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Monday, February 2nd, 2009
(Dal 30 novembre 2008 al 25 gennaio 2009)
Figure geometriche come testimoni della morte. Appelli lanciati da blocchi di cemento e superfici spoglie. Gli artisti esposti al KunstWerke provano a generare consapevolezza attraverso la discrezione. Ma può un segnale d’allarme essere così elegante?
Political/Minimal è una mostra importante, e non solo per il numero incredibile di personalità del mondo dell’arte che sono andate ad abbuffarsi al vernissage, o perchè tira le somme di alcuni temi che il curatore Klaus Biesenbach aveva già trattato anni fa. L’aspetto più affascinante della mostra, già in nuce nel suo titolo, sta nei propri limiti.
I tempi in cui un cubo poteva essere rivoluzionario e gli artisti minimalisti si arrabbiavano perchè i critici vedevano della trascendenza, del bisogno di universalità, nella loro arte sono passati. Adesso questo rischio non c’è più, ed il minimalismo è stato assorbito insieme alla sua importanza nella confortevole legittimità della storia dell’arte, come anche i successivi movimenti antagonisti che, ciascuno a suo modo, hanno cercato di restituire vigore a quella metafora che Judd e soci avevano ucciso. Perfetta allegoria della condizione postmoderna, l’arte contemporanea ha cercato di reagire a più riprese al freddo ed ironico distacco della propria autocoscienza linguistica, e di tanto in tanto sono emerse tendenze volte a scalzare l’opera d’arte dal suo guscio di coerenza semiotica per riportarla ad una sana dialettica. Con mezzi sempre diversi, si è provato a ristabilire quel “legame tra uomo e mondo” che, secondo Gilles Deleuze, il Novecento ha visto scomparire.
La formula political/minimal è una combinazione estremamente efficace nel declinare la dialettica messaggio/forma, sicuramente molto più seducente rispetto a freddi statement e più raffinata di ad-busting figurativi. Le opere appaiono spesso come oggetti di design, ma vogliono emanciparsi da un linguaggio autoreferente, ironico, distaccato e per questo connivente con il male. Hanno quindi una doppia velocità, possono essere solo percepite o raccontare una propria storia, lanciare un proprio appello. Ma se per lo spettatore digiuno di arte contemporanea il minimalismo può essere troppo oscuro, per quello smaliziato la vita degli oggetti vissuti e politicizzati della mostra lo è altrettanto. In parole povere, per capire il feto incementato di Teresa Margolles o l’opera di Sarah Ortmeyer sulla riunificazione della Germania ci vogliono comunque delle didascalie. Lo stesso vale per l’opera di Santiago Sierra, la foto di un campo con 3000 buche scavate da lavoratori africani sottopagati. Questo dettaglio sembra non essere sfuggito agli xurban_collective, che presentano il loro The Containment Contained (2003-2007) con una spiegazione stampata sulla parete vicina, ma in lettere così chiare da risultare difficilmente leggibili. Se Har Megiddo (2008), il monumentale cerchio nero di mosche morte di Damien Hirst, e le minacciose opere di Adel Abdessemed o Monica Bonvicini riescono comunque a sintetizzare un’esperienza fisica con un messaggio variamente interpretabile, senza bisogno di altro, il collettivo svela così uno dei punti deboli non solo della mostra, ma dell’arte stessa.
La perfezione formale è incompatibile con la politica, perchè scavalca i compromessi linguistici relegandoli ad un commento, un accessorio esterno. Political/Minimal sconfigge, ed arriva quasi a rendere superfluo, il compromesso espressivo a cui l’arte politica era sempre scesa adottando i linguaggi dei media. Invece di andarle incontro, l’opera risucchia la politica dentro di sè.
(pubblicato su exibart.com)
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Monday, February 2nd, 2009
(Dal 27 novembre 2008 al 24 gennaio 2009)
L’ossessione vista, ascoltata e toccata. Tra distacco documentario ed esperienza diretta, Edo Bertoglio ci somministra una dose di Slot Cars. Anche se la “finish line”, quella del titolo, non si vede proprio.
In un certo senso Edo Bertoglio si è sempre occupato di ossessioni. Ha documentato l’esplosione creativa dell’underground newyorkese di Andy Warhol negli anni ’70 e ’80; è stato immerso in un’atmosfera, forse irripetibile, che l’ha segnato per sempre. Delle numerose dipendenze che l’hanno attraversato in quegli anni, l’artista è fortunatamente riuscito a lasciarsi alle spalle la droga, ma non la propria passione per le facce e, cosa più importante, un certo interesse per l’ossessione stessa.
Nel suo ultimo documentario, Face Addict, Bertoglio torna nella Grande Mela alla ricerca degli amici sopravvissuti a quella fase della sua vita così creativa, ma incontrollabile. Il suo è un lavoro documentario, ma fortemente motivato da un percorso personale. È questa esigenza di esplorarsi guardandosi dal di fuori che sposta il tutto su un’altra dimensione, rendendo lo sguardo dell’artista non quello freddo e glamour di un fotografo di moda, ma una ricerca necessaria delle radici, e dei resti, della propria addiction.
