The Pirate Google

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In effetti c’hanno ragione. Quando Google s’è messa a digitalizzare milioni di libri l’unica conseguenza è stata un accordo che darà all’azienda il monopolio sulla diffusione della conoscenza “libera”, o almeno di quella derivata dalle biblioteche americane (vedetevi l’articolo sul penultimo Internazionale, oppure qui). Se invece degli svedesi – con pretese libertarie simili, ma pochi avvocati – ti aiutano a trovare musica e film, il risultato è questo.

Mentre Google dividerà i proventi del suo servizio con le biblioteche, Pirate Bay fornisce un unico servizio che non arricchisce nessuno. Uno fa bene all’economia, l’altro no. Questo è  il punto. Ma per l’utente – quello che decreta il successo di un sito ed attua il suo potenziale “criminale” – la cosa non fa molta differenza. E per questo nasce The Pirate Google, un sitino messo su apposta per evidenziare questa contraddizione.

Come China Channel o l’account Twitter farlocco della polizia di Denton, Texas, anche quest’ultimo utilizzo della rete per farci su una critica strutturale è un buon segno di coscienza del web. Una coscienza interna, perchè sviluppata dai propri utenti. E la cosa più figa di questo tipo di provocazioni è la loro semplicità ed accessibilità: non bucano nessun codice criptato, non esercitano più di tanto la curiosità hacker dell’esperto smaliziato, ma mettono semplicemente a frutto conoscenze base delle quali l’utente medio della rete è generalmente in possesso.

La coscienza di un medium è fondamentale per non dimenticarsi che, per quanto pervasivo esso possa essere, non è l’unico mondo dove viviamo.




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1 Commento »

  1. [...] ho detto qualche post fa, la strozzatura che il Gigantebuono compie non è nell’erogazione della conoscenza, ma a [...]

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