AFORISMA #10
Thursday, January 24th, 2008Il giusto è una questione di gusti.
Il giusto è una questione di gusti.
è goffa la compostezza di mani sfregiate,
mentre non stringono
un rosario che vi pende sopra.
l’aria è piena di un corpo gonfio
e della luce gialla
che vi rimbalza sopra.
appena sopra il suolo,
ruote altrimenti cigolanti
sono le uniche a sostenerne il peso.
occhi galleggianti e testimoni
punteggiano un orizzonte
che non è mai stato così stretto.
solo al di sotto delle palpebre chiuse
nascosta al giallo squallore che rimbalza
su pareti rosa,
forse,
vive un infinito di serenità.
Divorato dal proprio stomaco
risucchiato in una magrezza immobile
mio nonno piange come un bambino,
la sedia aggrappata addosso.
erosa una persona
ne rimane solo l’evidenza,
nè la vita e nè la morte
ma solo
un livido e frustrante mezzo.
la purezza più violenta
si affaccia da dietro un percetto
(im)perfetto
mentre il giusto e l’evidente,
nella cacofonia del senso,
sopravvivono al pungolo di uno sguardo,
mentre le guance si macchiano,
mentre il cuore si marchia
senza dolore.
persosi nel vivere, ritrovò la via.
tra tonsille amichevoli e in alito umido e roco,
stringendo ciocche ruvide vissute un tempo dal vento,
ora dall’aria.
stringendo, anche, un joypad della playstation.
i palmi di lei bruciarono i suoi jeans,
le sue ginocchia lasciarono segni scuri
sulla moquette.
Ne è ancora un’ombra sudata,
una poltrona fantasma,
uno START mai ripremuto,
di quel benevolere.
il suo sguardo si lascia trascinare
come un bambino svogliato
al mercato con la mamma,
sopra le nostre teste,
vapore di pupille e luce.
implicita la sua attenzione
per l’abbigliarsi, dai piedi in su,
come un gioco abbandonato
e ripreso ai lobi delle proprie orecchie.
è un dolce caso che la ricopre,
come un favore necessario.
Si muove con grazia maleducata,
una danza metabolica la scuote
ad ogni respiro.
è viva, nostro malgrado, e scivola
a piedi nudi e bagnati sulle nostre schiene
con ginocchia lisce ma dure
batte nei nostri cervelli.
si affaccia da sotto la propria gonna,
da dentro il proprio ombelico,
metonimica ed antimimetica,
vitaminica e mortifera.
uccide con il proprio essere,
resuscita con il proprio apparire.
impregnano il biancore del sole
le sue gambe di cioccolato
involte in culotte di velina.
attraversa l’aria come sale
discende dolce
sul fondo di una spiaggia
in ebollizione.
l’ho visto esorcizzare
col vibrare di viso occhi
e le convulsioni di mani
il terrore grammatico
della drammatica che intride
il suo vivere.
la paura di non potere
a volte
mentirsi con un sorriso
smentirsi con un sorriso
si dipinge per lunghi secondi
per poi sciacquarsi dal suo volto
solo con la promessa
di uno stridente ritorno.
eternità e stridere,
il trionfo della r e del suo
grattare violento,
condanna alliterizia
via ramarro marrone.
credendo frana
uno scricchiolìo,
miopemente,
la lingua stretta tra i denti,
una goccia di concreto impegno
a rotolare sul viso,
si tatuava sul petto una parola forte
dura pregna storica,
il nome di mille uomini,
l’amore di mille donne.
davanti allo specchio
con un sorriso teso
si ammirava nel proprio
sudato goduto inseguito
sanguinare.
non più il senziente
inerte confuso flaccido
omino che era,
ora invece
un tragico eroe
gonfio di aggettivi
il nome di mille uomini,
l’amore di mille donne.
cruda cronologia del suo gesto
una parola sola,
per tutti da leggere
e per sè, invece,
solo da ricordare.