Posts Tagged ‘horror’

Schizocities #13. L’Avana, gli zombi, e la globalizzazione (buona) del cinema di genere

Tuesday, November 1st, 2011

Schizocities continua su Studio, e questa volta va a Cuba. L’oggetto culturale di riferimento è un film di zombi ambientato a L’Avana, Juan de los Muertos, che sembra essere promettente e, soprattutto, mette la capitale cubana sulla mappa di un genere globalizzato come l’horror. Leggete tutto qui.

SAN VALENTINO DI SANGUE 3D di Patrick Lussier (2009)

Saturday, May 23rd, 2009

Horror e 3D è una combo che andava collaudata, e San Valentino di sangue si dimostra esattamente il tipo di stronzata di cui avete bisogno in questi giorni di caldo. Lo dico con tutto il rispetto. (more…)

Vintage Flu

Tuesday, April 28th, 2009

Se non ti spari SUBITO lo shottino antinfluenzale, la tua vita potrebbe trasformarsi in Amityville.

I GUARDIANI DEL GIORNO di Timur Bekmambetov (2006)

Sunday, November 11th, 2007

Date i soldi ai russi e vi fanno una trilogia horror-fantasy su bene, male e destino, dove il tamarro incontra felicemente un gusto letterario ed un’immaginazione visiva notevole. Dateli a noi e faremo la prossima fiction tratta dalla Bibbia. Effetti speciali impressionanti, nomi impronunciabili e costumi sgargianti. Il diavolo veste male.

1408 di Mikael Håfström (2007)

Sunday, November 4th, 2007

Di solito quando Stephen King si avvicina al cinema fa male, ma il cinema che si avvicina a Stephen King fa bene. Lo svedese non è DePalma nè Kubrick, ma fa il suo e dirige un horror claustrofobico, kafkiano (pure un po’ dantesco) e ossessivo. Inizio classico e di repertorio, evoluzioni sempre più briose ed un buon senso di ritmo e suspance. Samuel L. Jackson che non urla è la vera sorpresa del film, ma le immagini sono azzeccate e le svolte nella trama non banali.

THEY LIVE (1988) di John Carpenter [la risposta operaia a Matrix]

