Posts Tagged ‘recensione’

LA BANDA BAADER-MEINHOF di Uli Edel (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Questo è uno di quei film che finiscono continuamente, dove i personaggi degli ultimi 20 minuti non sono che l’ombra di com’erano all’inizio. La storia del gruppo terroristico tedesco RAF è probabilmente quella di molti altri, e ci viene raccontata dagli idealistici scoppiettii iniziali fino alle disperate deflagrazioni finali. Violento e formativo.

MAX PAYNE di John Moore (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Da Matrix in poi l’abuso di slow-motion è una piaga che ci affligge in almeno un paio di film a stagione, e se Max Payne poteva vantarsi di essere il primo videogame zarro come un’action movie pretenzioso, l’action movie che ne hanno tratto non ha nemmeno quelle pretese che hanno reso Matrix una Bibbia nerd. Slow-motion a parte, fa comunque cagare.

NO PROBLEM di Vincenzo Salemme (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Personaggi un po’ macchietta? No problem, la stilizzazione aiuta la commedia. Finale zuccheroso? No problem, niente di male in un messaggio positivo. Gag da quinta elementare, all’80% dialettali? Insomma. Giorgio Panariello? Eh. 7 euro e mezzo di biglietto? Mah. Il top è quando un certo Galeazzo (solo per fare rima con “cazzo”) si spara un tappo di sughero sotto al mento.

THE MIST di Frank Darabont (2007)

Saturday, November 22nd, 2008

Due cose hanno rovinato gli horror: gli effetti digitali e l’avvento dei cellulari. Se riuscite ad ignorare questi particolari, questo film scorre. Magari la bruttezza dei mostri 3d vi infastidirà, ma Darabont l’ha sempre trattato bene Stephen King, ed una mezza cagata gliela perdoniamo. E poi qualche soddisfazione, sui veri mostri, ce la toglie.

TROPIC THUNDER di Ben Stiller (2008)

Saturday, November 22nd, 2008

Con tutta la gente che c’è dietro e dentro, Tropic Thunder poteva pure uscire meglio. L’edizione italiana massacra la parlata ebonica originale di Downey Jr., che da sola valeva mezzo film, ma voi lo dovete vedere comunque perchè c’è Tom Cruise, pelato e pelosissimo, che quasi si fa perdonare la scientologia facendo il produttore stronzo.

Stéphanie Nava – Considering a Plot (Dig for Victory) (Milano, Viafarini – DOCVA)

Saturday, November 22nd, 2008

(Dal 3 novembre al 20 dicembre 2008)

Un regime autarchico a misura di giardino, dove la natura cresce disciplinata dalla conoscenza. Retorica del potere, disegno e giardinaggio: Stéphanie Nava divide e impera lo spazio di Viafarini presso la Fabbrica del Vapore.

Alla fine del Candido di Voltaire, l’ingenuo protagonista la smetteva di viaggiare e si dedicava al proprio orticello. Nel libro era una metafora del “pensare per sè”, ma ci sono altri modi di vederla. L’orto di Stéphanie Nava (classe 1973), per esempio, ha tutt’altro significato.
L’allestimento che l’artista di origini marsigliesi ha realizzato al DOCVA è una sorta di orto-stato, una capsula di maturazione indipendente dove, insieme alle verdure, si coltiva un’ideologia. Il suo plot (che in inglese significa sia “complotto” che “un piccolo pezzo di terra recintato per costruire o per il giardinaggio”) è un’installazione unica, risultato di anni di variazioni su un tema germogliato nella sua istanza più completa qui a Milano. L’idea è ispirata ad una campagna chiamata “Dig for Victory” e lanciata dal Ministero dell’Agricoltura inglese nel 1940 per contrastare la scarsità di cibo nella nazione, promuovendo la coltivazione di prodotti ortofrutticoli nei terreni pubblici.
Lo spazio dello stanzone che ospita la mostra è organizzato in varie sotto-installazioni, ciascuna a rappresentare un organo ben preciso sia dell’orto che della società/autarchia che esso rappresenta. C’è la serra dei libri (la parte teorica dell’ideologia), un’ampia sezione dove crescono le verdure del regime, l’angolo del prodotto finito ed inscatolato (quello della propaganda) ed anche un sedile rialzato per controllare la situazione.
Più che uno stato orwelliano, l’artista ricrea una versione disincantata ed allegorica di una nazione che vive tempi difficili ed è costretta a rimboccarsi le maniche e ad ingoiarsi anche un po’ di retorica.
Alcuni oggetti dell’allestimento sono ready-made (libri, cestino, carriola), ma la maggior parte sono disegni a matita su carta bianca, semplici e nitidi. Foglie, bulbi ed insetti si presentano come il risultato di un lavoro manuale. Contrastano un po’ con l’approccio concettuale dell’insieme, e l’abbondanza di carta bianca restituisce un’impressione di leggerezza che stride con lo scenario di ristrettezza e precarietà implicate dal soggetto di partenza.
La grammatica della Nava è molto coerente e lo spazio è scandito in maniera perfettamente disciplinata, ma questa scelta estetica, per quanto apprezzabile per la pulizia del tratto e la continuità poetica con i lavori passati dell’artista, lascia un po’ perplessi.
“Lungi dallʼessere un ritorno allʼidea dellʼEden così spesso evocata dai giardini, voglio parlare dei campi coltivati in un serio contesto “verde”. Questo non li rende meno belli, ma li permea della violenza circostante, presente nella politica, nella conflittualità o nellʼeconomia.”
Le parole dell’autrice dichiarano l’intento di restituire una visione non necessariamente critica o “meno bella”, ma con i piedi ben piantati in terra. I disegni sono belli, certo, ma è proprio la terra che non si sente, nell’orto di Stéphanie Nava.

