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Tuesday, July 7th, 2009

Vicino a Bergamo hanno appena aperto uno spazione espositivo postindustriale in memoria di Fausto Radici, ex campione di sci e collezionista. La mostra inaugurale è sconfinata e ci sono proprio tutti: italiani vecchi e nuovi (da Manzoni a Cattelan a Vascellari) e stranieri (da Long a Sherman, da Höller ad altri freschi freschi da Manifesta 7). Anche se ci sono molti nomi grossi in formati piccoli e varie marchette (che è fisiologico, vista la provenienza da collezioni private), ce n’è per tutti i gusti, e la location è promettente. E, per i milanesi col culo pesante, non è nemmeno così lontano.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: art, arte, bergamo, cattelan, fausto radici, höller, long, manifesta, manzoni, milano, recensione, review, sherman, vascellari
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Wednesday, March 4th, 2009

Henry Bergson diceva che l’eroe tragico è sempre rappresentato da vicino. Scivoliamo dentro la sua vita perchè, pur nella sua singolarità, è comunque come noi, come una piccola parte di noi che, se l’autore ci sa fare, non riusciamo ad ignorare [non mi sono andato a rivedere la citazione, diciamo che grosso modo il succo era questo, in opposizione alla commedia dove vediamo i personaggi da lontano, come delle piccole formiche sfigate].
Nel suo ultimo film, Darren Aronofsky pedina Mickey Rourke standogli ad un palmo dal culo. Te ne mostra ogni cicatrice, ogni livido, ogni frustrazione ed ogni piccola gioia. Finchè ti convince che, un pochino, si tratta anche di te. (more…)
Tags: darren aronofsky, film, marisa tomei, mickey rourke, movie, randy the ram, recensione, review, the wrestler, wrestling
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Monday, March 2nd, 2009

