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ALBERTO BURRI (Milano, Triennale – 10 novembre 2008, 8 febbraio 2009)

Saturday, November 22nd, 2008

Niente farà mai bagnare di orgoglio italico assessori e ministri come il futurismo, ma ogni tanto anche la ruvidezza un po’ zen di uno come Alberto Burri li emoziona. Lui a Milano non ci voleva venire più dall’89, siccome gli abbiamo smontato il Teatro Continuo al Parco Sempione, ma adesso che è morto e non può farci niente voi vi potete godere una Triennale piena fino al soffitto di sue opere, complici anche Bondi e Moratti. Dalle combustioni ai cretti, andatevi a vedere uno che merita. E che astratto astratto, nei quadri ci metteva un sacco di vagine (io ho perso il conto alla quarta sala).

(pubblicato su zero.eu)

DAVID LYNCH – THE AIR IS ON FIRE (Triennale, Milano, fino al 13 gennaio 2008)

Thursday, November 15th, 2007

Carne sciolta, tacchi alti e fondali low-fi: David Lynch esploso per la seconda tappa della prima mostra che ne apre i cassetti al pubblico. Cortometraggi, cartoni animati, vecchi scarabocchi e memorabilia vari, per chi si è ammalato del suo stile e per chi vuole iniziare a guarire, facendosi un po’ più di chiarezza. Tra un incubo e l’altro.

Da un progetto della Fondation Cartier, dopo il felice collaudo a Parigi e poco dopo l’uscita del suo più enigmatico e caleidoscopico film, l’aria infuocata da David Lynch si sposta ad infiammare la Triennale. Una quantità di disegni, fotografie, quadri e composizioni varie accumulate nel suo studio nel corso di decenni e perfettamente in linea con il suo stile onirico e surreale, che per i feticisti del visionario regista di Inland Empire valgono bene una visita.
L’allestimento, dello stesso Lynch, è rimasto invariato rispetto al suo genitore francese: al centro della lunga sala (non quella grande dei blockbuster come Warhol e Haring, ma un altro spazio di solito riservato a mostre di design) imponenti strutture di ferro sostengono tendaggi colorati dove sono appese le opere più grandi. Si tratta di grosse composizioni di figure umanoidi, impasti materici e vestiti ritagliati, schiacciati su fondali stampati digitalmente e con spesso fumetti e frasi sinistre a gettarvi una luce ironica e sinistra. Il materiale meno ingombrante (schizzi, foto) è schierato con più discrezione sulle pareti laterali, mentre un salotto a grandezza naturale dai colori improbabili (il divano lynchano è ormai una dimensione a sé) chiude la scenografia, scandita anche da effetti sonori di background e, addirittura, a pulsante. Peccato per la luce naturale che filtra dalle finestre ed invade l’atmosfera, per la quale avrebbe forse funzionato meglio una selezionata oscurità.
Non mancano i video: vari corti (vecchi e nuovi, animati e non) sono in proiezione in un teatrino allestito ad hoc e fanno da ottimo trait d’union per chi fosse rimasto disorientato dalle recenti svolte estetiche del regista tra Mulholland Drive e Inland Empire. È in effetti proprio questo contrasto la componente più fresca ed interessante: il digitale dell’ultimo film, il ritocco fotografico tecnicamente ingenuo, la grana dei fondali. Da una parte il coagularsi di incubi fattisi sinistra realtà, il barocco caratteristico dei colori saturi, iconograficamente impeccabili, dall’altra il piatto esistere in diafani ambienti di una provincialità metafisica. Le composizioni con le loro immagini digitali low-fi, con pixel in vista, chiarificano l’interesse di Lynch per un’estetica amatoriale, che emerge anche dalla serie dei nudi photoshoppati, da alcuni disegni e dalle animazioni.
Per i non affezionati è meglio dire che il regista dipingeva e fotografava da prima di iniziare a mettere le sue visioni su pellicola. The Air is On Fire non è quindi una marchetta riempitiva, ma nemmeno una mostra di arte contemporanea in senso stretto: più un tributo, un backstage. Non stupiscano quindi la scenografia ed i cali di tensione tra le opere più consistenti e quelle più documentaristiche.
Con già un Leone alla Carriera, David Lynch forse non vuole/deve/può essere capito, ma alla Triennale potete decisamente sentirlo, più giovane e fresco che mai.

IL DIAVOLO DEL FOCOLARE (Triennale, Milano, 2006)

Monday, October 8th, 2007

Femminilità tra mobili ed immobilità: la donna e il domestico, la donna domestica, la donna addomesticata. Interpretata in 35 modi diversi.

Dopo Beautiful Losers,e perfettamente nello spirito dei tempi, la Triennale di Milano ospita un’altra mostra/vetrina con opere provenienti prevalentemente da gallerie private. Tema centrale, il rapporto tra la donna e la sua casa, il suo ambiente.
I nomi grossi non mancano e sono piuttosto trasversali nel mondo delle arti in senso lato: Marina Abramovic (la cui mostra all’Hangar Bicocca si è appena conclusa), Vanessa Beecroft, Tracey Emin (alla quale sono dedicate ben due stanze), Rachel Whiteread, ma anche Patti Smith e Luciana Littizzetto.
Spostandoci dai nomi alle opere, colpisce (ma non stupisce) il gran numero di letti, divani e tappeti, segno che l’universo femminile, anche nel mondo dell’arte, è ancora sentito come fortemente legato alla sfera domestica ed, appunto, al proverbiale focolare. Angela Bulloch, Lily Van der Stokker, Sarah Jones e Monica Bonvicini hanno scelto tutte, in modi diversi, quel tipo di immaginario per rappresentare, ancora, l’idea del femminile nella nostra società. Quando si dice gli archetipi.
In altri casi, la tradizione viene ricordata da Irene Papas (con una sorta di santuario bizantino), allegorizzata da Pae White e Jessica Stockholder (la prima con un letto coperto e circondato da una texture di occhi e drappi argentati, la seconda con una scultura di oggetti per l’igiene domestica) e derisa dai contrasti violentemente ironici e provocatori di Tracey Emin, Rosemarie Trockel e Mona Hatoum.
La consapevolezza femminile dell’essere oggetto di sguardo è invece il filo conduttore del video della giovane Lucia Gironès, che gioca con movimenti danzanti e ammicca al mondo ormai clip-centrico di TV e internet. Cenni più disincantati al ruolo moderno della donna come individuo sofferente nella propria subordinazione ad un sistema governato da uomini sono le opere di Vanessa Beecroft e Sam Taylor-Wood, dove la figura femminile viene rappresentata solo in rapporto con il suo violento non-io maschile.
Dalla femmina sognante e materna all’oggetto sessuale, dalle insicurezze psicologiche all’aggressività provocatoria del porno, Il Diavolo del Focolare ci mostra una serie di visioni più o meno efficaci o variegate dell’universo femminile.
Chi visiterà la Triennale attirato dalle grosse Abramovic e Beecroft (o anche Littizzetto) si troverà prevedibilmente deluso, perchè le opere non sono in formato e in forma da Biennale. Il discretissimo tavolo della Whiteread è lontano anni luce dalla spettacolare Casa della stessa autrice.
Stupiscono maggiormente le artiste in sordina, come la Gironès con il suo video semplice ma fresco e senza dubbio intrattiene la giapponese Chiho Aoshima, con un cartone animato distribuito su 5 schermi al plasma, decisamente grafico ed attualmente pop.

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