisti esposti da Galica non sono esperimenti minimalisti o concettuali, ma inviti alla partecipazione, anche emotiva. Linguaggi diversi, che vanno dalla citazione all’intimismo.
In questi tempi d’oro per artisti come Sterling Ruby, in cui il minimalismo viene riscoperto ed arricchito, sporcato di riferimenti sottoculturali, un titolo come Riflessioni geometriche può rievocare le sperimentazioni linguistiche degli anni ’60 e magari farne immaginare una reinterpretazione in questa chiave da giovane artista postmoderno.
Nessuno degli autori esposti da Galica arriva ai 35 anni, ma l’approccio ai linguaggi dell’arte, in particolare a quello geometrico, è di tutt’altra natura.
Non mancano le citazioni ed i tributi a grandi come Richard Serra (Philip Hausmeier, Black Cabinet, 2008) e Alberto Burri (Francesco Candeloro, Memorie – Gibellina (Omaggio a Burri), 2008), ma all’evidenza sensuale ed al fascino per i materiali si accompagna quasi sempre un riferimento retorico alla memoria, un recupero di figure e figurazioni che, se fanno ricorso alla forma geometrica, lo fanno per stilizzazione, piuttosto che monumentalità (Vincent Lamouroux, Chile, 2005).
“Riflessioni” non va letto nella sua accezione più analitica (almeno per quanto riguarda la sua relazione con “geometriche”), bensì letterale: si tratta spesso di superfici riflettenti, giochi ottici e sensuali (Francesco Candeloro, Window – New York, 2008). Il fervore concettuale degli anni ’70 è lontano, ma anche la sintesi espressiva geometrico/politica di Ruby. In sostanza, le opere in mostra non attaccano il linguaggio.
La sinergia retorica tra opera e titolo ed i riferimenti al vissuto personale degli autori (Marco di Giovanni, Ritratto del padre, 2008) sono un altro punto di divergenza dalla sperimentazione puramente linguistica del “Senza titolo” anni ’60. Biquo, l’installazione riflettente site-specific di Di Giovanni, e la relativa performance, sono un esempio di come l’intervento dell’artista nello spazio sia volto ad una giocosa complicità con l’opera e ad una interazione emotiva con il pubblico, piuttosto che a stravolgere gerarchie strutturali della percezione artistica. Un altro esempio sono le scritte in vinile in TwaTW di Lamoroux, che evocano quelle di Lawrence Weiner. Ma mentre l’artista californiano richiamava materiali e sculture assenti dallo spazio con le sue parole, quelle del francese sono descrizioni di processi fisici, ed il loro essere disposte a raggera è un invito a capovolgere fisicamente la propria testa.
Sterling Ruby o l’arte degli anni ’60 e ’70 non sono necessariamente l’arte definitiva, nè l’approccio degli artisti in mostra tradisce alcun manifesto programmatico, ma il cappello teorico comune sotto il quale sono stati messi in questa occasione sembra un po’ stretto e forzato, visti i territori molto diversi che attraversano. Il curatore Walter Guadagnini, con un decennale interesse per la fotografia, nonostante il titolo della mostra evochi freddi esperimenti combinatori, le ha dato un carattere molto più emotivo e ludico. O, più semplicemente, ha sbagliato il titolo.
(pubblicato su exibart.com)