Saturday, October 20th, 2007
Subito dopo l’antipasto a base di chapati all’Oberdan, c’è il piatto forte all’Hangar Bicocca. Opere monumentali, con dimensioni da Biennale. Prevalgono le immagini sospese e le retoriche dolci, colori forti ed oggetti del quotidiano rivestiti da misticismi pop. Poca pittura, molte installazioni e qualche video, che nello spazio dell’hangar guadagnano in avvolgenza. Se tra più di un miliardo di indiani ce ne sono due con lo stesso cognome nella stessa mostra la presenza del fato c’è, o forse sono questi indiani che sono bravi a giocare con le proprie tradizioni, con le frasi di Gandhi ed i soprammobili di casa loro. Fatto sta che in Urban Manners si galleggia volentieri, senza rischi.
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Monday, October 8th, 2007
Frammenti di vite, pulsioni e repulsioni tra ruvidità neorealista e patina pop. Lo Spazio Oberdan ospita la più completa rassegna di fotografie (e video) di Tracey Moffatt.
Forse è destino che venga dall’Australia, ex colonia per la feccia criminale dell’Inghilterra, una delle artiste più convinte ed esperte nel raccontare storie di degrado e rivalsa. Lo fa con un’ironia sottile e tagliente, senza accontentarsi di rappresentazioni e senza fermarsi all’estetica pittorica della fotografia, ma approcciandosi ad essa con l’attitudine di una narratrice coraggiosa ed acuta, senza peli sulla lingua, ma capace di poeticità cromatiche e focali. Non solo esercizi di stile e tecnica, ma versatilità e vivacità espressive non comuni.
I temi sono quelli ai quali Tracey Moffatt è affezionata da sempre: la donna, l’esclusione, la frustrazione dei desideri sessuali. I mezzi sono l’ironia, la cruda puntualità ed un occhio fotografico e cinematografico insieme. L’immagine dell’artista australiana non è mai uno spunto grafico estemporaneo, ma un cuneo tagliente schiacciato tra un passato pesante ed un futuro difficile. I personaggi sono colti in momenti apparentemente fuggevoli (in realtà orchestrati alla perfezione), immediatamente precedenti o successivi ad azioni suggerite ma quasi mai rappresentate. Che questi momenti vengano presentati con un’estetica pop patinata da cover di qualche magazine di moda oppure con un drammatico bianco e nero rosselliniano la musica non cambia.
Il punto debole dell’esaustiva mostra all’Oberdan sta nei video. La dicitura “video sperimentale” porta un po’ fuori strada, ma si tratta per la maggior parte di cut & mix da vecchi film, come da circa 40 anni a questa parte si vedono un po’ dappertutto, con l’eccezione di un’investigazione della Moffatt a caccia di surfisti nell’atto di mostrare le natiche durante il cambio dei costumi su qualche spiaggia, che imperversa per più di 20 minuti. I video insomma stanno lì, ma il piatto ghiotto sono le foto.
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