VIRTU’, TRASFORMAZIONE E DECLINO (non necessariamente in quest’ordine) DELLA PAROLA
[ scarica in formato .pdf ] |
1. ARTE, FETICISMO, PAROLA
É indubbio che l’arte sia un po’ (quasi sempre) una questione di feticismo.
L’ossessione produttiva degli artisti (pittori, scultori, designer, pubblicitari, video-artisti, registi, street-artists, stilisti, grafici) basa sè stessa e l’intero sistema dell’arte.
La rivoluzione concettuale del modernismo, che ha aperto la vera era di contemplazione dell’oggetto d’arte, creando con il sistema del white cube l’unico contesto a-contestuale ed autocontestualizzante concepito esclusivamente per essa, non ha nemmeno scheggiato il sapore feticistico dell’opera.
La tensione all’incorporeità attraversa ed ha attraversato il mondo dell’arte istituzionalizzata (si pensi al francese Yves Klein, che vendeva “sensibilità artistica” od al nostro Piero Manzoni, con il suo piedistallo del mondo), ma non è stata mai legittimata realmente ed accettata se non, appunto, in rari casi.
L’aura di lirismo che circonda qualsiasi ambiente che odori di arte, così come la carica significativa, il potere di evocazione, la fisicità sensuale di qualsiasi manifestazione della creazione umana, sono solo un accenno rispetto all’astrazione totale che non è propria dell’arte in genere, quanto della scrittura.
L’universalità e la magia dell’alfabeto lo rendono molto di più e molto di meno dell’estetica: raggiunge una leggerezza ed un’astrazione superiori, ma contemporaneamente è un codice che sta cadendo in disuso, cedendo il passo a metalinguaggi visivi e multisensoriali, che la tecnologia a basso costo e di facile utilizzo ha fatto letteralmente esplodere per il mondo.
L’inerzia acquisita della parola può forse essere per essa un nuovo trampolino di lancio: l’inutilismo (tensione verso un’iconica innecessarietà pratica, e più specificamente verso una non-produttività) insito nell’arte-feticcio può essere traslato nella sua sincera leggerezza incorporea sul rudere alfabetico.
2. LA PAROLA NELLA RETE: NOONANISMO
Le immagini che hanno rimpiazzato la parola scritta, o la tendenza ad iconizzare anche quest’ultima, si manifestano nel loro grado più democraticamente intenso e demograficamente trasversale nel medium più inclusivo e pervasivo di tutti: la rete.
Ironicamente, la rete è ancora e soprattutto governata dalla parola scritta. Forse si parla delle accezioni della rete più banali, ma anche delle più usufruite.
Le chat prima ed i blog poi, strumenti che hanno creato i metalinguaggi visivi delle emoticon e delle gif animate, si basano ancora ad un 80% su parole. Parole che vengono investite dall’autorevolezza della diffusione totale, che va oltre il patinato industriale per confinare con l’oggettività obiqua della noosfera.
La scrittura su internet, come quella degli sms dei cellulari, ha la caratteristica di essere una scrittura orale. É molto simile, in questo, alle scritte sui muri. Del resto, la rete è molto facilmente paragonabile ad una città, solo con tutte (o quasi) le porte aperte. Un vicinato molto rumoroso, una strada dalla lunghezza molto più che chilometrica.
La differenza della parola in internet rispetto a quella che, proverbialmente, vola, è l’immanenza in uno strato temporale sospeso.
Il cosiddetto “log”, il listato che registra una chat o le operazioni di un computer e dal quale viene la stessa parola “blog”, è l’esempio di come anche una manciata di bit, se appena ha una storia, si fa corpo.
Il link, una parola che rimanda ad un altro testo, è un altro esempio della stratificazione immobile del verbo in internet.
Lettera, parola, log, storia, corpo. Feticcio.
Il popolare mezzo del “quote”, la citazione, è tipico della tentacolare referenzialità delle informazioni, ma anche del semplice appeal grafico, nelle comunità del web.
Ma è tra le pagine (mai ingiallite) dei blog che nasce il noonanismo.
Un blog, nella maggior parte dei casi, è un prodotto noonanistico in quanto individuale e collettivo insieme, è un focus ed un forum sul faceto. Anche se può tramutarsi tutto ad un tratto in uno strumento mediattivista.
Il noonanismo è il rotolarsi in una conoscenza stagnante ed autoreferenziale, l’elevazione del proprio pensiero in virtù di una maggiore condivisibilità dello stesso.
Internet è la Torre di Babele dei giorni nostri.
Su internet, la parola è storia immanente: convivono in una schiacciante contemporaneità sia i siti regolarmente aggiornati, vivi, sia i ruderi fossilizzati delle ere ormai morte. Basta pensare all’orrore che scaturisce quando clicchiamo su un sito degli anni ’90 (è come sorprendere i nostri nonni a fare l’amore) per capire che il concetto di memoria su internet è diverso dal nostro, e che il suo stridere sta proprio nel suo essere una memoria spaziale e non temporale, orizzontale più che verticale, paratattica e non ipotattica.
Su internet, grazie al noonanismo, verba manent.
3. ALIENAZIONE, MEMORIA, LIBRO E ROGO
L’alienazione (direi feuerbachiana) che fa del feticcio un dio e del dio un polo di privazione è implicita anche nell’atto stesso della scrittura, ma con meno compromessi.
Uno scritto sopravvive al proprio autore, uno scritto conserva l’idea che lo ha originato meglio di lui ed è per egli stesso un riferimento ed un monumento al proprio pensiero, la coagulazione dei propri sanguinamenti temporali. Lo scritto è chiuso e compiuto quanto aperto ed interpretabile, ha un autore ma non è di nessuno.
La sua struttura si sovrappone alla propria estetica che si sovrappone ad almeno uno dei propri significati.
Platone era un uomo di pensiero e di parola, ma la scrittura per lui era un pericolo per la conservazione del ricordo, così come le comunità sopravvissute all’olocausto letterario di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury bruciano i libri per conservare il loro vero essere incorporeo nella propria memoria. Perchè il libro è un feticcio anche lui, dopotutto.
Ogni parola scritta legittima il proprio oblio. Non c’è bisogno di una traccia permanente se c’è una traccia deperibile e materiale che possa testimoniarla, almeno fino ad un certo giorno.
La parola scritta conserva estetica e struttura, ma ogni significato (o quasi) è estraibile e conservabile in maniera indipendentemente dalla sua esistenza.
Il libro in sè è sacrificabile sia secondo Bradbury che secondo Platone, quindi.
L’uomo pensa, scrive, dimentica, si rilegge. E ripensa.
Chi ha determinato il secondo pensiero? É stato l’uomo o l’estetica delle proprie parole?
Qualcuno con un nome ed un cognome (Roland Barthes, autore nel 1968 di un saggio intitolato La Morte dell’Autore) era dell’idea che lo scrittore non è che un tramite tra la parola, che ha una vita e delle valenze, dei significati propri, ed il lettore. Uno scrittore (ma più di tale) come Jorge Luis Borges probabilmente era d’accordo.
La scrittura è fede, la parola è Dio.
Se “in principio era il verbo”, poi è venuta la Bibbia. Con essa il verbo ha trovato il suo contesto ed è quindi stato possibile dimenticarlo, così come è stato possibile rinchiudere l’arte nel suo ghetto dorato del cubo bianco fino ad oggi.
E, mi azzardo a dire, fino a domani.