(pubblicato su exibart.com)

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PS: Stephanie Nava ha scritto un commento alla mia recensione sul sito di Exibart, lo riporto in aggiunta qui sotto insieme alla mia risposta:

Caro Nicola Bozzi,
Primo, Le prego di scusare se scrivo con errori, sono Francese e non scrivo molto bene l’Italiano. Ho letto con attenzione la sua rivista su mia mostra a Viafarini e se rispetto completamente il suo punto di vista, vorrei fare un’osservazione sull’ultimo paragrafo del Suo testo in cui Lei cita un passo di un testo che ho scritto a proposito del progetto Considering a Plot. Questo testo è stato sfortunatamente pubblicato in Italiano con un errore di traduzione (che è adesso cambiata). Lei mi cita parlando dei “campi cultivati in un serio contesto ‘verde’”, la frase, in realtà è “Lungi dall’essere un ritorno all’idea dell’Eden così spesso evocata dai giardini, voglio parlare dei campi coltivati in un contesto aspro, ‘grigio’.”
Mi sembra che cambia molto l’interpretazione che fa. Con questa frase, volevo dire che un giardino cresciuto in un contesto industriale non è meno bello dell’Eden, è soltanto più colpito dal suo contesto.
Non ho mai avuto “l’intento di restituire una visione non necessariamente critica o “meno bella”, ma con i piedi ben piantati in terra”. È tutto il contrario. Questo progetto è fondamentalemente critico e costruito teoricamente, lontano dalla terra. In fatto, sono d’accordo con lei, la terra manca. È l’idea propria di quest’orto. È industriale, è enciclopedico, è come un libro aperto. Parla di una realtà ma non è questa realtà. È una costruzione del mente che può vedersi come giardino ma anche come un lavoro che tratta di disegno, di questione di territorio, di scienza, di rappresentazione, etc.
Bien cordialement à vous,
Stéphanie Nava

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Cara Stephanie, hai ragione. La traduzione in effetti cambia parecchio il discorso, e restituisce coerenza al testo ed alla mostra. Se avessi letto il testo come l’avevi scritto tu, sicuramente il mio giudizio finale sulla mostra sarebbe stato diverso. Sono contento comunque che tu mi abbia fatto questa puntualizzazione, ed è un bene che il formato di questa pagina, articolo + commenti, possa permettere questo tipo di rettifiche e scambi di opinione.
Un saluto

Nicola

NEW DELHI, NEW WAVE (Primo Marella Gallery, fino al 19/01/2008)

Saturday, November 24th, 2007

Nuovo spazio, ancora India. Progettata dal famoso Claudio Silvestrin, la nuova galleria Primo Marella apre i battenti sul sorriso della statua iperralista di un indiano che sembra dire: “Guarda, siamo ancora noi!”. In effetti a Milano c’è un vero tripudio di Gupta vari e, a parte le esoticità culinarie al vernissage, non sono le opere che stupiscono. Piuttosto è lo spazio stesso ad essere una piacevole novità: grande, discreto ed articolato, potrà sicuramente ospitare anche progetti più ambiziosi in futuro. Per il momento vi segnalo Sonia Khurana, un mix tra Marina Abramovic e Buster Keaton.

