(Dal 17 gennaio al 14 marzo 2009)
Un uomo come tanti, ed il suo ingresso nel mondo accompagnato da peer pressure e TV. Tra foto, audio, videoclip e performance, Emi Fontana ospita una panoramica su più di trent’anni di lavoro di Michael Smith.
Carlo Barcellesi, in arte Maurizio Milani, ha voluto farsi chiamare così perchè pensava che Paolo Rossi si fosse scelto un nome così comune per ironizzare sul concetto stesso di nome d’arte. Non era vero, e non lo è nemmeno per Michael Smith (Chicago, 1951). A volte ti tocca un nome anonimo.
Se lo cercate su Wikipedia, ce ne sono una settantina, tra “Michael” e “Mike”. Su Google, il primo risultato è un cantautore cristiano, Michael W. Smith, un tipico rampollo del West Virginia cresciuto a baseball e Gesù. Quello che interessa a noi, l’artista performativo, ha uno sguardo un po’ differente, per quanto si mostri spesso in veste di giovane virgulto della Ivy League.
Per decenni Michael Smith ha indossato i panni di Mike, il suo alter-ego. Mike tenta di distinguersi in una schiera di omonimi ed omologhi con una fibbia personalizzata, colleziona cravatte, carte di credito e di fidelizzazione, si presta ad ogni genere di training ed a corsi gratuiti di autoformazione, si veste bene prima di andare ad una festa ed ama le luci da discoteca. È ispirato ed affascinato dai valori, dall’estetica, dalle affettazioni formali della stessa America che, probabilmente, Michael W. ispira con le sue canzoni.
Le opere esposte nella retrospettiva da Emi Fontana coprono più di trent’anni, durante i quali Mike si è manifestato sui media più svariati. Da vecchi schizzi ai video, da un fotoromanzo a collezioni di oggetti in progress. C’è anche un opera audio ed una serie di foto di gruppo dell’artista con gli studenti del corso che tiene alla University of Texas, dove cercare il suo volto fa venire in mente i libri della serie Where’s Waldo?.
A parte le due performance dell’inaugurazione (visionabili su YouTube, sul canale della galleria), durante le quali l’artista ha portato in scena anche Baby Ikki, altro suo personaggio, il piatto forte sono i video. Si va dal mockumentary – The MUSCO Story (1997), The QuinQuag (2002) – al videoclip – Go for it Mike (1984). In genere Smith gioca sugli stilemi televisivi e ne imita i codici, i ritmi e l’estetica kitsch, ma non mancano cortometraggi con invenzioni visive simboliche o surreali – Secret Horror (1980).
Il Mike che emerge dai video è spesso un fantoccio dei media, tra il Candido di Voltaire e il Dustin Hoffman de Il Laureato, prigioniero di una tentennante e perpetua maturazione ai confini dello status quo. La sua camminata ricorda a volte quella allucinata dei fumetti di Robert Crumb, le sue smorfie stupite sembrano quelle di Richard Pryor ed il suo sorriso affabile è quello di ogni scrittore ed imprenditore di successo, stampato in bianco e nero sul retro del libro che ti ha appena autografato. Ha anche un che di Fonzie, visto da certe angolazioni.
C’è comunque molto Michael Smith dentro Mike, ma non si tratta di una personalizzazione alla Joseph Beuys. Non c’è nessuna rivoluzione in corso, quanto piuttosto lo stupore di trovarsi ad essere pupazzi di una società dove non basta il tuo nome a farti un individuo.
(pubblicato su exibart.com)