Posts Tagged ‘milano’

ALT. ARTE LAVORO TERRITORIO
Spazio Fausto Radici, Alzano Lombardo BG
27/06/09-26/07/09

Tuesday, July 7th, 2009

Vicino a Bergamo hanno appena aperto uno spazione espositivo postindustriale in memoria di Fausto Radici, ex campione di sci e collezionista. La mostra inaugurale è sconfinata e ci sono proprio tutti: italiani vecchi e nuovi (da Manzoni a Cattelan a Vascellari) e stranieri (da Long a Sherman, da Höller ad altri freschi freschi da Manifesta 7). Anche se ci sono molti nomi grossi in formati piccoli e varie marchette (che è fisiologico, vista la provenienza da collezioni private), ce n’è per tutti i gusti, e la location è promettente. E, per i milanesi col culo pesante, non è nemmeno così lontano.

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MERIS ANGIOLETTI – IL PARADIGMA INDIZIARIO
(Milano, Care/Of, 16/6-11/7 2009)

Thursday, June 18th, 2009

IT mi ha segnato: sti ragazzini che scendevano sotto la città per combattere un mostro (ed allo stesso tempo sfuggivano dai bulli del paese) erano troppo fighi. Tra l’altro l’85 doveva essere l’Anno della Fogna: nell’anno in cui è ambientato il libro usciva pure I Goonies, altro caposaldo della mia infanzia. Scusate il flashback, ma anche i sotterranei milanesi che Meris Angioletti si è esplorata hanno tanto a che fare con la memoria. L’artista ha girato il sottosuolo di Castello Sforzesco, Stazione Centrale, via Mecenate, riprendendo superfici vissute da una solitudine densa e buia e dimenticata e parlando con la gente che le conosceva. Fate un salto al Care/Of a vederle, se non avete paura del buio.

(pubblicato su zero.eu)

Anthony McCall – Breath (The Vertical Works)
(Milano, Hangar Bicocca, 19/3/2009-19/6/2009)

Monday, March 23rd, 2009

Sarà per la mia recente ossessione riguardo al political/minimal, ma penso che questa mostra debba essere obbligatoria. E non è nemmeno per le inevitabili connessioni che potrei fare tra Anthony McCall e gli artisti della mostra di Klaus Biesenbach (anche se arrivando all’Hangar Bicocca subito dopo Alfredo Jaar, presente nel roster ufficiale al KW di Berlino, si percepisce una certa continuità), ma piuttosto per l’incredibile eleganza e semplicità delle opere, che riescono ad essere contemporaneamente molto articolate. (more…)

Robin Kirsten – The Prada Cycle (Milano, Galleria Klerkx)

Monday, February 16th, 2009

(Dal 28 gennaio al 7 marzo 2009)

Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa. (more…)

FUTURISMO 1909-2009 VELOCITA’+ARTE+AZIONE (Milano, Palazzo Reale, 6 febbraio-7 giugno 2009)

Monday, January 26th, 2009

Senza musei di arte contemporanea (il Maxxi rimandato mille volte, il Museion in mutande alla seconda mostra) in Italia si va di Futurismo, che fa cent’anni. In tempi di crisi è bello pensare futurista, pensare ai suoni delle bombe decontestualizzati come un concerto di “rumori espressivi”. È tempo di grandi mostre, per soddisfare lo studente quanto la sciura (vabbè, la sciura di più). “Futurismo 1909 – 2009 – Velocità + Arte + Azione” riempirà Palazzo Reale di futurismi vari (400 opere), mentre la Moratti ha già un ricco programma di eventi, tra i quali la “Rissa in Galleria” di Boccioni ricreata da una coreografa (quindi se vedete movimenti strani sappiate che è Futurismo, non i commessi del Burger King in rivolta). Già al PAC, col Nouveau Realisme, la nostra sindachessa ci ha ricordato nostalgica i tempi in cui in piazza Duomo si dava fuoco ai cazzi giganti di Tinguely e si mangiava la torta con le mani. Oggi è lei stessa a censurare le mostre sui gay, pure indoor, ma si sa che la trasgressione in bianco e nero, specie français, ci sta. Se porti l’abito scuro e magari lavori al Comune va bene una marachella, non come gli artisti di oggi che sono tutti busoni viziati.