THE KINGDOM di Peter Berg (2007)

Thursday, November 15th, 2007

Nonostante l’americanità trasudante e super codificata ed una spruzzata di “noi lo sappiamo come si fa”, questo bignami sul terrorismo funziona bene e riesce a mandare un messaggio positivo e di collaborazione all’interno del culture clash che ci fa da sfondo. Il regista è quello di Cose molto cattive, lo produce Michal Mann e, udite udite, Jason Bateman è quello della famiglia Hogan (la serie vecchia di italia1).

DAVID LYNCH – THE AIR IS ON FIRE (Triennale, Milano, fino al 13 gennaio 2008)

Thursday, November 15th, 2007

Carne sciolta, tacchi alti e fondali low-fi: David Lynch esploso per la seconda tappa della prima mostra che ne apre i cassetti al pubblico. Cortometraggi, cartoni animati, vecchi scarabocchi e memorabilia vari, per chi si è ammalato del suo stile e per chi vuole iniziare a guarire, facendosi un po’ più di chiarezza. Tra un incubo e l’altro.

Da un progetto della Fondation Cartier, dopo il felice collaudo a Parigi e poco dopo l’uscita del suo più enigmatico e caleidoscopico film, l’aria infuocata da David Lynch si sposta ad infiammare la Triennale. Una quantità di disegni, fotografie, quadri e composizioni varie accumulate nel suo studio nel corso di decenni e perfettamente in linea con il suo stile onirico e surreale, che per i feticisti del visionario regista di Inland Empire valgono bene una visita.
L’allestimento, dello stesso Lynch, è rimasto invariato rispetto al suo genitore francese: al centro della lunga sala (non quella grande dei blockbuster come Warhol e Haring, ma un altro spazio di solito riservato a mostre di design) imponenti strutture di ferro sostengono tendaggi colorati dove sono appese le opere più grandi. Si tratta di grosse composizioni di figure umanoidi, impasti materici e vestiti ritagliati, schiacciati su fondali stampati digitalmente e con spesso fumetti e frasi sinistre a gettarvi una luce ironica e sinistra. Il materiale meno ingombrante (schizzi, foto) è schierato con più discrezione sulle pareti laterali, mentre un salotto a grandezza naturale dai colori improbabili (il divano lynchano è ormai una dimensione a sé) chiude la scenografia, scandita anche da effetti sonori di background e, addirittura, a pulsante. Peccato per la luce naturale che filtra dalle finestre ed invade l’atmosfera, per la quale avrebbe forse funzionato meglio una selezionata oscurità.
Non mancano i video: vari corti (vecchi e nuovi, animati e non) sono in proiezione in un teatrino allestito ad hoc e fanno da ottimo trait d’union per chi fosse rimasto disorientato dalle recenti svolte estetiche del regista tra Mulholland Drive e Inland Empire. È in effetti proprio questo contrasto la componente più fresca ed interessante: il digitale dell’ultimo film, il ritocco fotografico tecnicamente ingenuo, la grana dei fondali. Da una parte il coagularsi di incubi fattisi sinistra realtà, il barocco caratteristico dei colori saturi, iconograficamente impeccabili, dall’altra il piatto esistere in diafani ambienti di una provincialità metafisica. Le composizioni con le loro immagini digitali low-fi, con pixel in vista, chiarificano l’interesse di Lynch per un’estetica amatoriale, che emerge anche dalla serie dei nudi photoshoppati, da alcuni disegni e dalle animazioni.
Per i non affezionati è meglio dire che il regista dipingeva e fotografava da prima di iniziare a mettere le sue visioni su pellicola. The Air is On Fire non è quindi una marchetta riempitiva, ma nemmeno una mostra di arte contemporanea in senso stretto: più un tributo, un backstage. Non stupiscano quindi la scenografia ed i cali di tensione tra le opere più consistenti e quelle più documentaristiche.
Con già un Leone alla Carriera, David Lynch forse non vuole/deve/può essere capito, ma alla Triennale potete decisamente sentirlo, più giovane e fresco che mai.

I GUARDIANI DEL GIORNO di Timur Bekmambetov (2006)

Sunday, November 11th, 2007

Date i soldi ai russi e vi fanno una trilogia horror-fantasy su bene, male e destino, dove il tamarro incontra felicemente un gusto letterario ed un’immaginazione visiva notevole. Dateli a noi e faremo la prossima fiction tratta dalla Bibbia. Effetti speciali impressionanti, nomi impronunciabili e costumi sgargianti. Il diavolo veste male.

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