Anche in Finish Line Bertoglio è seriale e feticista, quasi compulsivo. Dopo le facce e l’eroina, l’oggetto del suo desiderio sono le Slot Cars. Si tratta di macchinine fatte più o meno in casa, fatte gareggiare su circuiti o collezionate maniacalmente, comprandone i più o meno costosi pezzi o scambiandoli con altri fanatici del settore. Le Slot permettono di unire la passione per il dettaglio del collezionista con l’agonismo del pilota, creando quello che potremmo definire l’hobby perfetto.
Al contrario delle macchinine, che corrono su un singolo solco elettrificato, la mostra viaggia su due binari paralleli: da un lato ci sono le foto, dove lo sguardo ed il flash di Bertoglio elevano i modellini a bolidi degni della copertina di una rivista patinata, documentando anche l’entusiasmo e lo spettro umano variegato che ci sta dietro, dall’altro le installazioni inseriscono il visitatore in un ambiente percettivo che riesce, a tratti, a rendere il tema principale dell’ossessione in modo sinestetico.
Infinity, una scultura/circuito in legno posta a metà mostra, produce un rumore continuo ed alienante per mezzo dell’unica Slot che vi gareggia dentro, al perpetuo inseguimento di una finish line che non c’è. Nella stanza a fianco, una delle pareti è totalmente coperta da un pattern di automobiline: uno sciame multicolore, ma sistematico, che immediatamente avvolge il campo visivo. Le singole macchinine si confondono tra loro, in motivi che ricorrono stupidamente, esattamente come il suono di quella nella stanza precedente continua per tutta la durata della permanenza in galleria.
Se questa felice sinergia dà un senso suo alla mostra intera, la scultura nella stanza subito a sinistra dell’entrata aggiunge un tono più dark. All’illuminazione illustrativa degli altri spazi si contrappone un buio sinistro, dove una Slot grigia, questa volta in scala decisamente ingrandita e priva di decorazioni e ruote, sembra quasi aspettare di essere venerata.
(pubblicato su exibart.com)
Tags: addiction, andy warhol, art, arte, dipendenza, edo bertoglio, face addict, galleria pack, hobby, new york, recensione, review, slot cars
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Monday, February 2nd, 2009
(Dal 27 novembre 2008 al 7 febbraio 2009)
Gioco, sguardo, narrazione. Le “riflessioni geometriche” degli artisti esposti da Galica non sono esperimenti minimalisti o concettuali, ma inviti alla partecipazione, anche emotiva. Linguaggi diversi, che vanno dalla citazione all’intimismo.
In questi tempi d’oro per artisti come Sterling Ruby, in cui il minimalismo viene riscoperto ed arricchito, sporcato di riferimenti sottoculturali, un titolo come Riflessioni geometriche può rievocare le sperimentazioni linguistiche degli anni ’60 e magari farne immaginare una reinterpretazione in questa chiave da giovane artista postmoderno.
Nessuno degli autori esposti da Galica arriva ai 35 anni, ma l’approccio ai linguaggi dell’arte, in particolare a quello geometrico, è di tutt’altra natura.
Non mancano le citazioni ed i tributi a grandi come Richard Serra (Philip Hausmeier, Black Cabinet, 2008) e Alberto Burri (Francesco Candeloro, Memorie – Gibellina (Omaggio a Burri), 2008), ma all’evidenza sensuale ed al fascino per i materiali si accompagna quasi sempre un riferimento retorico alla memoria, un recupero di figure e figurazioni che, se fanno ricorso alla forma geometrica, lo fanno per stilizzazione, piuttosto che monumentalità (Vincent Lamouroux, Chile, 2005).
“Riflessioni” non va letto nella sua accezione più analitica (almeno per quanto riguarda la sua relazione con “geometriche”), bensì letterale: si tratta spesso di superfici riflettenti, giochi ottici e sensuali (Francesco Candeloro, Window – New York, 2008). Il fervore concettuale degli anni ’70 è lontano, ma anche la sintesi espressiva geometrico/politica di Ruby. In sostanza, le opere in mostra non attaccano il linguaggio.
La sinergia retorica tra opera e titolo ed i riferimenti al vissuto personale degli autori (Marco di Giovanni, Ritratto del padre, 2008) sono un altro punto di divergenza dalla sperimentazione puramente linguistica del “Senza titolo” anni ’60. Biquo, l’installazione riflettente site-specific di Di Giovanni, e la relativa performance, sono un esempio di come l’intervento dell’artista nello spazio sia volto ad una giocosa complicità con l’opera e ad una interazione emotiva con il pubblico, piuttosto che a stravolgere gerarchie strutturali della percezione artistica. Un altro esempio sono le scritte in vinile in TwaTW di Lamoroux, che evocano quelle di Lawrence Weiner. Ma mentre l’artista californiano richiamava materiali e sculture assenti dallo spazio con le sue parole, quelle del francese sono descrizioni di processi fisici, ed il loro essere disposte a raggera è un invito a capovolgere fisicamente la propria testa.