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ALBERTO BURRI (Milano, Triennale – 10 novembre 2008, 8 febbraio 2009)

Saturday, November 22nd, 2008

Niente farà mai bagnare di orgoglio italico assessori e ministri come il futurismo, ma ogni tanto anche la ruvidezza un po’ zen di uno come Alberto Burri li emoziona. Lui a Milano non ci voleva venire più dall’89, siccome gli abbiamo smontato il Teatro Continuo al Parco Sempione, ma adesso che è morto e non può farci niente voi vi potete godere una Triennale piena fino al soffitto di sue opere, complici anche Bondi e Moratti. Dalle combustioni ai cretti, andatevi a vedere uno che merita. E che astratto astratto, nei quadri ci metteva un sacco di vagine (io ho perso il conto alla quarta sala).

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NEW DELHI, NEW WAVE (Primo Marella Gallery, fino al 19/01/2008)

Saturday, November 24th, 2007

Nuovo spazio, ancora India. Progettata dal famoso Claudio Silvestrin, la nuova galleria Primo Marella apre i battenti sul sorriso della statua iperralista di un indiano che sembra dire: “Guarda, siamo ancora noi!”. In effetti a Milano c’è un vero tripudio di Gupta vari e, a parte le esoticità culinarie al vernissage, non sono le opere che stupiscono. Piuttosto è lo spazio stesso ad essere una piacevole novità: grande, discreto ed articolato, potrà sicuramente ospitare anche progetti più ambiziosi in futuro. Per il momento vi segnalo Sonia Khurana, un mix tra Marina Abramovic e Buster Keaton.

DAVID LYNCH – THE AIR IS ON FIRE (Triennale, Milano, fino al 13 gennaio 2008)

Thursday, November 15th, 2007

Carne sciolta, tacchi alti e fondali low-fi: David Lynch esploso per la seconda tappa della prima mostra che ne apre i cassetti al pubblico. Cortometraggi, cartoni animati, vecchi scarabocchi e memorabilia vari, per chi si è ammalato del suo stile e per chi vuole iniziare a guarire, facendosi un po’ più di chiarezza. Tra un incubo e l’altro.

Da un progetto della Fondation Cartier, dopo il felice collaudo a Parigi e poco dopo l’uscita del suo più enigmatico e caleidoscopico film, l’aria infuocata da David Lynch si sposta ad infiammare la Triennale. Una quantità di disegni, fotografie, quadri e composizioni varie accumulate nel suo studio nel corso di decenni e perfettamente in linea con il suo stile onirico e surreale, che per i feticisti del visionario regista di Inland Empire valgono bene una visita.
L’allestimento, dello stesso Lynch, è rimasto invariato rispetto al suo genitore francese: al centro della lunga sala (non quella grande dei blockbuster come Warhol e Haring, ma un altro spazio di solito riservato a mostre di design) imponenti strutture di ferro sostengono tendaggi colorati dove sono appese le opere più grandi. Si tratta di grosse composizioni di figure umanoidi, impasti materici e vestiti ritagliati, schiacciati su fondali stampati digitalmente e con spesso fumetti e frasi sinistre a gettarvi una luce ironica e sinistra. Il materiale meno ingombrante (schizzi, foto) è schierato con più discrezione sulle pareti laterali, mentre un salotto a grandezza naturale dai colori improbabili (il divano lynchano è ormai una dimensione a sé) chiude la scenografia, scandita anche da effetti sonori di background e, addirittura, a pulsante. Peccato per la luce naturale che filtra dalle finestre ed invade l’atmosfera, per la quale avrebbe forse funzionato meglio una selezionata oscurità.
Non mancano i video: vari corti (vecchi e nuovi, animati e non) sono in proiezione in un teatrino allestito ad hoc e fanno da ottimo trait d’union per chi fosse rimasto disorientato dalle recenti svolte estetiche del regista tra Mulholland Drive e Inland Empire. È in effetti proprio questo contrasto la componente più fresca ed interessante: il digitale dell’ultimo film, il ritocco fotografico tecnicamente ingenuo, la grana dei fondali. Da una parte il coagularsi di incubi fattisi sinistra realtà, il barocco caratteristico dei colori saturi, iconograficamente impeccabili, dall’altra il piatto esistere in diafani ambienti di una provincialità metafisica. Le composizioni con le loro immagini digitali low-fi, con pixel in vista, chiarificano l’interesse di Lynch per un’estetica amatoriale, che emerge anche dalla serie dei nudi photoshoppati, da alcuni disegni e dalle animazioni.
Per i non affezionati è meglio dire che il regista dipingeva e fotografava da prima di iniziare a mettere le sue visioni su pellicola. The Air is On Fire non è quindi una marchetta riempitiva, ma nemmeno una mostra di arte contemporanea in senso stretto: più un tributo, un backstage. Non stupiscano quindi la scenografia ed i cali di tensione tra le opere più consistenti e quelle più documentaristiche.
Con già un Leone alla Carriera, David Lynch forse non vuole/deve/può essere capito, ma alla Triennale potete decisamente sentirlo, più giovane e fresco che mai.

