Avevo già parlato di “They Live” (1988) di questo regista (decisamente) americano e dopo la visione di In the Mouth of Madness (1994) con Sam Neill ed uno sporadico Charlton Heston non posso che confermare il giudizio che ne avevo dato.
Carpenter è un po’ come vediamo gli americani: gente dal fare tra lo schietto e l’ignorante con la predilezione per le azioni eclatanti, con però una capacità di non prendersi sul serio meglio radicata rispetto a noi da questa parte dell’oceano. Caratteristiche come queste sono in pieno proprie di un altro regista statunitense come Micheal Moore, un personaggio pure lui che incarna l’immagine (ho detto immagine, non l’essenza… da europeo mai stato oltreoceano metto le mani avanti) dello Star Spangled Banner, nonostante venga considerato una serpe in seno. Ma parliamo di In the Mouth of Madness (Il seme della follia, in italiano), con due righe sulla trama.
John Trent è un investigatore che aiuta le assicurazioni a sgamare i truffatori, e ci riesce parecchio bene. Viene contattato da una casa editrice, la Arcane, che lo incarica di ritrovare, accompagnato da una tipina di nome Linda Styles (che magari 10 anni fa era vista come figa), il loro scrittore di punta, tale Sutter Cane, scomparso misteriosamente prima di consegnare il suo ultimo, attesissimo romanzo. Cane è uno scrittore horror, ispirato più che vagamente alla figura di Stephen King (del quale vende pure di più, scopriamo nel film), nonchè capo di una sorta di setta dedita alla distruzione della razza umana. Il suo ultimo libro serve per convertire definitivamente il suo miliardo di lettori, già nervosetti per il ritardo dell’uscita, in una legione della morte. Nel corso della storia Trent scoprirà, dopo essere arrivato alla città immaginaria di Hobb’s End (che sta nel New England, guardacaso proprio come la ormai famosa Castle Rock di Stephen King) che la realtà dei libri di Cane è molto più reale di quanto lui, personaggio tutto d’un pezzo e razionalista irriducibile, possa immaginare.
Questo, più o meno, è quello che succede – escluse le cose migliori che però non sto ad elencare in fase di trama, magari qualcuno non se l’è visto.
Raramente un evento di In the Mouth of Madness è scatenato da una frase brillante o da una furba mossa dei protagonisti, di solito prevalgono i “vaffanculo” ed i cazzotti in faccia e le psicologie dei personaggi sono ritagliate altrettanto grezzamente della mappa di Hobb’s End realizzata da Neill in un passaggio piuttosto oscuro della sceneggiatura. Anche le trovate più squisitamente horror sono spesso prevedibili ed a volte ridondanti (la scena in cui Neill non riesce a fuggire da Hobb’s End, trovandosi sempre al punto di partenza, è un esempio). Quello che voglio dire è che, come in They Live, la forza della narrazione di Carpenter non sta nella brillantezza dei dialoghi o nel lato prettamente orrorifico di una pellicola che, fino a prova contraria, è catalogata come “horror”, quanto (è la mia opinione, eh) nella costruzione di un’atmosfera e di un modo molto semplice, ma parecchio diretto, di portarla fino alla fine del film. Oltre a questo, i modi un po’ frivoli del regista di Carthage, NY, possono distogliere uno spettatore un po’ schizzinoso dalla profondità dei temi socio-filosofici che i film trattano e dalle riflessioni che vengono sollevate, con apparente ingenuità.
Se They Live era una versione (antecedente) operaia di Matrix, In the Mouth of Madness è un prolungamento horror del Citizen Kane di Orson Welles (guardacaso lo scrittore pazzo del film di Carpenter di chiama proprio Sutter Cane).
Nel film dell’88 erano i messaggi subliminali attraverso pubblicità e mass media vari ad ottenebrare le menti in quello che era un sistema radicato e capillare in tutta la società, mentre in quello del ’94 è un singolo fenomeno mediatico a diffondere come un cancro l’autodistruzione della razza umana. É la centralizzazione della responsabilità degli eventi nelle mani di una singola persona che sovverte un ordine mondiale, creando una propria versione della realtà e rendendola oggettiva per gli altri (“quando tutti sono pazzi non dev’essere piacevole essere l’unico sano”, è più o meno quello che dice Linda Styles ad un certo punto della storia) il nodo centrale del film di Carpenter, che solleva la non semplice e annosa questione filosofica del concetto di realtà oggettiva e soggettiva. Il fatto che questo si accompagni alla riflessione mediatica, già presente in They Live, accomuna quello che pare un piccolo horror al grande capolavoro di Welles.
A parte le questioni “grosse” che solleva con In the Mouth of Madness, Carpenter riesce talvolta a deliziarci tra una grezzata e l’altra con citazioni varie, da se stesso (“qualcuno ha loro, qualcuno ha la cosa”, dice all’inizio del film Trent allo psichiatra del manicomio in cui viene rinchiuso ed al quale racconterà la propria storia, riferendosi a due film precedenti del regista, appunto They Live – Essi Vivono e The Thing – La Cosa) e dalla realtà (i continui riferimenti a Stephen King sono un elemento ricorrente che contribuisce a dare quella tipica aria ironica al tutto). Il finale metacinematografico, poi, è lo sberleffo finale di Carpenter ad uno spettatore che scopre in quel momento che i livelli di finzione non sono finiti e che, come è stato detto fino alla nausea, “è tutto un film”.
Carpenter è più di un “carpentiere del cinema”, ovviamente, ma uno dei lati ironici e commoventi del suo fare i film è proprio questa maniera ingenuo-tamarra di trattare temi cruciali che caratterizzano la nostra società ed il nostro tempo.