You gotta fight for your right to p2p
Mentre ci fa notare come la Warner si censuri da sola, oggi Cory Doctorow ci invita a fare qualcosa per impedire che la gestione della rete in Europa faccia la svolta sbagliata. In pratica Sarkozy vuole togliere l’accesso ad internet automaticamente, e con scarsa possibilità di appello, a quelli che insistono a condividere file dopo il secondo avvertimento. L’appello del sito La Quadrature du Net invece vorrebbe assicurarsi che l’emendamento 138, che invece garantisce almeno un processo, sia mantenuto.
Quello che viene fuori da queste notizie (più tutte quelle sul processo Pirate Bay) è una questione sempre più cruciale: fino a che punto internet è un diritto?
Vista l’autolesionista e demenziale isteria censoria della Warner messa in luce da Doctorow è evidente che le logiche commerciali delle grandi corporation stentano ad allargare i propri orizzonti, oltre al fatto che solo ad una compagnia buonsamaritana come Google sembra interessare un’accesso libero e davvero globale alle informazioni (che tanto appartengono agli altri), con tutti i ritorni del caso che vanno ben oltre il commerciale. Potendo, ovviamente le corporation condividerebbero solo se sicure di avere un vantaggio economico e l’unica che spinge per la condivisione è quella che sulla condivisione ci campa.
Niente di nuovo fin qui, ma il vero nodo del discorso sono Sarkozy e le sue mosse, e quei poveretti di Pirate Bay. Il fatto è che, ci piaccia o no, internet è un diritto acquisito grazie ad una serie di servizi ed infrastrutture gestite principalmente da compagnie private. Prima che Fastweb ci mettesse le fibre ottiche sotto al culo l’idea di scaricare un film intero era abbastanza fantascientifica, e da Blockbuster ci scendevi per prendere i film e non le birre (stranamente quello sotto casa mia vanta una selezione che farebbe invidia a certi pub).
Nel momento in cui tutti hanno la banda larga (erogata da compagnie private) la gente inizia a scaricare a manetta e chi vende o produce film e musica (altre compagnie private) si incazza.
A che punto di questo percorso internet diventa un diritto?
Risposta: internet diventa un diritto nel momento in cui il mercato del lavoro diventa talmente dipendente da esso che non ci puoi fare un cazzo. Però se internet non ti serve per lavorare, o per accedere ad informazioni pubbliche, puoi campare lo stesso. Scaricare i film a scrocco è una comodità, avere 34 giga di musica è un lusso. Per quanto mi riguarda sarei contento di pagare direttamente su internet per i film e la musica che mi interessa, se i prezzi fossero bassi e competitivi. Ma è chiaro che se vuoi vedere un filmaccio da collezione che costa 24 euro in una videoteca specializzata sei più contento se puoi vederlo senza spendere una lira. Io scarico con lo stesso approccio con cui mangio un panino da McDonald’s: so che non è proprio giusto, ma alla fine si tratta di un male minore. E cazzo se è buono.
Una cosa bisogna riconoscerla riguardo alle psicosi warneriane ed alle sodomie punitive piratebayste: internet, prima o poi, va regolamentato. E per regolamentato intendo dire che spero sia il più libero possibile, ma libero di poter scaricare senza agire in zone grigie legiferate in maniera miope, rischiando un giorno di vedersi rovinare la vita per aver tirato troppo la corda. Ci vogliono provvedimenti che determinino dei limiti umani e degli approcci concilianti da parte delle corporation, che dovrebbero rendersi conto del fatto che, come la rete è nata dai consumi, li ha anche rivoluzionati. Mettete contenuti di qualità che siano scaricabili a poco e prendetevela solo con chi trae diretto profitto economico dal download illegale, visto che profitto indiretto (in termini di pubblicità) lo traete pure voi.

[...] ha in canna l’ennesima pallottola per lo sharing scroccone su internet (che ricorda tanto la zozza proposta di Sarkozy). E Intanto la puzza di merda del processo a Pirate Bay non si [...]