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Anthony McCall – Breath (The Vertical Works)
(Milano, Hangar Bicocca, 19/3/2009-19/6/2009)

Monday, March 23rd, 2009

Sarà per la mia recente ossessione riguardo al political/minimal, ma penso che questa mostra debba essere obbligatoria. E non è nemmeno per le inevitabili connessioni che potrei fare tra Anthony McCall e gli artisti della mostra di Klaus Biesenbach (anche se arrivando all’Hangar Bicocca subito dopo Alfredo Jaar, presente nel roster ufficiale al KW di Berlino, si percepisce una certa continuità), ma piuttosto per l’incredibile eleganza e semplicità delle opere, che riescono ad essere contemporaneamente molto articolate. (more…)

Political/Minimal (Berlino, KunstWerke)

Monday, February 2nd, 2009

(Dal 30 novembre 2008 al 25 gennaio 2009)

Figure geometriche come testimoni della morte. Appelli lanciati da blocchi di cemento e superfici spoglie. Gli artisti esposti al KunstWerke provano a generare consapevolezza attraverso la discrezione. Ma può un segnale d’allarme essere così elegante?

Political/Minimal è una mostra importante, e non solo per il numero incredibile di personalità del mondo dell’arte che sono andate ad abbuffarsi al vernissage, o perchè tira le somme di alcuni temi che il curatore Klaus Biesenbach aveva già trattato anni fa. L’aspetto più affascinante della mostra, già in nuce nel suo titolo, sta nei propri limiti.
I tempi in cui un cubo poteva essere rivoluzionario e gli artisti minimalisti si arrabbiavano perchè i critici vedevano della trascendenza, del bisogno di universalità, nella loro arte sono passati. Adesso questo rischio non c’è più, ed il minimalismo è stato assorbito insieme alla sua importanza nella confortevole legittimità della storia dell’arte, come anche i successivi movimenti antagonisti che, ciascuno a suo modo, hanno cercato di restituire vigore a quella metafora che Judd e soci avevano ucciso. Perfetta allegoria della condizione postmoderna, l’arte contemporanea ha cercato di reagire a più riprese al freddo ed ironico distacco della propria autocoscienza linguistica, e di tanto in tanto sono emerse tendenze volte a scalzare l’opera d’arte dal suo guscio di coerenza semiotica per riportarla ad una sana dialettica. Con mezzi sempre diversi, si è provato a ristabilire quel “legame tra uomo e mondo” che, secondo Gilles Deleuze, il Novecento ha visto scomparire.
La formula political/minimal è una combinazione estremamente efficace nel declinare la dialettica messaggio/forma, sicuramente molto più seducente rispetto a freddi statement e più raffinata di ad-busting figurativi. Le opere appaiono spesso come oggetti di design, ma vogliono emanciparsi da un linguaggio autoreferente, ironico, distaccato e per questo connivente con il male. Hanno quindi una doppia velocità, possono essere solo percepite o raccontare una propria storia, lanciare un proprio appello. Ma se per lo spettatore digiuno di arte contemporanea il minimalismo può essere troppo oscuro, per quello smaliziato la vita degli oggetti vissuti e politicizzati della mostra lo è altrettanto. In parole povere, per capire il feto incementato di Teresa Margolles o l’opera di Sarah Ortmeyer sulla riunificazione della Germania ci vogliono comunque delle didascalie. Lo stesso vale per l’opera di Santiago Sierra, la foto di un campo con 3000 buche scavate da lavoratori africani sottopagati. Questo dettaglio sembra non essere sfuggito agli xurban_collective, che presentano il loro The Containment Contained (2003-2007) con una spiegazione stampata sulla parete vicina, ma in lettere così chiare da risultare difficilmente leggibili. Se Har Megiddo (2008), il monumentale cerchio nero di mosche morte di Damien Hirst, e le minacciose opere di Adel Abdessemed o Monica Bonvicini riescono comunque a sintetizzare un’esperienza fisica con un messaggio variamente interpretabile, senza bisogno di altro, il collettivo svela così uno dei punti deboli non solo della mostra, ma dell’arte stessa.
La perfezione formale è incompatibile con la politica, perchè scavalca i compromessi linguistici relegandoli ad un commento, un accessorio esterno. Political/Minimal sconfigge, ed arriva quasi a rendere superfluo, il compromesso espressivo a cui l’arte politica era sempre scesa adottando i linguaggi dei media. Invece di andarle incontro, l’opera risucchia la politica dentro di sè.

(pubblicato su exibart.com)

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