Wednesday, October 17th, 2007

Cosa succederebbe se un uomo scoprisse che il proprio mondo non è quello che ha sempre creduto, ma una costruzione artefatta per anestetizzare la folla dalla più grossa squarciatura anale nella storia delle inculate?
Se l’uomo fosse un hacker, un nerdaccio che fa notte giocando a Counter Strike e guardando pornazzi, bucando siti del governo invece di donne, probabilmente questi inizierebbe a vestirsi di pelle, si metterebbe degli occhiali da sole trendy e andrebbe in giro a saltare sui muri con dei fucili in mano. Se, invece, l’uomo fosse un corpulento operaio edile con dei jeans ed una camicia di flanella, capelli lunghi e tanta rabbia dentro, probabilmente si metterebbe degli occhiali da sole ed entrerebbe in una banca a sparare in faccia a chi dice lui.
Le analogie tra Essi Vivono (They Live,1988), di John Carpenter ed il ben più popolare Matrix vanno ben oltre gli occhiali da sole, ma la differenza (grossa) è fondamentalmente una: il primo è una versione decisamente più marxista e meno platonica del secondo, la versione operaia e terra terra, più hardcore del film dei Wachowski.
Matrix lo conoscete tutti, Essi Vivono necessita e merita due righe di introduzione:
Nada è un operaio che si trasferisce in una città, dove scopre che il mondo è controllato dagli alieni e che essi si nascondono tra gli uomini e sono riconoscibili solo tramite certi occhiali (che rivelano anche i milioni di messaggi subliminali nascosti ovunque), ideati da un’organizzazione clandestina che oltre a pigliare fucilate in faccia si adopererebbe anche a salvare il mondo, distruggendo i trasmettitori televisivi che diffondono gli ammorbanti messaggi dei subdoli padroni alle ignare masse, un compito che ovviamente solo il protagonista sarà in grado (insomma) di assolvere.
L’attenzione che i due film pongono sul media come nuova religione ed “oppio dei popoli” è simile, il media in questione no.
They Live è ancora legato ad una cultura televisiva, il computer, che in Matrix è fondamentalmente la cornice di tutto, non è praticamente considerato e la tecnologia avveniristica che viene rappresentata è inscrivibile in un immaginario fantascientifico tradizionale (alieni, teletrasporti, corridoi bianchi con porte a scomparsa), un po’ quella fantascienza alla quale un film come Matrix ha tirato uno schioccante calcio in culo. Il fatto che il mezzo di identificazione sia qualcosa come dei banali occhiali da sole, inoltre, è indicativo di tempi che erano e che non sono più (al momento la cosa sarebbe abbastanza ridicola).
Senza parlare di colonna sonora (una merda direi) e fotografia (a tratti di grande impatto, ma ovviamente molto meno “uniforme” rispetto al film dei Wachowski, visti ovviamente i tempi diversi e l’estraneità di effetti digitali) il film di Carpenter, tratto da un racconto breve, risulta divertente ed a tratti commovente, vedi la scena della scazzottata tra nada ed il suo amico nero, figura che ai tempi era ancora relegata ad essere la spalla storica del bianco standard dai capelli lunghi, prima che l’avvento di Morgan Freeman lo facesse diventare il mentore di turno.
I dialoghi e le situazioni di Essi vivono sono a tratti irreali ed al limite del ridicolo, le atmosfere sono però molto efficaci e le apparizioni degli alieni risultano inquietanti al punto giusto.
Da segnalare la frase più profonda che l’eroe pronuncia in tutto il film: “la vita è una gran puttana… ed è lì in agguato”, che traccia decisamente una linea tra Carpenter e le vibranti e decisamente più pretenziose profezie a mezzavoce del successivo film con Keanu Reeves. Nonostante ciò, il titolo They Live, e la frase che lo origina (“they live, we sleep”) incarna però la dimostrazione che le due pellicole sono due risposte alla stessa domanda. va detto che i protagonisti reagiscono in maniera molto diversa alla scoperta della verità: nada non ha alcun dubbio su cosa fare nè aspetta per farlo, incazzato e desideroso di vendetta più che di giustizia. Il sangue che scorre ad ogni occasione in “essi vivono” si oppone ai dilemmi morali, forse più umani, forse no, di Matrix. l’etica e la filosofia sull’ontologia della vita umana non hanno un grande spazio nel film di Carpenter. Nada non è un eletto, è un omaccione e per quanto sia estremamente sgamato, non schiva i proiettili e non si scopa nessuna divetta dark.
Pare che They Live sia più catartico che contemplativo, uno sfogo e non uno specchio per chissà che dibattito etico. Forse meno profondo ma più viscerale del malloppone con Keanu Reeves.
Non sono un fan di Matrix, e devo dire che Carpenter non è che mi abbia fatto entusiasmare più di tanto nemmeno lui con Essi Vivono, ma si tratta di un film striato di quell’ironia e di alcune atmosfere inquietanti ed evocative che valgono una visione, se non altro per chi volesse sapere come avrebbe reagito John Cena al posto di Neo davanti a due pillole colorate ed un coniglio bianco.

IN THE MOUTH OF MADNESS – IL CARPENTIERE DEL CINEMA

Wednesday, October 17th, 2007

Avevo già parlato di “They Live” (1988) di questo regista (decisamente) americano e dopo la visione di In the Mouth of Madness (1994) con Sam Neill ed uno sporadico Charlton Heston non posso che confermare il giudizio che ne avevo dato.

