Posts Tagged ‘new york’

Speriamo che Whatever Works funzioni davvero

Sunday, May 10th, 2009

Whatever Works è l’ultimo film di Woody Allen, da me particolarmente atteso 1) perchè c’è Larry David e 2) perchè finalmente dopo i suoi deliri europei il regista torna a New York a parlare di ebrei nevrotici, che è la cosa che sa fare meglio. Ain’t It Cool News lo profila come un filmone, ma dal trailer (preso da Trailer Addict) non sembra niente di esagerato. Vedremo.

Super Mario si manifesta a NYC

Sunday, March 8th, 2009

Un tizio a New York s’è messo a sucare Space Invaders nel migliore dei modi possibili. Clap clap. (Via BoingBoing)

Edo Bertoglio, Finish Line (Milano, Galleria Pack)

Monday, February 2nd, 2009

(Dal 27 novembre 2008 al 24 gennaio 2009)

L’ossessione vista, ascoltata e toccata. Tra distacco documentario ed esperienza diretta, Edo Bertoglio ci somministra una dose di Slot Cars. Anche se la “finish line”, quella del titolo, non si vede proprio.

In un certo senso Edo Bertoglio si è sempre occupato di ossessioni. Ha documentato l’esplosione creativa dell’underground newyorkese di Andy Warhol negli anni ’70 e ’80; è stato immerso in un’atmosfera, forse irripetibile, che l’ha segnato per sempre. Delle numerose dipendenze che l’hanno attraversato in quegli anni, l’artista è fortunatamente riuscito a lasciarsi alle spalle la droga, ma non la propria passione per le facce e, cosa più importante, un certo interesse per l’ossessione stessa.
Nel suo ultimo documentario, Face Addict, Bertoglio torna nella Grande Mela alla ricerca degli amici sopravvissuti a quella fase della sua vita così creativa, ma incontrollabile. Il suo è un lavoro documentario, ma fortemente motivato da un percorso personale. È questa esigenza di esplorarsi guardandosi dal di fuori che sposta il tutto su un’altra dimensione, rendendo lo sguardo dell’artista non quello freddo e glamour di un fotografo di moda, ma una ricerca necessaria delle radici, e dei resti, della propria addiction.
Anche in Finish Line Bertoglio è seriale e feticista, quasi compulsivo. Dopo le facce e l’eroina, l’oggetto del suo desiderio sono le Slot Cars. Si tratta di macchinine fatte più o meno in casa, fatte gareggiare su circuiti o collezionate maniacalmente, comprandone i più o meno costosi pezzi o scambiandoli con altri fanatici del settore. Le Slot permettono di unire la passione per il dettaglio del collezionista con l’agonismo del pilota, creando quello che potremmo definire l’hobby perfetto.
Al contrario delle macchinine, che corrono su un singolo solco elettrificato, la mostra viaggia su due binari paralleli: da un lato ci sono le foto, dove lo sguardo ed il flash di Bertoglio elevano i modellini a bolidi degni della copertina di una rivista patinata, documentando anche l’entusiasmo e lo spettro umano variegato che ci sta dietro, dall’altro le installazioni inseriscono il visitatore in un ambiente percettivo che riesce, a tratti, a rendere il tema principale dell’ossessione in modo sinestetico.
Infinity, una scultura/circuito in legno posta a metà mostra, produce un rumore continuo ed alienante per mezzo dell’unica Slot che vi gareggia dentro, al perpetuo inseguimento di una finish line che non c’è. Nella stanza a fianco, una delle pareti è totalmente coperta da un pattern di automobiline: uno sciame multicolore, ma sistematico, che immediatamente avvolge il campo visivo. Le singole macchinine si confondono tra loro, in motivi che ricorrono stupidamente, esattamente come il suono di quella nella stanza precedente continua per tutta la durata della permanenza in galleria.
Se questa felice sinergia dà un senso suo alla mostra intera, la scultura nella stanza subito a sinistra dell’entrata aggiunge un tono più dark. All’illuminazione illustrativa degli altri spazi si contrappone un buio sinistro, dove una Slot grigia, questa volta in scala decisamente ingrandita e priva di decorazioni e ruote, sembra quasi aspettare di essere venerata.

(pubblicato su exibart.com)

SHORTBUS di John Cameron Mitchell (2006)

Monday, October 8th, 2007

Probabilmente non lo vedrete granchè in sala, ma questo film vale. Premetto: aspettatevi un bel po’ di cazzi volanti (ma decisamente meno gratuiti che in Ken Park) e tante scene di sesso esplicito, soprattutto gay. Ad ogni modo, fa ridere (davvero) ed emoziona senza retorica facile o invadente. E’ la storia di un gruppo di persone con problemi o insicurezze sessuali, legate tra loro perchè affezionati di un club newyorkese, lo Shortbus. Una commedia hardcore, con dialoghi realisticamente improvvisati e sesso realmente fottuto. Colonna sonora fighissima, con un trionfale “We all get it in, in the end!” alla fine.

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