Posts Tagged ‘milano’
Saturday, March 5th, 2011
Ogni tanto scrivo ancora su Zero:

A vederlo Don Norman vorresti subito farne il tuo nonno adottivo. Ha l’aria soffice e gentile di chi ti fa trovare i regali più costosi sotto l’albero, con la differenza che lui invece di comprarli e basta te li disegna pure. Figura chiave nei dibattiti sull’usabilità e sul ruolo del design, Norman ha un piede nell’accademia ed uno nell’industria, che concilia nella propria ricerca teorica (è famosa la sua reinterpretazione del termine “affordance” come somma delle azioni intuitivamente raggiungibili offerte da un prodotto).
Da difensore della complessità (il suo ultimo libro parla di quello) il canuto nonnino ha un po’ un rapporto di amore e odio con la Apple, per la quale ha lavorato ed il cui atteggiamento da nicchia creativa “se piace a noi piace anche a voi” non va proprio a genio. A volte Norman s’incazza, perchè secondo lui il design deve rispondere a quello che la gente vuole, dev’essere mirato all’esperienza del cliente (e più ce n’è meglio è). Insomma, la persona ideale da citare se avete un amico designer che se la mena troppo col suo iPad. Che di affordable, in un senso almeno, ha ben poco.
Tags: affordance, apple, don norman, ipad, meet the media guru, milano
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Tuesday, July 7th, 2009

Vicino a Bergamo hanno appena aperto uno spazione espositivo postindustriale in memoria di Fausto Radici, ex campione di sci e collezionista. La mostra inaugurale è sconfinata e ci sono proprio tutti: italiani vecchi e nuovi (da Manzoni a Cattelan a Vascellari) e stranieri (da Long a Sherman, da Höller ad altri freschi freschi da Manifesta 7). Anche se ci sono molti nomi grossi in formati piccoli e varie marchette (che è fisiologico, vista la provenienza da collezioni private), ce n’è per tutti i gusti, e la location è promettente. E, per i milanesi col culo pesante, non è nemmeno così lontano.
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Tags: art, arte, bergamo, cattelan, fausto radici, höller, long, manifesta, manzoni, milano, recensione, review, sherman, vascellari
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Thursday, June 18th, 2009

IT mi ha segnato: sti ragazzini che scendevano sotto la città per combattere un mostro (ed allo stesso tempo sfuggivano dai bulli del paese) erano troppo fighi. Tra l’altro l’85 doveva essere l’Anno della Fogna: nell’anno in cui è ambientato il libro usciva pure I Goonies, altro caposaldo della mia infanzia. Scusate il flashback, ma anche i sotterranei milanesi che Meris Angioletti si è esplorata hanno tanto a che fare con la memoria. L’artista ha girato il sottosuolo di Castello Sforzesco, Stazione Centrale, via Mecenate, riprendendo superfici vissute da una solitudine densa e buia e dimenticata e parlando con la gente che le conosceva. Fate un salto al Care/Of a vederle, se non avete paura del buio.