Carpenter è un po’ come vediamo gli americani: gente dal fare tra lo schietto e l’ignorante con la predilezione per le azioni eclatanti, con però una capacità di non prendersi sul serio meglio radicata rispetto a noi da questa parte dell’oceano. Caratteristiche come queste sono in pieno proprie di un altro regista statunitense come Micheal Moore, un personaggio pure lui che incarna l’immagine (ho detto immagine, non l’essenza… da europeo mai stato oltreoceano metto le mani avanti) dello Star Spangled Banner, nonostante venga considerato una serpe in seno. Ma parliamo di In the Mouth of Madness (Il seme della follia, in italiano), con due righe sulla trama.

John Trent è un investigatore che aiuta le assicurazioni a sgamare i truffatori, e ci riesce parecchio bene. Viene contattato da una casa editrice, la Arcane, che lo incarica di ritrovare, accompagnato da una tipina di nome Linda Styles (che magari 10 anni fa era vista come figa), il loro scrittore di punta, tale Sutter Cane, scomparso misteriosamente prima di consegnare il suo ultimo, attesissimo romanzo. Cane è uno scrittore horror, ispirato più che vagamente alla figura di Stephen King (del quale vende pure di più, scopriamo nel film), nonchè capo di una sorta di setta dedita alla distruzione della razza umana. Il suo ultimo libro serve per convertire definitivamente il suo miliardo di lettori, già nervosetti per il ritardo dell’uscita, in una legione della morte. Nel corso della storia Trent scoprirà, dopo essere arrivato alla città immaginaria di Hobb’s End (che sta nel New England, guardacaso proprio come la ormai famosa Castle Rock di Stephen King) che la realtà dei libri di Cane è molto più reale di quanto lui, personaggio tutto d’un pezzo e razionalista irriducibile, possa immaginare.

Questo, più o meno, è quello che succede – escluse le cose migliori che però non sto ad elencare in fase di trama, magari qualcuno non se l’è visto.

Raramente un evento di In the Mouth of Madness è scatenato da una frase brillante o da una furba mossa dei protagonisti, di solito prevalgono i “vaffanculo” ed i cazzotti in faccia e le psicologie dei personaggi sono ritagliate altrettanto grezzamente della mappa di Hobb’s End realizzata da Neill in un passaggio piuttosto oscuro della sceneggiatura. Anche le trovate più squisitamente horror sono spesso prevedibili ed a volte ridondanti (la scena in cui Neill non riesce a fuggire da Hobb’s End, trovandosi sempre al punto di partenza, è un esempio). Quello che voglio dire è che, come in They Live, la forza della narrazione di Carpenter non sta nella brillantezza dei dialoghi o nel lato prettamente orrorifico di una pellicola che, fino a prova contraria, è catalogata come “horror”, quanto (è la mia opinione, eh) nella costruzione di un’atmosfera e di un modo molto semplice, ma parecchio diretto, di portarla fino alla fine del film. Oltre a questo, i modi un po’ frivoli del regista di Carthage, NY, possono distogliere uno spettatore un po’ schizzinoso dalla profondità dei temi socio-filosofici che i film trattano e dalle riflessioni che vengono sollevate, con apparente ingenuità.

Se They Live era una versione (antecedente) operaia di Matrix, In the Mouth of Madness è un prolungamento horror del Citizen Kane di Orson Welles (guardacaso lo scrittore pazzo del film di Carpenter di chiama proprio Sutter Cane).

Nel film dell’88 erano i messaggi subliminali attraverso pubblicità e mass media vari ad ottenebrare le menti in quello che era un sistema radicato e capillare in tutta la società, mentre in quello del ’94 è un singolo fenomeno mediatico a diffondere come un cancro l’autodistruzione della razza umana. É la centralizzazione della responsabilità degli eventi nelle mani di una singola persona che sovverte un ordine mondiale, creando una propria versione della realtà e rendendola oggettiva per gli altri (“quando tutti sono pazzi non dev’essere piacevole essere l’unico sano”, è più o meno quello che dice Linda Styles ad un certo punto della storia) il nodo centrale del film di Carpenter, che solleva la non semplice e annosa questione filosofica del concetto di realtà oggettiva e soggettiva. Il fatto che questo si accompagni alla riflessione mediatica, già presente in They Live, accomuna quello che pare un piccolo horror al grande capolavoro di Welles.