URBAN MANNERS (Hangar Bicocca, Milano, ottobre 2007 / gennaio 2008)

Saturday, October 20th, 2007

Subito dopo l’antipasto a base di chapati all’Oberdan, c’è il piatto forte all’Hangar Bicocca. Opere monumentali, con dimensioni da Biennale. Prevalgono le immagini sospese e le retoriche dolci, colori forti ed oggetti del quotidiano rivestiti da misticismi pop. Poca pittura, molte installazioni e qualche video, che nello spazio dell’hangar guadagnano in avvolgenza. Se tra più di un miliardo di indiani ce ne sono due con lo stesso cognome nella stessa mostra la presenza del fato c’è, o forse sono questi indiani che sono bravi a giocare con le proprie tradizioni, con le frasi di Gandhi ed i soprammobili di casa loro. Fatto sta che in Urban Manners si galleggia volentieri, senza rischi.

SPAZI ATTI (PAC, Milano, 2004)

Monday, October 8th, 2007

La mostra collettiva, esposta al PAC di Milano e curata da Jean-Hubert Martin e Roberto Pinto, è composta da uno o più lavori per ciascuno di sette artisti italiani che negli ultimi anni hanno esplorato il concetto di spazio in relazione all’opera d’arte ed al suo fruitore, e di spazio come l’opera stessa, ovverosia modificato e compenetrato da e con essa.
I sette artisti (Mario Airò, Massimo Bartolini, Loris Cecchini, Alberto Garutti, Marzia Migliora, Luca Pancrazzi, Patrick Tuttofuoco) hanno evidentemente concezioni diverse dello “spazio”, che vanno da quello espositivo – modificato in funzione dell’opera (Bartolini, Pancrazzi) o, al contrario, come ambiente al quale l’opera si adatti (Garutti) – a quello vitale (Cecchini, Migliora), passando per quello esterno al museo (Tuttofuoco) o allo spazio nella sua accezione più romanticamente astrale (Airò).
La trasformazione dei luoghi non è quindi intesa come un rapporto a senso unico tra colui che trasforma e ciò che viene trasformato e nemmeno tra ambiente di appartenenza e “prodotto sociale” (usando un termine forse poco appropriato), ma si tratta di una trasformazione attorno e dentro ai luoghi, che siano essi soggetto, oggetto, o entrambi.
L’introduzione alla mostra presente al PAC, cita più volte Lucio Fontana ed i suoi ambienti spaziali, dove luci e forme creano un rapporto molto fitto e ambivalente fra opera e contesto. Un riferimento molto aperto a Fontana è fatto da Mario Airò in “Forse che le stelle stanno a guardare”, dove l’artista pone delle pietre preziose molto simili a quelle utilizzate dal suo predecessore in alcune sue opere all’interno di geroglifici luminosi proiettati sul pavimento.
I lavori che maggiormente sfidano il concetto tradizionale di spazio e di opera tra quelle esposte, contribuendo al necessario e continuo reinventarsi dei mezzi e dei linguaggi dell’arte, sono a mio avviso quella di Garutti (“Che cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno?”) e di Tuttofuoco (“T(h)ree”). Il primo, il più anziano dei sette, espone una non-opera che raggiunge il suo “zenit” artistico solo quando il pubblico lascia la galleria e le luci vengono spente; si tratta infatti di mobili (sedie, panche) in materiale fluorescente che brillano al di fuori dei tempi della mostra, mentre negli orari di visita restano discretamente in disparte. L’opera di Tuttofuoco invece consiste in una serie di lampadine poste sugli alberi di fronte al PAC e collegate ai cavi della corrente cittadina, in modo da funzionare (dalle 16:00 alle 8:00) in base al funzionamento della rete elettrica. In questo caso opera e spazio sono legate da un legame empatico fondamentale, a senso unico, ma molto forte.
Non tutte le opere di questa mostra stupiscono, anche se oltre a quelle già citate ce ne sono altre interessanti: le colonnine del PAC, replicate e modificate, e la sua vetrina, nell’opera di Luca Pancrazzi “Il paesaggio ci osserva” rendono piuttosto bene l’idea della relatività delle percezioni spaziali ed il rapporto tra osservare ed essere osservati, molto più che nell’opera già citata prima di Airò, che, secondo me, risulta troppo bidimensionale e poco coinvolgente, anche se a livello concettuale si tratta di una bella metafora romantica.