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Tags: arte, care of, goonies, it, meris angioletti, milano, stephen king, video
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Monday, March 23rd, 2009

Sarà per la mia recente ossessione riguardo al political/minimal, ma penso che questa mostra debba essere obbligatoria. E non è nemmeno per le inevitabili connessioni che potrei fare tra Anthony McCall e gli artisti della mostra di Klaus Biesenbach (anche se arrivando all’Hangar Bicocca subito dopo Alfredo Jaar, presente nel roster ufficiale al KW di Berlino, si percepisce una certa continuità), ma piuttosto per l’incredibile eleganza e semplicità delle opere, che riescono ad essere contemporaneamente molto articolate. (more…)
Tags: alfredo jaar, anthony mccall, arte, arte contemporanea, berlino, correggio, dan graham, hangar bicocca, installazione, klaus biesenbach, kunstwerke, luce, milano, richard serra, scultura, video, video-proiezione
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Monday, February 16th, 2009
(Dal 28 gennaio al 7 marzo 2009)
Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa. (more…)
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Monday, January 26th, 2009
Senza musei di arte contemporanea (il Maxxi rimandato mille volte, il Museion in mutande alla seconda mostra) in Italia si va di Futurismo, che fa cent’anni. In tempi di crisi è bello pensare futurista, pensare ai suoni delle bombe decontestualizzati come un concerto di “rumori espressivi”. È tempo di grandi mostre, per soddisfare lo studente quanto la sciura (vabbè, la sciura di più). “Futurismo 1909 – 2009 – Velocità + Arte + Azione” riempirà Palazzo Reale di futurismi vari (400 opere), mentre la Moratti ha già un ricco programma di eventi, tra i quali la “Rissa in Galleria” di Boccioni ricreata da una coreografa (quindi se vedete movimenti strani sappiate che è Futurismo, non i commessi del Burger King in rivolta). Già al PAC, col Nouveau Realisme, la nostra sindachessa ci ha ricordato nostalgica i tempi in cui in piazza Duomo si dava fuoco ai cazzi giganti di Tinguely e si mangiava la torta con le mani. Oggi è lei stessa a censurare le mostre sui gay, pure indoor, ma si sa che la trasgressione in bianco e nero, specie français, ci sta. Se porti l’abito scuro e magari lavori al Comune va bene una marachella, non come gli artisti di oggi che sono tutti busoni viziati.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: arte contemporanea, futurismo, maxxi, milano, moratti, museion, nouveau realisme, pac
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Saturday, November 22nd, 2008
Niente farà mai bagnare di orgoglio italico assessori e ministri come il futurismo, ma ogni tanto anche la ruvidezza un po’ zen di uno come Alberto Burri li emoziona. Lui a Milano non ci voleva venire più dall’89, siccome gli abbiamo smontato il Teatro Continuo al Parco Sempione, ma adesso che è morto e non può farci niente voi vi potete godere una Triennale piena fino al soffitto di sue opere, complici anche Bondi e Moratti. Dalle combustioni ai cretti, andatevi a vedere uno che merita. E che astratto astratto, nei quadri ci metteva un sacco di vagine (io ho perso il conto alla quarta sala).
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Tags: alberto burri, art, arte, bondi, burri, milano, moratti, recensione, review, triennale
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Saturday, November 24th, 2007
Nuovo spazio, ancora India. Progettata dal famoso Claudio Silvestrin, la nuova galleria Primo Marella apre i battenti sul sorriso della statua iperralista di un indiano che sembra dire: “Guarda, siamo ancora noi!”. In effetti a Milano c’è un vero tripudio di Gupta vari e, a parte le esoticità culinarie al vernissage, non sono le opere che stupiscono. Piuttosto è lo spazio stesso ad essere una piacevole novità: grande, discreto ed articolato, potrà sicuramente ospitare anche progetti più ambiziosi in futuro. Per il momento vi segnalo Sonia Khurana, un mix tra Marina Abramovic e Buster Keaton.
Tags: abramovi, art, arte, india, keaton, khurana, marella, milano, new delhi, new wave, recensione, review
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Thursday, November 15th, 2007
Carne sciolta, tacchi alti e fondali low-fi: David Lynch esploso per la seconda tappa della prima mostra che ne apre i cassetti al pubblico. Cortometraggi, cartoni animati, vecchi scarabocchi e memorabilia vari, per chi si è ammalato del suo stile e per chi vuole iniziare a guarire, facendosi un po’ più di chiarezza. Tra un incubo e l’altro.
Da un progetto della Fondation Cartier, dopo il felice collaudo a Parigi e poco dopo l’uscita del suo più enigmatico e caleidoscopico film, l’aria infuocata da David Lynch si sposta ad infiammare la Triennale. Una quantità di disegni, fotografie, quadri e composizioni varie accumulate nel suo studio nel corso di decenni e perfettamente in linea con il suo stile onirico e surreale, che per i feticisti del visionario regista di Inland Empire valgono bene una visita.