Sterling Ruby o l’arte degli anni ’60 e ’70 non sono necessariamente l’arte definitiva, nè l’approccio degli artisti in mostra tradisce alcun manifesto programmatico, ma il cappello teorico comune sotto il quale sono stati messi in questa occasione sembra un po’ stretto e forzato, visti i territori molto diversi che attraversano. Il curatore Walter Guadagnini, con un decennale interesse per la fotografia, nonostante il titolo della mostra evochi freddi esperimenti combinatori, le ha dato un carattere molto più emotivo e ludico. O, più semplicemente, ha sbagliato il titolo.
(pubblicato su exibart.com)
Tags: alberto burri, art, arte, collettiva, francesco candeloro, geometria, group show, lawrence weiner, marco di giovanni, philip hausmeier, recensione, review, richard serra, riflessione, sterling ruby, vincent lamouroux, walter guadagnini
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Monday, February 2nd, 2009
La commedia teatrale la sgami subito perchè il livello dei dialoghi è nettamente superiore alla media. È questo il caso. Scritto ai suoi tempi da Noel Coward e già cinematografato da Hitchcock, Easy Virtue è oggi impreziosito da una regia frizzante e da una Jessica Biel in veste topa anni ’30, più che mai lontana da Settimo Cielo. Vale la pena.
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Monday, February 2nd, 2009
Se The Incredibles ci aveva fatto capire che pure i pupazzi 3D potevano ispirare interpretazioni macro-politiche ai dietrologi, questo film ci propone un’allegoria di global warming e psicologia del potere, in una cornice steampunk un po’ alla Isola dei bambini perduti. Bill Murray scintilla con collaudata butteratezza e la panza imbottita.
Tags: bill murray, cinema, city of ember, ember, global warming, isola dei bambini perduti, movie, recensione, review, the incredibles
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Monday, February 2nd, 2009
Dopo American Beauty è ancora famiglia per Mendes, ma stavolta si va al sodo, a quella nucleare degli anni ’50. Il libro culto di Yates io non l’ho letto, ma Di Caprio e Winslet coppia scoppiata post-Titanic funzionano parecchio bene ed i dialoghi sono belli densi a tratti, i personaggi complessi e lividi. Un must per i fan di Mad Men.
Tags: american beauty, anni '50, cinema, kate winset, leonardo di caprio, mad men, movie, recensione, recensioni, review, revolutionary road, richard yates, sam mendes
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Monday, February 2nd, 2009
Non arrivo a dire che Yes Man non è una cagata, ma, nonostante le smorfie di Carrey siano il silenzioso movente dietro ad ogni omicidio perpetrato al mondo, c’è qualcosa in questa lezioncina di vita travestita da commedia romantica che non m’è dispiaciuto. Ma sarà stato l’eroinico happy ending a sedarmi, non fidatevi di me.
Tags: cinema, comedy, commedia, jim carrey, movie, recensione, review, yes man
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Saturday, November 22nd, 2008
Niente farà mai bagnare di orgoglio italico assessori e ministri come il futurismo, ma ogni tanto anche la ruvidezza un po’ zen di uno come Alberto Burri li emoziona. Lui a Milano non ci voleva venire più dall’89, siccome gli abbiamo smontato il Teatro Continuo al Parco Sempione, ma adesso che è morto e non può farci niente voi vi potete godere una Triennale piena fino al soffitto di sue opere, complici anche Bondi e Moratti. Dalle combustioni ai cretti, andatevi a vedere uno che merita. E che astratto astratto, nei quadri ci metteva un sacco di vagine (io ho perso il conto alla quarta sala).
(pubblicato su zero.eu)
Tags: alberto burri, art, arte, bondi, burri, milano, moratti, recensione, review, triennale
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Saturday, November 22nd, 2008
Questo è uno di quei film che finiscono continuamente, dove i personaggi degli ultimi 20 minuti non sono che l’ombra di com’erano all’inizio. La storia del gruppo terroristico tedesco RAF è probabilmente quella di molti altri, e ci viene raccontata dagli idealistici scoppiettii iniziali fino alle disperate deflagrazioni finali. Violento e formativo.
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Saturday, November 22nd, 2008
Da Matrix in poi l’abuso di slow-motion è una piaga che ci affligge in almeno un paio di film a stagione, e se Max Payne poteva vantarsi di essere il primo videogame zarro come un’action movie pretenzioso, l’action movie che ne hanno tratto non ha nemmeno quelle pretese che hanno reso Matrix una Bibbia nerd. Slow-motion a parte, fa comunque cagare.
Tags: film, matrix, max payne, movie, recensione, review
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