DAVID LYNCH – THE AIR IS ON FIRE (Triennale, Milano, fino al 13 gennaio 2008)
Thursday, November 15th, 2007Carne sciolta, tacchi alti e fondali low-fi: David Lynch esploso per la seconda tappa della prima mostra che ne apre i cassetti al pubblico. Cortometraggi, cartoni animati, vecchi scarabocchi e memorabilia vari, per chi si è ammalato del suo stile e per chi vuole iniziare a guarire, facendosi un po’ più di chiarezza. Tra un incubo e l’altro.
Da un progetto della Fondation Cartier, dopo il felice collaudo a Parigi e poco dopo l’uscita del suo più enigmatico e caleidoscopico film, l’aria infuocata da David Lynch si sposta ad infiammare la Triennale. Una quantità di disegni, fotografie, quadri e composizioni varie accumulate nel suo studio nel corso di decenni e perfettamente in linea con il suo stile onirico e surreale, che per i feticisti del visionario regista di Inland Empire valgono bene una visita.
L’allestimento, dello stesso Lynch, è rimasto invariato rispetto al suo genitore francese: al centro della lunga sala (non quella grande dei blockbuster come Warhol e Haring, ma un altro spazio di solito riservato a mostre di design) imponenti strutture di ferro sostengono tendaggi colorati dove sono appese le opere più grandi. Si tratta di grosse composizioni di figure umanoidi, impasti materici e vestiti ritagliati, schiacciati su fondali stampati digitalmente e con spesso fumetti e frasi sinistre a gettarvi una luce ironica e sinistra. Il materiale meno ingombrante (schizzi, foto) è schierato con più discrezione sulle pareti laterali, mentre un salotto a grandezza naturale dai colori improbabili (il divano lynchano è ormai una dimensione a sé) chiude la scenografia, scandita anche da effetti sonori di background e, addirittura, a pulsante. Peccato per la luce naturale che filtra dalle finestre ed invade l’atmosfera, per la quale avrebbe forse funzionato meglio una selezionata oscurità.
Non mancano i video: vari corti (vecchi e nuovi, animati e non) sono in proiezione in un teatrino allestito ad hoc e fanno da ottimo trait d’union per chi fosse rimasto disorientato dalle recenti svolte estetiche del regista tra Mulholland Drive e Inland Empire. È in effetti proprio questo contrasto la componente più fresca ed interessante: il digitale dell’ultimo film, il ritocco fotografico tecnicamente ingenuo, la grana dei fondali. Da una parte il coagularsi di incubi fattisi sinistra realtà, il barocco caratteristico dei colori saturi, iconograficamente impeccabili, dall’altra il piatto esistere in diafani ambienti di una provincialità metafisica. Le composizioni con le loro immagini digitali low-fi, con pixel in vista, chiarificano l’interesse di Lynch per un’estetica amatoriale, che emerge anche dalla serie dei nudi photoshoppati, da alcuni disegni e dalle animazioni.
Per i non affezionati è meglio dire che il regista dipingeva e fotografava da prima di iniziare a mettere le sue visioni su pellicola. The Air is On Fire non è quindi una marchetta riempitiva, ma nemmeno una mostra di arte contemporanea in senso stretto: più un tributo, un backstage. Non stupiscano quindi la scenografia ed i cali di tensione tra le opere più consistenti e quelle più documentaristiche.
Con già un Leone alla Carriera, David Lynch forse non vuole/deve/può essere capito, ma alla Triennale potete decisamente sentirlo, più giovane e fresco che mai.