A parte le questioni “grosse” che solleva con In the Mouth of Madness, Carpenter riesce talvolta a deliziarci tra una grezzata e l’altra con citazioni varie, da se stesso (“qualcuno ha loro, qualcuno ha la cosa”, dice all’inizio del film Trent allo psichiatra del manicomio in cui viene rinchiuso ed al quale racconterà la propria storia, riferendosi a due film precedenti del regista, appunto They Live – Essi Vivono e The Thing – La Cosa) e dalla realtà (i continui riferimenti a Stephen King sono un elemento ricorrente che contribuisce a dare quella tipica aria ironica al tutto). Il finale metacinematografico, poi, è lo sberleffo finale di Carpenter ad uno spettatore che scopre in quel momento che i livelli di finzione non sono finiti e che, come è stato detto fino alla nausea, “è tutto un film”.

Carpenter è più di un “carpentiere del cinema”, ovviamente, ma uno dei lati ironici e commoventi del suo fare i film è proprio questa maniera ingenuo-tamarra di trattare temi cruciali che caratterizzano la nostra società ed il nostro tempo.

TIDELAND di Terry Gilliam (2005)

Wednesday, October 10th, 2007

Se tuo padre è il grande Lebowski ci sta che parli con le bambole e te le fai amiche, perchè lui da eroinomane non si prenderà cura di te dopo che tua madre è morta e vivete in un casa che sta in piedi con la merda dei topi che la infestano. Ecco, magari dovresti dare meno confidenza ai vicini (ma qui vi evito spoiler vari). Comunque, finchè c’è l’immaginazione di una bambina, che problemi ci sono? Beh, uno c’è, e cioè una trama un po’ povera, anche se le immagini di Gilliam non sono mai state così potenti e gli attori sono tutti dei mostri, in tutti i sensi. Se lo prendete da film horror, Tideland è perfetto, ma non aspettatevi drammi formativi o un intreccio labirintico. Questo film è un trip molto più brutto di Paura e delirio a Las Vegas, ma non tutti i viaggi portano da qualche parte. Dal finestrino, però, è comunque un bel guardare.

IL LABIRINTO DEL FAUNO di Guillermo Del Toro (2006)

Monday, October 8th, 2007

Questo film è ambientato nella Spagna franchista, ma ci sono le fatine ed i mostri. Gli accanimenti un po’ gore di certe scene non sono adatti al nonno e nemmeno alla sorellina piccola. Vostro cugino metallaro fan degli snuff non approverebbe, ci sono troppi sentimenti. Però almeno voi andatevelo a vedere. L’ultimo Del Toro è il racconto (visionario, spaventoso, magico, a volte crudo) di come ci si riprende l’infanzia rubataci da un mondo mostruoso. E se ne vive un altro dove basta il coraggio per sconfiggerlo, il mostro.

LE COLLINE HANNO GLI OCCHI di Alexandre Aja (2006)

Monday, October 8th, 2007

Non sei un uomo se non spacchi la testa a qualcuno con un’ascia. Dopo che la tua famiglia è stata massacrata quasi per intero da dei redneck mutanti del deserto, infierire sul cadavere di un deforme reietto della società può essere catartico. Aja ci intrattiene, ci spaventa, ci fa sembrare l’originale pellicola ispiratrice di questo horror estivo un po’ come Mary Poppins. Molta più cattiveria, molto più sangue (e molti più soldi). Un classico attualizzato bene, ma che dopo 30 anni soffre abbastanza per il peso del tempo e della concorrenza. Meglio Silent Hill.

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