Non si mangia la scamorza insieme alle cozze, ma nell’arte contemporanea ogni tanto certe cose funzionano. Entrambi gli artisti esposti da De Carlo lavorano su immaginari pop, ma li imbastardiscono con citazioni minimaliste più o meno letterali. Claydon propone un’atmosfera colonial/orientaleggiante, ma i suoi oggetti sono inscritti in volumi essenziali; Walker (che ha esposto anche insieme al Guyton di questo post) calcifica la stampa di massa sotto texture mattonate e con l’altra mano ti cita Donald Judd. (more…)
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Thursday, February 26th, 2009
(Dal 28 gennaio al 20 marzo 2009)
L’arte come discussione, una mostra come incontro. Il “brand progettuale” Brown espone per la seconda volta nel proprio spazio in via Eustachi, aprendo al pubblico le proprie riflessioni su simbolo e tempo.
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Tags: alessandro piangiamore, art, arte, brown magazine, brown project space, carol lu, eleonora battiston, francesco barocco, giulio frigo, i-ching, loredana di lillo, luca francesconi, luigi presicce, recensione, review
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Monday, February 16th, 2009
(Dal 28 gennaio al 7 marzo 2009)
Composizioni ellittiche come volti allucinati, il white cube come boutique di lusso. Tra computer art, pittura e graffiti, la prima personale italiana di Robin Kirsten è una caricatura del sistema dell’arte, ma anche di sè stessa. (more…)
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Monday, February 9th, 2009
Non aspettarsi proprio niente è dura in una collettiva tutta al femminile, ma non ci sono opere in stile vagina power e nemmeno zinne gratuite in questo caso. La mostra dalla Minini è soft ed equilibrata, nonostante le opere spazino dall’intimista al concettuale, fino al minimalista, e dalla foto alla scultura. Il mood generale è sottilmente nostalgico e celebra una memoria che è alternatamente sensuale ed ironica, con le foto stellate di Lisa Oppenheim e le opere di Beier & Lund e della Beasley a dominare la scena. Voi aspettatevi pure quello che volete, ma non del porno lesbo-femminista, ecco.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: art, arte, becky beasley, beier & lund, lisa oppenheim, recensione, review
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Monday, February 9th, 2009
Vi siete mai chiesti perchè l’arte si chiama “contemporanea”? Ve lo spiega Giò Marconi, con tre mostre che non c’entrano niente l’una con l’altra, su tre piani della stessa galleria. Al piano terra ce n’è per chi apprezza il minimalismo sporchino (che adesso va di brutto) di Wade Guyton, giù sottoterra c’è Catherine Sullivan, col suo gusto retrò teatrale ed ironico (molto alla Greenaway) e su c’è il norvegese Vibeke Tandberg, con il suo stile morboso/infantile (tra Miranda July ed uno stupro nella foresta). Fosse anche uno solo andrebbe la pena andare, se fate la tripletta male non vi fa.
(pubblicato su zero.eu)
Tags: art, arte, catherine sullivan, gio marconi, miranda july, peter greenaway, recensione, review, vibeke tandberg, wade guyton
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Monday, February 9th, 2009
Sono andato al cinema che mi aspettavo Natale al Cesso o giù di lì. Mentre mi sfregavo occhi e orecchie, mi sono accorto che questa commedia corale italiana è scritta bene, ha ritmo, fa ridere ed è piena così di attori coi controcazzi. Non ci sono Fichi d’India, stereotipi regionali e guittate dialettali (quasi). Se vi va, una bella sorpresa.
Tags: cinema, fausto brizzi, fichi d'india, movie, natale al cesso, recensione, review
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Monday, February 9th, 2009
Tra un antiquario che vende cornici che costano più di quello che pensi ed una galleria che vende solo pittura figurativa, discretamente affondato tra le viette del centro di Milano c’è un palazzo neoclassico che tutto il mondo c’invidia. Una volta dentro, salendo le scale si arriva alla Pinacoteca più rinomata d’Italia. Le opere in mostra vanno dal Cristo morto del Mantegna fino a Boccioni, passando per uno dei fiori all’occhiello, la Cena in Emmaus di Caravaggio. Sì, quello delle luci strane che accoltellava la gente. Per un paio di mesi si potrà ammirare quest’ultima chicca di fianco ad altre opere dello stesso autore, prese in prestito per l’occasione dai signori musei in giro per il mondo che normalmente se ne fregiano (National Gallery di Londra, Met di New York e Galleria Borghese di Roma). Essendo Caravaggio uno dei più cazzuti del suo tempo, vale la pena farci un giro, ma se attraversando il cortile vedete dei giovani vestiti in modo stravagante che cazzeggiano intorno alla statua del Canova non fateci caso: sono gli studenti di Brera, e presto verranno esiliati in un casermone con la loro Accademia, facendo posto ai quadri e probabilmente ad un bookstore.
Tags: accademia di brera, art, arte, bicentenario, brera, caravaggio, cena in emmaus, galleria borghese, metropolitan museum, national gallery, pinacoteca, recensione, review
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Monday, February 9th, 2009
(Dal 17 gennaio al 14 marzo 2009)
Un uomo come tanti, ed il suo ingresso nel mondo accompagnato da peer pressure e TV. Tra foto, audio, videoclip e performance, Emi Fontana ospita una panoramica su più di trent’anni di lavoro di Michael Smith.
Carlo Barcellesi, in arte Maurizio Milani, ha voluto farsi chiamare così perchè pensava che Paolo Rossi si fosse scelto un nome così comune per ironizzare sul concetto stesso di nome d’arte. Non era vero, e non lo è nemmeno per Michael Smith (Chicago, 1951). A volte ti tocca un nome anonimo.
Se lo cercate su Wikipedia, ce ne sono una settantina, tra “Michael” e “Mike”. Su Google, il primo risultato è un cantautore cristiano, Michael W. Smith, un tipico rampollo del West Virginia cresciuto a baseball e Gesù. Quello che interessa a noi, l’artista performativo, ha uno sguardo un po’ differente, per quanto si mostri spesso in veste di giovane virgulto della Ivy League.
Per decenni Michael Smith ha indossato i panni di Mike, il suo alter-ego. Mike tenta di distinguersi in una schiera di omonimi ed omologhi con una fibbia personalizzata, colleziona cravatte, carte di credito e di fidelizzazione, si presta ad ogni genere di training ed a corsi gratuiti di autoformazione, si veste bene prima di andare ad una festa ed ama le luci da discoteca. È ispirato ed affascinato dai valori, dall’estetica, dalle affettazioni formali della stessa America che, probabilmente, Michael W. ispira con le sue canzoni.
Le opere esposte nella retrospettiva da Emi Fontana coprono più di trent’anni, durante i quali Mike si è manifestato sui media più svariati. Da vecchi schizzi ai video, da un fotoromanzo a collezioni di oggetti in progress. C’è anche un opera audio ed una serie di foto di gruppo dell’artista con gli studenti del corso che tiene alla University of Texas, dove cercare il suo volto fa venire in mente i libri della serie Where’s Waldo?.
A parte le due performance dell’inaugurazione (visionabili su YouTube, sul canale della galleria), durante le quali l’artista ha portato in scena anche Baby Ikki, altro suo personaggio, il piatto forte sono i video. Si va dal mockumentary – The MUSCO Story (1997), The QuinQuag (2002) – al videoclip – Go for it Mike (1984). In genere Smith gioca sugli stilemi televisivi e ne imita i codici, i ritmi e l’estetica kitsch, ma non mancano cortometraggi con invenzioni visive simboliche o surreali – Secret Horror (1980).
Il Mike che emerge dai video è spesso un fantoccio dei media, tra il Candido di Voltaire e il Dustin Hoffman de Il Laureato, prigioniero di una tentennante e perpetua maturazione ai confini dello status quo. La sua camminata ricorda a volte quella allucinata dei fumetti di Robert Crumb, le sue smorfie stupite sembrano quelle di Richard Pryor ed il suo sorriso affabile è quello di ogni scrittore ed imprenditore di successo, stampato in bianco e nero sul retro del libro che ti ha appena autografato. Ha anche un che di Fonzie, visto da certe angolazioni.
C’è comunque molto Michael Smith dentro Mike, ma non si tratta di una personalizzazione alla Joseph Beuys. Non c’è nessuna rivoluzione in corso, quanto piuttosto lo stupore di trovarsi ad essere pupazzi di una società dove non basta il tuo nome a farti un individuo.
(pubblicato su exibart.com)
Tags: art, arte, baby ikki, candido, carlo barcellesi, dustin hoffman, emi fontana, il laureato, joseph beuys, maurizio milani, michael smith, paolo rossi, recensione, review, richard pryor, robert crumb, the graduate, voltaire, where's waldo
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