Nella sua altra opera Pancrazzi dà peso e forma allo spazio con un grosso gonfiabile in “1:1”, idea probabilmente inflazionata se non fosse per l’aggiunta del quadro all’estremità opposta del pallone rispetto allo spettatore che conferisce una caratterizzazione prettamente espositivo-museale allo spazio intrappolato nel pvc, rilanciando il significato del lavoro.
Un’altra nota interessante, a mio parere, è l’opera di Loris Cecchini (“Monologue Patterns”, che con le sue pseudo-roulotte riesce a trasformare, semplicemente con delle lampadine, le pareti circostanti ed a concretizzare un’idea di soggettività e individualismo appena suggerita dai diversi tipi di fori delle tre strutture da lui costruite. Nella breve “spiegazione” dell’opera, tuttavia, è segnalato un aspetto di questa legato al movimento, il quale non è, a mio parere, reso a dovere.
“Mixing parfums” di Bartolini, purtroppo, nonostante l’olfatto sia a mio parere un senso imprescindibile per avere un’idea precisa dello spazio che ci circonda e reputi sia la realizzazione tecnologica dell’opera (essenziale, ma consistente) che lo scopo concettuale dell’artista (quello riportato sulla mini-guida alla mostra) non mi è risultata riuscita, forse per una mia carenza olfattiva. Peccato.
Per quanto mi riguarda, le opere “Crash Testing” di Marzia Migliora e “Il gioco delle perle di vetro:nord-sud-est-ovest” di Mario Airò risultano le meno riuscite.
La prima artista non riesce a coinvolgere fisicamente lo spettatore, a causa forse di un lavoro troppo cerebrale, che basa la partecipazione del fruitore su un suo forzato trovarsi tra due proiezioni, le quali sarebbero a mio avviso potute essere in posizione diversa senza cambiare l’effetto finale. Per fortuna l’altro lavoro dell’unica artista donna della mostra è uno dei più direttamente e fisicamente coinvolgenti della mostra, grazie ad un linguaggio visivo ed uditivo universale che crea una partecipazione passiva, ma forte con il suo “Open Skill”, anch’esso composto da due proiezioni speculari, ma sfasate temporalmente e da altoparlanti in Dolby Surround.
Come “Crash Testing” della Migliora, anche il secondo lavoro di Airò delude. Il fatto che i proiettori all’interno della mostra siano tutti della stessa grandezza (così mi è parso), mi ha dato un’impressione di modularità che tutto suggerisce tranne un intervento dell’arte sull’ambiente (il PAC), ed è proprio l’opera di Airò con il pentagramma sovrapposto alle stelle che ne risente di più. Innanzitutto, già nei ’60 John Cage aveva utilizzato un atlante astrononico dal quale aveva tratto delle melodie con un pentagramma (“Atlas Eclipticalis”). Probabilmente si tratta di una citazione, ma la presenza di un proiettore e del suono in contemporanea non è comunque sufficiente, a mio parere, per coinvolgere realmente il visitatore. Il gioco grammaticale di Airò sullo spazio celeste invece che espositivo può essere da un lato visto come una piacevole variazione sul tema della mostra, ma dall’altro come una comprensione forse un po’ superficiale e sicuramente (per il sottoscritto) come un’interpretazione meno riuscita di quello che poteva essere “SPAZI ATTI”.
Come note finali sulla mostra, aggiungo che le immagini, progetti e modellini vari esposti davanti alla ringhiera al piano di sopra non sono a mio avviso altro che un qualcosa in più, riempitivo, per puntualizzare in maniera a volte ridondante aspetti già emersi nelle opere vere e proprie. Ho inoltre trovato fastidiosi gli esercizi di stile nelle videointerviste agli artisti visionabili in una stanza al piano di sopra: rumori di sottofondo così alti da costringere ai sottotitoli nell’intervista a Bartolini (scelta probabilmente ponderata, ma più che discutibile, a mio avviso) e un’inquadratura immotivatamente larga durante l’intervista a Garutti, tanto da non permettere di vederne la faccia.
“SPAZI ATTI” è ad ogni modo una mostra interessante dove le personalità individuali degli artisti riescono ad emergere senza sbilanciare o danneggiare il discorso e la riflessione generale sul rapporto spazio-opera che svolge il ruolo di filo conduttore tra i vari lavori, molto diversi tra loro.

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