L’allestimento, dello stesso Lynch, è rimasto invariato rispetto al suo genitore francese: al centro della lunga sala (non quella grande dei blockbuster come Warhol e Haring, ma un altro spazio di solito riservato a mostre di design) imponenti strutture di ferro sostengono tendaggi colorati dove sono appese le opere più grandi. Si tratta di grosse composizioni di figure umanoidi, impasti materici e vestiti ritagliati, schiacciati su fondali stampati digitalmente e con spesso fumetti e frasi sinistre a gettarvi una luce ironica e sinistra. Il materiale meno ingombrante (schizzi, foto) è schierato con più discrezione sulle pareti laterali, mentre un salotto a grandezza naturale dai colori improbabili (il divano lynchano è ormai una dimensione a sé) chiude la scenografia, scandita anche da effetti sonori di background e, addirittura, a pulsante. Peccato per la luce naturale che filtra dalle finestre ed invade l’atmosfera, per la quale avrebbe forse funzionato meglio una selezionata oscurità.
Non mancano i video: vari corti (vecchi e nuovi, animati e non) sono in proiezione in un teatrino allestito ad hoc e fanno da ottimo trait d’union per chi fosse rimasto disorientato dalle recenti svolte estetiche del regista tra Mulholland Drive e Inland Empire. È in effetti proprio questo contrasto la componente più fresca ed interessante: il digitale dell’ultimo film, il ritocco fotografico tecnicamente ingenuo, la grana dei fondali. Da una parte il coagularsi di incubi fattisi sinistra realtà, il barocco caratteristico dei colori saturi, iconograficamente impeccabili, dall’altra il piatto esistere in diafani ambienti di una provincialità metafisica. Le composizioni con le loro immagini digitali low-fi, con pixel in vista, chiarificano l’interesse di Lynch per un’estetica amatoriale, che emerge anche dalla serie dei nudi photoshoppati, da alcuni disegni e dalle animazioni.
Per i non affezionati è meglio dire che il regista dipingeva e fotografava da prima di iniziare a mettere le sue visioni su pellicola. The Air is On Fire non è quindi una marchetta riempitiva, ma nemmeno una mostra di arte contemporanea in senso stretto: più un tributo, un backstage. Non stupiscano quindi la scenografia ed i cali di tensione tra le opere più consistenti e quelle più documentaristiche.
Con già un Leone alla Carriera, David Lynch forse non vuole/deve/può essere capito, ma alla Triennale potete decisamente sentirlo, più giovane e fresco che mai.
Tags: art, arte, blue velvet, david lynch, inland empire, leone alla carriera, lynch, milano, mulholland drive, recensione, review, the air is on fire, triennale
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Saturday, October 20th, 2007
Subito dopo l’antipasto a base di chapati all’Oberdan, c’è il piatto forte all’Hangar Bicocca. Opere monumentali, con dimensioni da Biennale. Prevalgono le immagini sospese e le retoriche dolci, colori forti ed oggetti del quotidiano rivestiti da misticismi pop. Poca pittura, molte installazioni e qualche video, che nello spazio dell’hangar guadagnano in avvolgenza. Se tra più di un miliardo di indiani ce ne sono due con lo stesso cognome nella stessa mostra la presenza del fato c’è, o forse sono questi indiani che sono bravi a giocare con le proprie tradizioni, con le frasi di Gandhi ed i soprammobili di casa loro. Fatto sta che in Urban Manners si galleggia volentieri, senza rischi.
Tags: art, arte, bicocca, certa critica, chapati, collettiva, commento, contemporanea, exhibition, gandhi, gupta, hangar, india, indian, manners, milan, milano, oberdan, urban
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